Lost – Stagione 1

Lost – Season 1 (USA, 2004/2005)
creato da David Lindelof e J.J. Abrams
con Matthew Fox, Evangeline Lilly, Josh Holloway, Terry O’Quinn, Naveen Andrews, Dominic Monaghan, Emilie de Ravin, Harold Perrineau, Ian Somerhalder, Maggie Grace, Jorge Garcia, Malcolm David Kelley, Daniel Dae Kim, Yunjin Kim

Con un paio d’anni di ritardo sul resto del mondo, finalmente ho messo le mani su Lost e, come mi sta accadendo di continuo in questo ultimo periodo, ho dovuto fare a botte con le aspettative – in questo caso elevatissime – ficcatemi in testa dal vociare altrui. Aspettative filtrate dalla puzza sotto il naso con cui tendo colpevolmente a guardare tutto ciò che non ho “scoperto” da solo e per questo un filo smorzate. Aspettative che, in fondo, sono state anche abbastanza soddisfatte, da parte di un serial appassionante, molto ben costruito e raccontato, che perlomeno in questa prima stagione compie davvero pochi passi falsi e riesce a non far pesare più di tanto i limiti strutturali che si costruisce da solo.

Lost racconta di quarantotto sopravvissuti a un incidente aereo, costretti a sopravvivere su un’isola apparentemente deserta e sicuramente ostile. Racconta dei mille misteri nascosti sull’isola, ma anche di quelli che popolano il passato dei protagonisti. La storia, infatti, procede su due binari che si alternano, saltando continuamente avanti e indietro fra l’avventuroso presente di sopravvivenza spicciola e gli spesso drammatici eventi che hanno portato i vari protagonisti a metter piede su quello “sfortunato” volo di linea.

I famigerati flashback rappresentano per buona parte della prima stagione il reale cuore del racconto. Gli sceneggiatori li utilizzano per approfondire il carattere dei personaggi, ma anche per raccontare sotto differenti punti di vista gli eventi cardine dell’intreccio e per gettare una luce diversa, tramite elementi di analisi sempre nuovi, su quanto avviene nell’isola. È un continuo gettare carne sul fuoco, che svela piano piano i vari misteri, ne aggiunge sempre di nuovi e insinua il dubbio che dietro ogni cespuglio ci sia molto più di quel che appare.

Efficace, appassionante, quasi sempre di grande supporto per il racconto, il trucchetto di spezzare il ritmo e l’azione infilando un flashback inciampa forse solo in un’occasione, quando sminuzza uno dei passaggi più intensi della “vita” sull’isola, uno dei pochi di questo primo blocco di puntate, per raccontare del mediocre, banale e prevedibilissimo passato dell’hobbit sfigato. Ma nel complesso tutto funziona alla grande, un po’ perché al di fuori dei flashback accade davvero poco, e quindi poco c’è da interrompere, un po’ grazie all’ottima scrittura dei vari personaggi.

Protagonisti per lo più tagliati con l’accetta, che rappresentano tutti gli sterotipi possibili e immaginabili, ma che attorno agli stessi stereotipi di cui vivono si muovono molto bene e che fra l’altro hanno il “pregio” di essere tutti uno più insopportabile dell’altro. Certo, son quasi tutti bellissimi, pettinatissimi e fighissimi. Come tutti i passeggeri di un aereo diretto a Los Angeles in un periodo che non sia quello dell’E3, no? Epperò sono anche tutti (o quasi) personaggi di dubbia moralità, ambigui, sfumati, dalle scelte spesso discutibili. E resi fra l’altro ancor più affascinanti da un cast di ottimi attori e dall’impressionante babele linguistica rappresentata dai mille accenti che mettono in scena. Roba che da sola vale metà del divertimento e certo si merita una visione in lingua originale.

E poi, al di là dei personaggi in sé, a funzionare è soprattutto la fitta rete di relazioni fra di loro, in continua crescita ed evoluzione. Costruita su bugie, mezze verità e segreti, che piano piano vengono al pettine e contribuiscono a montare l’atmosfera crescente di paranoia, panico, timore, sfiducia. La vita sull’isola logora e il costante aumento di tensione si fa in fretta palpabile, vivido, trascinante. I ritmi del racconto diventano sempre più elevati, i corposi flashback iniziano a cedere un po’ il passo, lasciando posto all’azione e ai misteri, e delle inconsistenze, dei bucherelli di sceneggiatura, di qualche comportamento un po’ troppo assurdo, si finisce tranquillamente per fregarsene.

La sostanza è che Lost è – perlomeno in questa prima tranche di episodi – l’antitesi di X-Files. Sicuramente di ciò che la creatura di Chris Carter divenne con gli anni, ma non solo. Là dove il principale interesse per ciò che concerneva Mulder e Scully era la sostanza stessa del mistero da risolvere, in Lost a contare è soprattutto il viaggio, il modo in cui la serie tiene col fiato sospeso e conduce verso l’appuntamento col destino. Là dove in X-Files si rinunciava alla continuità narrativa per dare spazio a fior di divagazioni e diluire nel nulla le trame di fondo, in Lost si intravede sempre e comunque, anche nell’episodio più autoconclusivo, un grande affresco, sempre più tratteggiato e meglio delineato davanti agli occhi dello spettatore. E se già nel primo anno di X-Files si andava palesemente avanti un po’ a tentoni (“tanto poi mettiamo due colpi di scena a caso e si aggiusta tutto”), qui c’è perlomeno l’impressione di un quadro coerente e chiaro nelle mani di chi dirige tutto.

Così come X-Files, comunque, Lost ha l’ulteriore grande pregio di saper anche scherzare, seppur in maniera fin troppo ostentata e grossolana, sulle sue stesse falle. Per esempio sul fatto che ci sia un gruppetto di superstiti totalmente inutili e di tappezzeria, buoni solo per apparire, dire la loro stronzata e, magari, lasciarci le penne. Un po’ come accadeva a quei poveretti dell’Enterprise che avevano la sfiga di vestirsi in rosso. E se è vero che un po’ stona, vedere un tizio mai apparso per quindici e più puntate atteggiarsi all’improvviso da gran protagonista, bisogna anche concedere che non tutti i serial hanno la consapevolezza e la faccia di tolla necessarie ad ammetterlo pubblicamente e a prendersi per il culo sull’argomento. Cosa che, per come la vedo io, legittima di parecchio quasi qualsiasi pacchianata.

Meno accettabile, e forse anche più fastidioso, è l’altro evidente difetto “di serialità”, rappresentato da una certa ripetitività di fondo negli atteggiamenti e nelle caratterizzazioni dei personaggi. Una cosa probabilmente accentuata dalla visione di tutti gli episodi a stretto giro di tempo, ma comunque presente. In ogni puntata, ogni personaggio fa la sua “mossa”. Sawyer sembra che stia per dire/fare qualcosa di buono, ma poi cambia idea e piazza la battutina e il sorrisetto ammiccante. Kate osserva il vuoto con lo sguardo malinconico e il broncio. L’australiana si lamenta. Locke elargisce una perla di saggezza…

Sembra di vedere la barriera della Fortezza delle scienze che si infrange sempre un attimo prima dell’arrivo di Mazinga, Daitarn che sconfigge sempre il nemico con la filastrocca dell’attacco solare o, ancora meglio, i vari protagonisti di Orange Road che ogni volta ripetono la stessa tiritera di equivoci, siparietti comici, delusioni, flirtarelli e ammiccamenti. Insomma, Lost è un cartone animato giapponese. Forse è per questo che mi piace!

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9 pensieri su “Lost – Stagione 1”

  1. ahhhhhhhhhhhhh.sono in piena droga, naturalmente. ieri, domenica, ho visto dalla 2×19 alla 3×03, tipo nove puntate. e il giorno prima sei. Quedex mi aveva detto di non fare troppo caso a un po’ di puntate annacquate della seconda serie. Aveva ragione, puzzano di pesce. Ma dalla 2×01 non è più un bel serial, è droga. Ma va bè, ne parliamo quando, e se, arrivi alla fine della seconda serie.

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  2. Haahhaha, ottimo, bene, bene.La seconda stagione è già qui pronta da vedere, ma per il momento resta un attimo in attesa.Sarà una delle prossime cose, comunque, se non altro perché, appunto, è già qui disponibile senza sbattimenti.

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  3. Iniziata a vedere la terza in questi giorni con la mamma: la situazione però non è proponibile in casa Addams, vista la compressione a volte imbarazzante. Io e Cloti siamo ufficialmente delle Sawyerette.

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