Vancouver, seconda parte


Giovedì 26 aprile, come scrivevo qui, è stato dedicato quasi interamente al lavoro: sveglia presto, colazione (ancora in camera, questa volta me la porta una tizia orientale scrutata attentamente da un tizio alle sue spalle che ne giudicava le prestazioni) e poi via verso gli uffici EA fuori città, praticamente nella Vimercate di Vancouver, fino a sera. La giornata si chiude in un ristorante attaccato all’albergo, con una piacevole cenetta (immangiabile insalata, spettacolare bisteccazza e, come la sera prima, tanta, troppa birra) condita dalla chiacchiera con gli altri italiani e con esseri di varia provenienza, fra i quali anche un simpatico giornalista sportivo americano, che lavora per una rivista di calcio ma non sa chi siano Figo e Leo Messi (“It’s an american soccer magazine!!!”). La giornata successiva segue più o meno la stessa trafila, anche se si finisce di lavorare un po’ prima e si decide quindi di infilarci in un gigantesco mall vicino agli studi EA. Qui sperpero un altro po’ di quattrini, fra le altre cose nel primo Phoenix Wright e in Hotel Dusk per DS (EB Games, ottime occasioni). Ma, a proposito di studi EA, vale la pena spenderci sopra due parole.

Una robetta notevole, sborona come poche, mostrataci nel corso di un tour che ha spezzato in due la giornata di test e presentazioni. Una sede letteralmente abnorme, strapiena di strutture fighissime piazzate lì solo perché “Così la gente vuole venire a lavorare da noi”. Palestre, campo da basket sotterraneo, campi (calcio, basket, pallavolo) all’aperto, ristorante (che si chiama, incredibile ma vero, EAT, e nel qualo pranzo gustandomi un discreto bento box)… E poi ovviamente ci sono anche le robe con cui lavorano, dagli uffici all’abnorme struttura per il motion capture agli studi di registrazione. Eh, i buoni pasto…

In serata facciamo un po’ fatica a trovare un posto in cui imbucarci perché è in corso un match di play-off NHL fra Vancouver Canucks e Mighty Ducks e tutti i locali muniti di TV sono pieni. Per un attimo valutiamo la possibilità di attendere il termine del match (secondo periodo in corso, Vancouver conduce 1 a 0), ma saggiamente decidiamo di puntare su una steakhouse non munita di televisioni. Sarà super bisteccona, cheesecake e, ovviamente, fiumi di birra. Da notare, fra l’altro, che al mio ritorno in camera accendo la TV e mi guardo il secondo (!) tempo supplementare della partita. Ottima scelta, quella di non attendere.


Sabato 28 è dedicato al cazzeggio puro: abbiamo finito di lavorare e l’aereo decolla nel tardo pomeriggio. Consumata la colazione al bar con gli altri (pancake per la quarta mattina di fila, burp), gestito il check out, ci si avvia. Dopo tre giorni di pioggerella più o meno costante, le nuvole decidono di graziarci e ci regalano un sole splendido e lussureggiante. Va quindi in porto – almeno per il sottoscritto e uno degli Andrea che decide di seguirmi – l’idea di una gita fuoriporta. Fatta una passeggiata (durante la quale scopro che con il sole Vancouver sa anche essere una città molto colorata) fino alla baia, zompiamo sul Seabus (un traghettone che fa la spola fra le due coste) e poi sull’autobus, diretti al Capilano Suspension Bridge.

Trattasi di un ponte sospeso parecchio antico e, ovviamente, rimesso a nuovo con una struttura in titanio. Collega le due sponde di un canyon, sul fondo del quale scorre un fiume. Un posto delizioso, immerso nel verde e sfiziosissimo da “affrontare”, su ‘sto ponte che non oscilla per niente, ma cazzo se traballa quando ci camminano sopra un po’ di persone. Attraversato il ponte, ci ritroviamo a vagare in mezzo agli alberi e su un complesso di passerelle costruite vicino alle cime degli alberi stessi. Altra esperienza folle e piacevolissima. La gita è una figata, il tempo è una meraviglia e le foto, che piazzo a seguire, vengono via a raffica. Giro anche un paio di filmati, uno da sopra al ponte, uno osservando due pazzi che nuotano nelle rapide.


















Dopo aver completato la visita, buttato via un po’ di soldi in souvenir e mangiato un fetido hot dog (e chiacchierato con un italiano… cazzo, è impressionante, italiani e cinesi si trovano veramente dovunque), siccome abbiamo ancora un po’ di tempo, decidiamo di zompare nuovamente sull’autobus e dirigerci ancora più in alto, fino alla funivia e su al mega complesso sciistico. Il giretto è breve, ma estremamente piacevole, nonostante la temperatura cali non di poco. Basiti per la spettacolarità che Vancouver sa mostrare nei giorni buoni, chiudiamo la giornata tornando in città e riunendoci con gli altri.






Mentre il resto della compagnia si fa un giro sulla torre da me visitata il primo giorno, io mi dirigo verso Chinatown, che scopro essere francamente abbastanza squallida, passo in pellegrinaggio al palazzetto in cui giocano i Canucks e faccio un tuffo nella fumetteria vicina all’albergo, avvistata una sera di fianco a uno dei ristoranti testati. Qui riesco eroicamente a non comprare nulla, nonostante il logorroico proprietario, per rispondere a una semplice domanda, mi tampini vomitandomi addosso fiumi di parole. Dopodiché si fa l’ora di partire: taxi e via verso lo squallido aeroporto di Vancouver, dove cazzeggiamo e attendiamo l’aereo chiacchierando con un anziano signore originario del basso Veneto, canadese di lunga data e dalla piacevolissima conversazione, che ci racconta del suo passato da giovane immigrato.

Un simpatico momento di malinconico bla bla, che chiude in maniera più che degna quello che rischia di essere – almeno sul medio termine – il mio ultimo press tour. Un viaggio sponsorizzato da quelli che fanno FIFA. Quattro anni e mezzo dopo il mio primo press tour. Che fu un viaggio sponsorizzato da quelli che fanno PES. Pensa te.

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