Gears of War

Gears of War (Microsoft Game Studios, 2006)
sviluppato da Epic Games – Cliff Bleszinski

Corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta. “Uh, figata, questa specie di boss nel buco che devi far fuori usando la pistolazza per sparare col satellite di Akira. Fico davvero. Sì, ok, fico, ma stai durando troppo, adesso muori. Ecco, bravo.” Corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta. “Oh, c’è di nuovo il boss nel buco da far fuori con la pistolazza del satellite di Akira. Vabbé, dai, ora so come farlo, sarà più veloce. Oddio, neanche troppo, eh. Ok, fatto, andiamo avanti.” Corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta. “No, ma basta, ancora ‘sto cazzo di polipo dal buco? Ma che rottura di coglioni.” Questo, in sintesi, il primo atto di Gears of War. Una roba di una noia mortale, da mettersi le mani nei capelli, da spingerti quasi a mollare lì il gioco (conosco chi l’ha fatto). Per fortuna ho la testa dura e difficilmente mollo qualcosa in corsa. E in questo caso, diciamocelo, mollando in corsa mi sarei perso un gran bel gioco.

A dirla tutta, poi, quel primo atto non si chiude sul terzo “polipo”. Poco dopo, infatti, parte un filmato che fa cadere ancora di più le palle, con quel tentativo ridicolo di rendere drammatica la morte di un personaggio nemmeno abbozzato, buttato lì con indifferenza, che non può assolutamente aver creato nessun tipo di legame emotivo con il giocatore. Ma d’altra parte questo è anche il punto in cui inizia il vero Gears of War, che non diventa certo perfetto ma, insomma, è tutta un’altra roba. I protagonisti si ritrovano soli e in missione, pronti ad affrontare i pericoli del mondo là fuori. E si comincia subito alla grande.

Il primo incontro col Berserker è semplicemente spettacolare. Certo, pure lui fa un po’ girare le palle, quando ti affibbia un game over perché quel cretino del tuo compagno si è incastrato dietro un angolo e si è fatto ammazzare come un idiota, ma rimane comunque un momento – di gioco e di atmosfera – splendido. Camminare nel silenzio cercando di non farsi scoprire, senza sapere ancora bene che razza di roba stia per saltare fuori, essere sorpresi da questa infame creatura che entra in scena sfondando il muro, ritrovarsi a scappare come cretini da una stanza all’altra… son momenti incredibili, c’è poco da fare. E non importa se praticamente ogni singolo elemento di questa sequenza urla “mi hai già visto da qualche altra parte”, il punto è che funziona a meraviglia.

Ed è un po’ questa la chiave di lettura per Gears of War: poco di nuovo, quasi nulla, ma una serie di elementi combinati a regola d’arte e messi assieme in modo da rappresentare, per certi versi, un’esperienza tutto sommato nuova. Nuova innanzitutto per il mostruoso impatto grafico, che probabilmente l’ondata di titoli basati sull’Unreal Engine 3.0 renderà presto normale, ma che al momento è ancora senza eguali. Avanti di parecchie spanne. Roba così “piena”, curata e, allo stesso tempo, carica di stile e attenzione per i dettagli, francamente, ne ho vista di rado. Gears of War lascia di sasso, anche su un televisore non HD, e affascina con le sue tonalità evocative, il suo design capace di pescare a piene mani fra il tamarro occidentale e quello orientale, la solidità, fisicità e potenza che ogni suo elemento sprigiona.

Ma, bisogna dirlo, dietro le lucine colorate c’è anche della bella sostanza. A rendere Gears of War un’esperienza irrinunciabile ci pensa la meccanica di gioco, solida e collaudata come il granitico volto del suo protagonista, ma raffinata e piacevole come non sempre si vede. Nemici che si coprono le spalle, si aiutano a vicenda, cercano di aggirare il giocatore e di mettergli il bastone fra le ruote in tutti i modi, si uniscono a una continua ricerca di invenzioni e nuove trovate, che fanno calare molto di rado l’interesse. Certo, è tutto molto lineare. Certo, i momenti migliori sono quasi tutti basati su avvenimenti scritti e azioni obbligatorie. Ma in ogni caso, una volta terminato l’ammorbante primo atto, Gears of War accelera a tavoletta e tiene incollati allo schermo fino alla fine.

Ognuno dei quattro successivi capitoli offre uno scenario e una serie di situazioni radicalmente diversi, sia per ambienti, sia per meccaniche di gioco. E il risultato è un’esperienza varia e appassionante, che ha il raro pregio di finire proprio quando rischierebbe di iniziare a rompere i coglioni e che prima di allora difficilmente stufa. Sezioni di guida, boss enormi e articolati, fasi di cecchinaggio… c’è di tutto, ma mai di troppo e si va avanti fino alla fine senza fermarsi mai, grazie anche a una sceneggiatura perfettamente ritmata, anche se forse ben lontana dal giustificare i peana che leggo in giro dedicati a Susan O’Connor.

Per carità, la ragazza è brava, scrive dialoghi divertenti e battute a effetto, tiene alto il ritmo e, insomma, evita cadute di tono. Ma, per quanto forse possa essere superiore alla media nel suo genere, non mi sembra che la sceneggiatura di Gears of War sia poi ‘sto capolavoro. Suvvia, banale, trita e ritrita, prevedibile in ogni suo sviluppo e, diciamocelo, con quel fastidioso retrogusto da “prologo di episodio pilota” che ti fa pensare di non aver sostanzialmente visto un cazzo. E i personaggi?

Il protagonista è Arnold Schwarzenegger, preso da un suo film a caso degli anni Ottanta, e certo non basta un vago accenno a un sacrificio passato per renderlo qualcosa in più. Il suo amichetto è una sagoma esile come un foglio di carta e gli altri due compari non vanno oltre Iceman di Top Gun e un rozzo cinghiale da combattimento. Che, per carità, vanno benissimo per quel che devono fare, ma io avevo sentito affermazioni deliranti su personaggi bellissimi, e mi sono chiesto fino alla fine dove caspita fossero nascosti.

Ma tutto questo poco conta: Gears of War è un gran gioco, ricco e profondo pur nella sua brevità, delirantemente bello da affrontare in cooperativa, capace di diventare tremendamente diverso a seconda del livello di difficoltà (anche se le missioni variabili di Goldeneye restano un altro affare) e meritevole di quasi ogni lode che gli è piovuta addosso. Però non ci casco: il gioco del 2006 rimane Dead Rising.

4 pensieri riguardo “Gears of War”

  1. Ecco cosa vorrei leggere sulle riviste di videogiochi. Ma com’è che si fa a farsi arrivare una mail quando Giopep decide di fare The Man e donarci una recensione come Dio comanda? Il gioco del 2006 Dead Rising, non mi ricordo di aver letto il pezzo, or mi ci butto. PS: Ma qui si parla di supremazia giapponese nella creazione di videogiochi dunque? Perchennò. 😀

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  2. Dico solo che dopo aver visto lo spot in tv avrei preso l’xbox solo per quel gioco… grazie a dio, o ad una insana fiducia masochistica nella play 3 che oltre al prezzo abnorme la mette in culo come sempre (si le solite puttanate contro l’europa bla bla bla), mi son trattenuto aspettando tempi e prezzi migliori per le mie tasche, sperando che la play 3 meriti davvero tutto sommato…

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