Scatole

Ieri ho dato l’addio al posto in cui ho trascorso buona parte degli ultimi sei anni. Future (anzi, Sprea) si sposta, da Via Asiago a Via Brescia. No, non Piazzale Brescia, quello vicino alla casa di Bob, a poche fermate di metro dalla mia. No, Via Brescia, a Cernusco sul Naviglio, a ventisei fermate (sedici di rossa, dieci di verde). In pratica, rispetto al tragitto percorso in questi sei anni, si aggiungono sei fermate, un cambio di linea, il fatto che la verde, passata Udine, va molto più lenta, il terno al lotto di dover prendere un treno su tre che vanno in quella direzione, sei euro di abbonamento interurbano (il doppio). E la distanza fra la metro e la redazione raddoppia. Insomma, ci si diverte.

Si chiude un ciclo, un periodo, se ne apre un altro. E, a pensarci, noto una cosa curiosa. Una puttanata, probabilmente, ma comunque una cosa. Verso la fine del 1997, si è chiuso abbastanza nettamente un periodo della mia vita. Maggiorenne lo ero da un paio d’anni, ma improvvisamente mi ero ritrovato ad aver chiuso con la scuola, a vivere da solo e a cominciare a chiedermi “Ok, adesso che faccio?” A diventare grande, insomma. Da quel momento in avanti, ogni (circa) tre anni si è bene o male chiusa una fase.

Verso la fine del 2000, per esempio, si è decisamente chiusa una fase. In quei tre anni avevo scoperto gioie e dolori della vita da single, ma anche di quella da coinquilino con un po’ di persone diverse. Avevo sperperato una marea di soldi e me ne ero goduti (e ne avevo pagato) i frutti. E in parte, bisogna dirlo, me li godo e me li pago ancora. Avevo gestito l’onere del servizio civile e provato sulla pelle la mia prima esperienza lavorativa, in edicola. Mi ero affacciato sul magico mondo di Internet e, grazie ad esso, avevo conosciuto una marea di gente spettacolare, incontrato la Rumi e iniziato a scrivere di videogiochi, prima per passione, poi addirittura per soldi. E in quella prima estate del nuovo millennio mi ero anche gustato la mia prima vera vacanza all’estero (Irlanda, macchina e B&B) da bimbo totalmente autonomo!

Ma, si diceva, verso la fine del 2000 (diciamo pure a cavallo fra 2000 e 2001), questo periodo tanto folle e simpatico si chiuse. Si chiuse per tre motivi. Uno, abbastanza pratico e materialista: l’assunzione in Future Media Italy. Colloquio praticamente imposto dal Solettone, assunzione quasi automatica. Cominciava l’era delle 39 ore settimanali, delle ferie pagate, della tredicesima, delle scadenze fisse, delle menate da impiegato frustrato e dell’assegno a fine mese. Il secondo, beh, che ve lo dico a fare, una certa persona si stava finalmente cavando dal cazzo, e faceva spazio ad altre due persone ben più piacevoli, una delle quali, fra l’altro, ancora oggi vaga per l’appartamento.

E c’è ovviamente il terzo avvenimento, meno netto e identificato nel tempo, meno pratico, magari più romantico. Stava finendo il gran periodo del Vit. Già, it.fan.studio-vit, quella incredibile comunità di gente che avevo conosciuto a cominciare dai primi mesi del 1998, quella a cui più di tutte sono ancora legato, quella che, per carità, ancora esiste e ancora frequento. Per mille motivi, che non ho neanche troppo voglia di approfondire, stava finendo il periodo dello splendido newsgroup, dei tanti raduni memorabili, delle gioie e dei dolori vissuti grazie a quell’enorme cumulo di caratteri. E, insomma, si chiudeva un ciclo.

Nel biennio 2003/2004, per l’appunto (circa) tre anni dopo, succedevano un altro po’ di cose. Succedeva, per esempio, la scomparsa dalla mia vita di una persona che mi aveva rovinato il fegato per tre anni e per certi versi, tramite le conseguenze delle sue azioni, me l’avrebbe rovinato anche negli anni venire. Una fuga nella quale, modestamente, credo di aver giocato un concreto ruolo. Succedeva, poi, che lo scettro di schiavista dei collaboratori di PSM passasse nelle mie mani. E, beh, era un bel cambiamento, sotto certi aspetti (ma neanche troppi), per quel che riguardava il mio lavoro (ovvero, non dimentichiamocelo, una buona fetta delle ventiquattro ore giornaliere).

Sempre in quel periodo, mi capitava fra le braccia il mio primo press tour, in quel di Grindelwald, a seguire per la prima volta lo European Pro Evolution Soccer Championship. E un mese dopo partivo per quello che considero – non me ne vogliano le splendide Alpi svizzere – il mio primo vero press tour, a San Francisco per Ubisoft, assieme a Cristian Born, Marco Accordi e al Solettone. Più avanti, nel 2004, esplodeva l’insufficienza renale di Schifilide, all’improvviso, giungendo al culmine nel giro di ventiquattro ore. Vendevo la Fiesta, la mia macchinina, che in tante imprese mi aveva accompagnato fin dal lontano ’97. E si mettevano le basi per l’avvento della Rumi in casa Maderna, concretizzatosi a inizio 2005. Insomma, si chiudeva un altro bel ciclo mica da ridere.

Son passati altri tre anni, durante i quali ho sistemato dei problemi che mi trascinavo dietro da troppo tempo e ho viaggiato tanto per lavoro e abbastanza per sfizio. E arriva un altro bel cambiamento, quello descritto in cima. Si chiude davvero una fase, ne inizia una che è ancora da vedere quanto e come sarà diversa. Certo è che, a buttare uno sguardo su questi primi sei anni da lavoratore “serio”, di considerazioni se ne possono trarre parecchie. Ma per più di un motivo non è forse questo il luogo. Mi limito quindi a dire che, come detto, si chiude un’altra fase.

Una fase il cui termine viene sancito dalla vacanza in Giappone che sognavo fin da bambino, dal trasferimento lavorativo a Cernusco, da un inizio anno che di buone notizie ne ha portate pochine, e da un nuovo viaggio a San Francisco. Tre anni fa, proprio da San Francisco, iniziai a vagare fuori dall’Europa a spese altrui. E assieme a me c’era uno dei due capoccia di Nextgame. Oggi, tre anni dopo, sempre a spese altrui, torno a San Francisco. E assieme a me c’è l’altro dei due capoccia di Nextgame. Mi sembra proprio che si stia chiudendo un cerchio, ma posso sbagliarmi.

4 pensieri riguardo “Scatole”

  1. Ah, ma poi, ahahhaaha, che pirla, me n’ero scordato, c’è una cosa fondamentale, che proprio sancisce senza pietà: ho un cellulare! Hahahaha, alla bellezza di ventinoveanniquasitrenta, le mie tasche guadagnano finalmente la presenza di un telefonino. Ovviamente non l’ho comprato, ma l’ho ereditato dalla Rumi, che se n’è beccata uno nuovo coi punti Omnitel. Il numero, comunque, ce l’hanno solo pochissimi intimi, praticamente nessuno. Praticamente mi arrivano più messaggi di spam che telefonate. Però, oh, la foto in apertura l’ho scattata col telefonino! Hahahahah, direi proprio che questo sancisce in maniera <>definitiva<>. Ma tipo la fine degli ultimi trent’anni, altro che gli ultimi tre.

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