giopep in Japan – Bambole di Natale


DISCLAIMER: Ma facciamo anche senza.

Tokyo, 24 dicembre 2006.
La giornata si apre con un’abbondante colazione, fatta di caffé (o quasi: una specie di Nescafé giapponese), onigiri e succo di pompelmo. Dopo esserci riempiti a dovere, decidiamo di avviarci, diretti verso la zona di Harajuku. La domenica mattina non è proprio il momento più vitale della settimana anche in Giappone, ma piano piano la città si animerà. Zompiamo sulla Yamanote e scendiamo ad Harajuku, dove decidiamo di aprire le danze visitando lo Yoyogi Koen, il parco più grande di Tokyo. Mentre ci dirigiamo all’ingresso più vicino, notiamo sulla sinistra lo Yoyogi National Stadium, un palazzetto olimpico progettato da Kenzo Tange e costruito in occasione delle Olimpiadi del 1964. Il parco è letteralmente invaso dai corvi, che gracchiano ininterrottamente e contribuiscono a dare vita a un’atmosfera davvero particolare. Ce lo gironzoliamo placidamente, seguendo un po’ a caso le indicazioni delle mappe sparse in giro e abbandonandoci alla piacevole giornata.

Dopo essere spuntati fuori dal lato occidentale, costeggiamo il parco verso nord, passando davanti all’Olympic Youth Center e raggiungendo l’ingresso settentrionale della zona di Meiji-Jingu, che racchiude un grosso tempio shintoista e un notevole parco. Subito prima di entrare, ci attardiamo a sbirciare dentro una piccola scuola di equitazione, dove una bimba sta imparando a cavalcare. Proprio qui acquisto per la prima volta una cioccolata calda da uno dei cento milioni di distributori automatici che popolano il Giappone. Mentre sorseggio la mia sorprendentemente gustosa bibita calda, attraversiamo l’ingresso e ci inoltriamo nella foresta, passando davanti a varie costruzioni e raggiungendo questo bello spazio aperto, dove mi svacco e mi metto a scattare foto inutili mentre Elena ne scatta a me. Si rimane un po’ lì a rilassarci, osservando i palazzi in lontananza e sbirciando nel laghetto in basso. La giornata è complessa, perché sono tormentato da un piede e un ginocchio doloranti per le fatiche del giorno precedente, ma trovo la forza incosciente di proseguire.


La marcia riprende placida e, fra alberi e ponticelli, ci dirigiamo verso la costruzione principale. Qui gironzoliamo sbirciando in giro, fra gente in preghiera e negozietti di ammenicoli votivi, e scattando foto a cancelli, torri, decorazioni, monaci, porte e altre cosette sfiziose. Per esempio la sfilza di tavolette votive, 500 yen l’una, nientemeno, su cui bisogna scrivere i propri desideri. Poi ci pensano i monaci e le divinità. Già che ci sono, colgo l’occasione per eseguire, per la prima volta, la procedura di lavaggio “purificatorio” che fino a quel momento avevo trascurato (e che bisognerebbe eseguire sempre, prima di entrare in un tempio). Dopo una bella visita, decidiamo di allontanarci, non prima di aver fotografato furtivamente una ragazza in “uniforme” e un’altra costruzione a caso. Proseguiamo fino all’ingresso principale e decidiamo di trascurare il Jingu Naien, un giardino tradizionale (ovviamente a pagamento) che, probabilmente, in inverno non offre proprio il meglio di sé. E allora, dopo aver dato un’occhiata ai bariloni di sake, ci avviamo verso l’uscita del parco (non prima di aver fatto tappa al negozio di souvenir, dove tiriamo su qualche cagata).

Uscendo dal parco, passiamo sul ponte che collega l’area del santuario con la stazione, famoso per le ragazze che vi si ritrovano addobbate con costumi e vestiti a dir poco variopinti. Siamo ancora in tarda mattinata, quindi ce ne sono pochine, ma ci fermiamo comunque a sbirciare un po’. Dopodiché attraversiamo la strada e ci facciamo un giretto all’interno di Snoopy Town, un negozio interamente dedicato ai personaggi di Charles Schulz. Dopo aver eroicamente resistito alla tentazione di spendere lì dentro tutti i soldi rimasti, ci infiliamo in Takeshita Dori, la via che vedete in foto qua sopra. Takeshita Dori è, in sostanza, una via pedonale estremamente gggiovane, straripante di fast food e negozi di vestiti e altro (che so, moda per cani, giocattoli… Porta Portese…). Ce la giriamo con calma, arrivando fino all’incrocio con la più grande (e trafficata) Meiji Dori, che seguiamo verso nord per raggiungere l’area del santuario Togo Jinja.

Attraversato il solito tori d’accesso, gironzoliamo su questa specie di pontile, che offre una bella vista su un laghetto strapieno di carpe, ci arrampichiamo lungo una scala che fa molto Forbidden Siren e raggiungiamo il tempio vero e proprio (dedicato all’ammiraglio Togo Heihachiro, che guidò la flotta giapponese alla vittoria contro i russi nella guerra di inizio ventesimo secolo). Mentre esploriamo il posto, ci rendiamo conto di essere capitati nel bel mezzo di un matrimonio e ci ritroviamo ad osservare la cerimonia a bocca spalancata. Purtroppo la batteria della fotocamera ci abbandona (la stanchezza della sera prima mi ha fatto dimenticare di metterla in carica) e da qui in poi dovremo ripiegare su quella, pezzentissima, di riserva (con cui peraltro Elena gira al volo un filmatino della cerimonia. La qualità è quella che è, ma perlomeno si sente la musica).

Dopo esserci fatti una sana dose di cazzi altrui scendiamo un’altra scalinata e ci ritroviamo in un affascinante mercatino d’antiquariato, che – leggo sulla guida – si tiene ogni prima e quarta domenica del mese. Facciamo un veloce giro fra le bancarelle e Elena si diletta a fotografare un paio di bambole. Dopodiché, dato che il tempo inizia a farsi tiranno, decidiamo di allontanarci e fuggire verso il ristorante. Il luogo scelto è Maisen, uno fra i ristoranti di Tonkatsu più famosi e amati di Tokyo. L’avevo individuato giorni prima sulla guida e avevo subito deciso che, il giorno in cui saremmo passati da Harajuku, avremmo mangiato lì, nella zona di Aoyama, circa cinquecento metro a sudest del Togo Jinja. Lungo il cammino, ci soffermiamo a osservare un’area un po’ più “residenziale” del quartiere, incappando anche, in un vicoletto, in un simpatico murales. Da notare che, ancora una volta, la mappetta della Rough Guide si rivela mostruosamente precisa: il ristorante è esattamente all’angolo di strada indicato.

Ci infiliamo nel posto e veniamo fatti accomodare sulle panche d’attesa. La maggior parte dei ristoranti giapponesi, infatti, è dotata di una lunga fila di panche dove la gente che deve attendere può accomodarsi. Ogni volta che qualcuno viene fatto accomodare al tavolo (e libera quindi dello spazio in testa alle panche), tutta la coda si alza e “trasla” con ordine. In genere, perlomeno nei posti in cui siamo stati, l’attesa non è molto lunga. I giapponesi, infatti, tendono a gestire il pasto abbastanza in fretta, senza soffermarsi più di tanto nella fase “relax” del dopo mangiato. Durante l’attesa sbirciamo il menu che ci viene consegnato e iniziamo a decidere cosa dovremo mangiare. Una volta fatti accomodare, optiamo per due menu diversi, ovviamente entrambi a base di tonkatsu. E già al primo assaggio ci rendiamo conto di essere capitati in una sorta di Eden. Avevo già delirato al riguardo qui, ma tocca ribadire: una cotoletta di maiale così buona non l’avevo davvero mai mangiata. Ma al di là dei paragoni, si parla di qualcosa di incredibile proprio di suo. Ogni morso è un’esplosione di gioia. Mentre mangiavo avevo letteralmente le lacrime agli occhi, per quanto mi stava piacendo.

Ah, il menu comprende, oltre alla cotoletta e all’inevitabile contorno di riso bianco, una serie di cazzetti e cazzettini da mangiare. Ovviamente i cazzetti e i cazzettini dipendono dal menu che si è scelto, ma la sostanza non cambia di molto. Sul tavolo c’è tutta una serie di barattolini da cui pescare le varie salse da spargere sopra alla cotoletta. Inoltre, con alcuni tipi di tonkatsu viene servita una salsa speciale apposita (è capitato ad Elena). Una volta finito di godere, ci alziamo e fuggiamo, ricevendo peraltro alla cassa un gentile omaggio natalizio fatto di panini contenenti, sigh, altro delizioso tonkatsu. Da notare che all’interno del risorante c’è proprio una specie di mini negozietto, in cui è possibile comprare questo genere di cose.


Una volta usciti, ci dirigiamo verso sud, scendendo dalla collina su cui si trova il quartierino del ristorante e dirigendoci verso Omotesando. Lungo il tragitto ci imbattiamo in una roba che non so cosa sia ma che Elena vuole fotografare. Spuntiamo in Omotesando e la percorriamo verso la stazione. Per la cronaca, trattasi di una via parecchio ampia, satura di macchine e persone, in cui si trovano uno sproposito di negozi (fra cui il Kiddyland visitato il giorno prima). Arrivati in fondo alla via ci ritroviamo nella zona della stazione, che nel frattempo si è decisamente popolata: sul ponte è ormai pieno di ragazzine vestite in modo allucinante e davanti alla stazione c’è un gruppo di tamarretti giapponesi che cantano una qualche canzone rockeggiante. Ma non c’è tempo, dobbiamo fuggire. Zompiamo sulla Yamanote e, dopo un paio di cambi, ci ritroviamo sul treno della metropolitana che ci deve portare a Odaiba.

Odaiba è il quartierino che si affaccia sulla baia, meta di coppiette amoreggianti e turisti curiosi. Ma ne parlerò più avanti, quando racconterò della sera in cui siamo andati a gironzolarvi senza particolare meta. In quest’occasione, infatti, la meta è ben precisa: una fiera di bambole quasi interamente dedicata alle Super Dollfie che si tiene a Tokyo quattro volte l’anno. Il tutto si svolge all’interno del Tokyo Big Sight (sito ufficiale), un complesso fieristico enorme e, ovviamente, modernissimo. Arrivati alla stazione di Kokusai Tenjijo, scendiamo dal treno e ci dirigiamo verso il luogo del delitto. Mano a mano che ci si avvicina al posto, cominciamo a incrociare persone cariche di sacchetti e sacchettoni, presumibilmente gravidi di bambole. Elena prevede di fare spese e andiamo quindi alla ricerca di uno sportello ATM per prelevare. Infilandoci in un supermercatino abbiamo la conferma definitiva del fatto che gli ATM che si trovano al loro interno non supportano le carte internazionali. Ma d’altra parte ci troviamo in un importante complesso fieristico e, come è solo logico che sia, al suo interno troviamo uno sportello internazionale da cui ci approvvigioniamo.

La fiera, dimensioni spropositate a parte, non è particolarmente diversa dalla classica fiera specializzata italiana, con una lunga serie di tavoli e tavolini addobbati dai vari espositori e un paio di sezioni “big” gestite in prima persona dalla Volks (fra cui un’esposizione dedicata alle fiabe). Si gironzola, si osserva, si basisce e si compra, in un vero tripudio di bambole. Elena, ovviamente, scatta una marea di fotografie, delle quali infilo qui qualche esempio.


Elena investe un po’ di soldi in vestiti e controvestitini, fra cui un kimono comprato a questo banchetto, gestito da una signora molto simpatica e che si rivelerà poi essere una specie di star dell’ambiente, rispettata e riverita dalle appassionate (ma che Elena sul momento non aveva riconosciuto). Una volta concluso l’epico tour, usciamo, ci rilassiamo un’attimo sulle panche e ci avviamo verso l’uscita, pronti a inforcare la monorotaia Yurikamome, che praticamente collega per direttissima Shimbashi e Odaiba. Nel giro di mezzoretta siamo in albergo, dove ci fermiamo un po’ a rilassarci. Dopodiché si esce di nuovo, diretti verso Roppongi Hills, dove si arriva abbastanza comodamente con la metropolitana.

Roppongi Hills (qui il sito ufficiale) è una roba impressionante: praticamente un centro commerciale grosso come un piccolo quartiere. Ci sono due enormi palazzi, il più grosso dei quali, oltre a negozi e ristoranti, contiene anche svariati uffici (la foto purtroppo è venuta mossa). Oltre a questi, ci sono altre costruzioni, un cinema e svariate aree all’aperto. Una cosa incredibile, abnorme, in cui è davvero impossibile orientarsi senza fare casino e andare anche un po’ a caso. Fra mappe, volantini e indicazioni strane, vaghiamo alla disperata, visitiamo il posto e raggiungiamo anche un ristorante di sushi, ma il posto straborda di gente (la vigilia di Natale, a quanto pare, è una sera in cui tutte le coppiette se ne vanno a cena fuori) e allora decidiamo di gironzolare ancora un po’ e andarcene poi a mangiare in albergo, all’insegna del relax. Ci strafoghiamo con l’Akebono Crab di Kazuhisa, dei Ritz comprati per l’occasione e i panini del Maisen e, dopo un po’ di relax, sveniamo alla disperata.

Altre cose
Tonkatsu
Molto semplicemente, cotoletta di maiale. La panatura è abbastanza simile a quella italiana, anche se, a quanto ho capito, si utilizza una mollica di pane tipicamente giapponese. La consistenza e il sapore, quando è di qualità, hanno del paradisiaco. Si mangia “impreziosita” da una salsa apposita. Scheda su wikipedia.

Distributori automatici
Il Giappone è pieno di distributori automatici di bibite, calde e fredde. Se ne trovano veramente ad ogni angolo di strada e sono comodi non solo per recuperare da bere, ma anche perché sono quasi sempre accompagnati da un cestino della spazzatura (oggetto invero abbastanza raro, nella terra del Sol Levante). I distributori accettano monete e banconote, danno il resto e sono tenuti in perfetto stato. Insomma, niente a che vedere con i distributori di malattie infettive che si trovano nella metropolitana milanese. Nella stragrande maggioranza di questi distributori si trovano solo acqua, bibite gasate e bevande calde (caffé, the, cioccolata), mentre gli alcolici sono stati più o meno banditi. Di scenette alla Maison Ikkoku con Godai e amici che si sbronzano al distributore, insomma, è difficile vederne.

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