giopep in Japan – Emperor Tsubasa


DISCLAIMER: Questi racconti si basano sulla mia esperienza diretta e sulle mie conoscenze personali. Posso quindi finire per scrivere inesattezze, magari anche scemenze colossali. Eventuali correzioni saranno più che gradite.

Tokyo, 23 dicembre 2006.
Il risveglio, come ovvio, è abbastanza anticipato. Del resto, fra fuso orario e stanchezza, ci siamo addormentati molto presto. Io mi desto intorno alle 6:30, ma Elena è anima in pena vagante già da almeno un’ora. Dopo esserci serviti un the con l’apposita attrezzatura presente in camera, ci prepariamo a uscire. Il programma della mattinata prevede un giro al palazzo imperiale, che di norma apre le sue porte solo su prenotazione, a chi segue una visita guidata di quelle gestite dalla Imperial Household Agency. Oltretutto la cosa non si può fare durante il fine settimana. Epperò, il 23 dicembre è il compleanno dell’imperatore, e questo cambia tutto, dato che si tratta di uno degli unici due giorni (l’altro è il 2 gennaio) in cui l’accesso è aperto a tutti, seppur regolato nell’afflusso: si entra dalle 9:30 alle 11:20 e si viene fatti avanzare a scaglioni, per assistere a una delle tre apparizioni (10:20, 11:05, 11:40). Il popolino può così entrare in zone normalmente ad esso precluse e salutare la famiglia imperiale, che si affaccia da una balconata (protetta da vetri antiproiettile). Insomma, un evento sfizioso, curioso e impossibile da schivare, considerando che capitiamo in zona proprio in quei giorni. Oltretutto, rappresenta anche l’unico modo per visitare in giornata il parco orientale del palazzo (altrimenti noto come Higashi Gyoen), normalmente aperto al pubblico, ma momentaneamente chiuso.

Visto che è tutto sommato presto, decidiamo di andare fino al palazzo a piedi, seguendo la ferrovia e cazzeggiando attorno alla zona della Yamanote. La prima tappa, però, è rappresentata da un posto in cui fare colazione. Ci infiliamo così in un Doutor che si trova subito fuori dalla stazione di Shimbashi. Doutor è sostanzialmente un clone giapponese di Starbucks, specializzato però nel solo caffé. In pratica, niente cioccolata calda. Si va quindi di cappuccino e dolciume vario. Il tutto è gestito in maniera molto occidentale, comunque. Una volta consumata la colazione, il vassoio va schiaffato su una specie di mensola, da cui chi si occupa di pulire lo recupera senza passare dal via. Lì di fianco c’è sempre una postazione da cui pescare un bicchiere d’acqua: può essere una brocca o un rubinettino, in ogni caso ci sono svagonate di bicchieri per servirsi tranquillamente.

Una volta gestita la colazione, decidiamo di passare dall’ufficio biglietti della JR per prenotare il viaggio sullo Shinkansen: ci muoveremo nel periodo di capodanno e, da quanto abbiamo letto, se c’è un momento dell’anno in cui l’intero Giappone si mette in viaggio, è proprio quello. La gestione della cosa è tranquilla e semplice, perché la tipa dietro al bancone si esprime molto bene in inglese. Fra l’altro, osservare gli impiegati JR al lavoro è davvero affascinante, perché gestiscono il tutto agendo su un enorme touch screen e, contemporaneamente, una specie di mega tastiera stranissima. Vederli muovere abilmente le mani sui due sistemi di controllo è ipnotico.

Prenotiamo insomma il biglietto per l’andata verso Kyoto (prevista per il 28 dicembre) e decidiamo improvvidamente di non portarci avanti e prenotare anche il ritorno (“Ma sì, dai, riflettiamo un attimo sull’orario e prenotiamo più avanti, tanto non sembra problematico”). Riparte quindi la marcia verso il palazzo imperiale, effettuata sostanzialmente costeggiando il fronte occidentale della ferrovia, passando di fianco a spettacolari alberghi, affascinanti ristorantini e una sede di Bic Camera (ne parlerò in futuro). Dopo una piacevole camminata arriviamo nella zona della Tokyo Station e, prima di dirigerci verso il palazzo, diamo una veloce esploratina, per individuare meglio il punto (davanti al Marunouchi Building) in cui dovremo incontrarci con Kazuhisa. Orientarsi si conferma abbastanza semplice, sicuramente anche grazie alle mappette della Rough Guide, ma soprattutto perché davvero ovunque ci si giri si trovano per strada mappe più o meno dettagliate pronte per essere consultate dai turisti. E finalmente giungiamo nell’area del palazzo imperiale. E c’è una marea di gente.


Una volta passato il ponticello per superare il fossato esterno, ci si incammina per il vialone, che porta all’area dei controlli. Lungo la strada incappiamo in un gruppo di tizi e ragazzini che distribuiscono bandierine del Giappone fatte in carta di riso, pronte per essere sventolate quando sarà il momento topico. Poi ci sono una serie di tappe in cui vengono controllate velocemente le borse, le tasche eccetera… un po’ tipo ingresso allo stadio. Passati i controlli, ci si intruppa in fila e si sale verso il ponte che conduce all’ingresso dell’area interna, quella in cui normalmente non si può entrare. Mentre in alto comincia ad apparire il palazzo, facciamo caso a parecchie facce occidentali sparse fra la folla. Di gaijin ce n’è davvero tanti e tanti ne noterò nei giorni a venire (un sacco di italiani, fra l’altro). La cosa interessante è che si vede una marea di uomini occidentali accompagnati da pulzelle autoctone. Evidentemente il maschio d’occidente fa tendenza.

Una volta attraversato l’ultimo fossato, si arriva a destinazione e ci si piazza – in maniera ovviamente molto ordinata – davanti alla balconata su cui si affaccerà la famiglia imperiale. Alle nostre spalle c’è uno stuolo di fotografi, mentre di fronte si trova quello che sarà il luogo del delitto. Durante l’attesa il sole comincia ad alzarsi sopra agli alberi e il caldo aumenta, rendendo di fatto la giornata sempre più piacevole, oltre che perfetta per il calcetto che seguirà nel pomeriggio. Dopo una ventina di minuti, ovviamente in totale puntualità, l’imperatore si mostra (zoom e filmato), sommerso da un coro di “Banzai”. Terminato il caos, l’imperatore si esibisce in un breve discorso, al termine del quale ricomincia il delirio di bandierine e saluti urlati (filmato due e filmato tre). Dopodiché ci si incammina verso il basso e verso l’uscita, per far posto a chi arriverà dopo di noi. Da qui decidiamo di cogliere l’occasione per farci un giro nel parco orientale.


Ci dirigiamo verso nord, raggiungendo questo enorme spiazzo, che in primavera, quando tutto è fiorito e le folle si svaccano a fare pic-nic, dev’essere davvero uno spettacolo. Fra foto ad alberelli, a mappe scolpite su pietrone e alle turche giapponesi, proseguiamo il nostro giro, inerpicandoci su questa piccola rocca, scrutando la Imperial Music Hall e notando in lontananza il tetto del Budokan (mitico palazzetto dello sport famoso per le competizioni di arti marziali e per i tanti concerti). Il parco è molto bello e passeggiare è un piacere. Non manca, ovviamente, il negozietto di souvenir, cui altrettanto ovviamente lasciamo giù un corposo obolo. Visto che c’è ancora un po’ di tempo prima dell’appuntamento con Kazuhisa, decidiamo di uscire dalle mura e procedere verso nord, andando a dare un’occhiata da vicino al Budokan e proseguendo poi verso lo Yasukuni Jinja.

Mentre ci avviciniamo, spunta fra gli alberi un Torii (sorta di “porte” enormi) in acciaio grigio, abbaiato come il più alto del Giappone. Dopo esserci passati sotto, proseguiamo, raggiungendo il tempio, famigerato per il suo aver promosso nel tempo un forte sentimento nazionalista. Interessante, sulla sinistra, l’esposizione di ikebana (in poche parole, l’arte di disporre i fiori). Probabilmente altrettanto interessante, sulla destra, il museo militare, ma ormai è tardi e tocca fuggire: prendiamo al volo la metropolitana (Elena fotografa il simpatico adesivo che ho usato in apertura qui) e, una volta raggiunta la Tokyo Station, ci separiamo, perché io devo correre, ovviamente in ritardo, all’appuntamento. Kazuhisa mi aspetta al Marunouchi Building, che per fortuna trovo abbastanza velocemente, grazie alle mai troppo lodate mappe per turisti piazzate, lo ribadisco, praticamente ad ogni angolo di strada.

Una volta zompati in macchina, ci dirigiamo verso l’autostrada. Nell’autoradio c’è un CD dei Led Zeppelin, che Kazuhisa mi spiega essere tuttora molto popolari in Giappone. Al casello vedo spuntare una mano dal gabbiotto: Kazu ferma la macchina e un tipo si affaccia per esigere l’obolo. Dopodiché si parte e ci si dirige verso la prefettura di Saitama (una mezzoretta circa a nord di Tokyo). Una volta arrivati in zona, facciamo una tappa a una specie di autogrill, dove recupero un paio di tramezzini (non sia mai che affronti il calcetto a stomaco vuoto) e dove incontriamo alcuni degli amici di Kazuhisa. Ci si dirige quindi alla zona dove si giocherà: una specie di enorme parco, con strutture di un po’ tutti i tipi. Ci sono prati enormi, campi da calcio e via dicendo, tutto pubblico e pronto all’uso.

Kazuhisa, gentilissimo, mi ha procurato maglietta (del Milan), pantaloncini e scarpe. Queste ultime, però, nonostante gli avessi comunicato la taglia e mi fossi sentito dire che ho dei piedi molto grossi, si rivelano troppo piccole, anche se di poco. Per fortuna mi ero portato le mie! Fra l’altro spunta uno dei suoi amici, tale Shunsuke, che mi regala un paio di calzettoni nuovi (scoprirò poi che lavora in un negozio di articoli sportivi). Il gruppetto di amici, comunque, è splendido. C’è gente di tutti i tipi e, quando poi giocheremo, si rivelerà sostanzialmente il classico gruppo di disperati che si beccano per giocare a calcetto a tempo perso, come ce ne sono in tutto il mondo, temo. C’è quello forte, lo scarsone, quello bravo che gioca nella squadra di sarcazzo categoria, il ragazzino talentuoso e via di questo passo.

Anzi, dai, commentiamo al volo quelli che mi ricordo meglio della foto lì in cima. Ma già che ci siamo la rimetto qua sotto, la foto. Foto che, peraltro, è incredibile: sembra un fotomontaggio. Voglio dire, guardatemi: praticamente sono il doppio di chiunque altro! E il bello è che mentre ero lì non me ne rendevo conto. Che fossero quasi tutti più bassi di me, beh, era evidente, ma mentre ero lì a giocare non mi rendevo assolutamente conto di essere largo il doppio di chiunque. La cosa è probabilmente dovuta al fatto di non avere sott’occhio un altro occidentale come termine di paragone visivo, ma resta il fatto che, quando ho visto per la prima volta quest’immagine, ci sono rimasto di stucco.


Comunque, fra quelli in piedi, partendo da sinistra, il secondo è Masakazu, un tizio che mi ha ricordato parecchio il Cobra (e chi lo conosce avrà già un’idea precisa). Travolgente parlantina, buon inglese (ha vissuto qualche anno in Germania), si rivelerà un gran compagnone alla cena del 26 dicembre. Di fianco a lui, terzo da sinistra, c’è il campione giapponese di Winning Eleven, quello che, per chi se lo ricorda, mi aveva devastato un paio di anni fa all’evento organizzato in Sardegna per PES5. Subito di fianco a lui, con la maglia del Milan, si trova “quello forte che gioca in una squadra pro”. E in effetti forte lo è per davvero. Poi, in maglietta rossa, potete ammirare un tipo simpatico, con una faccia che più giapponese non si può, veloce e pure bravino. L’ultimo sulla destra è un grandissimo, vocione, serioso ma simpaticissimo, padre del ragazzino con la maglia del Barcelona che gli sta davanti. Il figlio, pure, bello talentuoso, il classico ragazzetto forte che in ‘ste situazioni da calcetto qualcuno si porta sempre dietro. Fra quelli chinati, segnalo in particolare il faccia da pirla che si trova dietro di me. Praticamente è il giullare del gruppo, e dovreste averlo ammirato qui. Simpaticissimo, anche se non spiccica mezza parola d’inglese. Degno suo compare, sempre fra i chinati, quello con la maglia scura, simpatico e disponibile, anche se un po’ timido. Quello più a sinistra, invece, è il già citato Shunsuke. Infine, accucciati assieme a me, si trovano un simpaticone con la maglia del Milan e la sua promessa sposa, personaggio fondamentale perché dotata di una buona conoscenza dell’inglese e quindi ottima per la chiacchiera spicciola. Purtroppo sono una merda e non mi ricordo i nomi, ma vabbé, ho pure la scusante di essermi sentito dire tutti assieme una sfilza di nomi esotici. Ah, Kazuhisa non si vede perché sta scattando la foto.

A proposito di Kazuhisa: è il capetto, l’organizzatore. Praticamente come il sottoscritto. Gestisce tutto, spiega cosa si farà, organizza e crea. Dopo un breve riscaldamento, che io trascorro per lo più ingozzandomi coi tramezzini, ci si mette tutti in cerchio e c’è una serie di presentazioni incrociate, ovviamente condite da veloci inchini. La gentile ragazza mi fa da interprete (e io sto cominciando a vergognarmi di non ricordare il suo nome) e bene o male capisco cosa sta succedendo. Dato che il campo è occupato, in attesa che si liberi ci lanciamo in una partitella di riscaldamento… a quattro porte (fatte coi coni). Una su ogni lato, due per squadra, un delirio. Non si contano le volte in cui sono tranquillo perché sto difendendo la porta alle mie spalle e mi vedo scappare via l’uomo che va a fare gol nell’altra. Momenti di vera angoscia. Per di più questi corrono come treni e io sono fermo da oltre un mese. Insomma, finché dura va bene, ma le prospettive sul lungo termine sono di collasso imminente.

Ad ogni modo, una volta finita la partitella ci si sposta nella zona dell’ormai liberato campo, che è molto grosso, almeno per i miei standard. Voglio dire, io sono abituato a giocare in 5 contro 5, mentre qua si giocherà con due squadre da nove uomini. E il campo è grande di conseguenza. Si vota se giocare sul campo intero o a metà campo (ma sì, dai, campo intero, facciamoci del male) e ci si butta nella mischia. Quelli che saranno i miei compagni mi chiedono in che ruolo gioco, “Defence”, in che posizione, “Center”, e commentano il tutto con un “Ooooh!” dei loro, di quelli che davvero adoro. In realtà la mia totale confusione tattica sarà palese nel giro di pochi minuti, ma è pur vero che – come in ogni situazione da calcetto scazzo che si rispetti – di gente in grado di tenere la posizione si rivelerà essercene pochina. La mia scarsa condizione fisica, comunque, piano piano emerge sempre più, nonostante io cerchi di risparmiarmi. Ad ogni modo, fra gli highlight della prima partitella emergono il primo di una lunga serie di infortuni (rubo palla a Kazuhisa e lui, nello slancio, mi premia devastandomi i nervi della gamba con una ginocchiata) e i miei compagni che, vedendomi “bestio e grosso”, mi invitano a salire su ogni calcio d’angolo.

La partitella, come detto, è solo la prima. Anzi, per essere più precisi, è il primo di quattro tempi, da non so quanti minuti, che a me sembreranno tutti lunghissimi. Grazie al cielo i successivi tre si decide di giocarli su metà campo (tirando su delle porte arrugginite abbandonate ai lati), ma questo non mi impedirà di ritrovarmi letteralmente moribondo durante l’ultima frazione. All’inizio di ogni “tempo” si rimescolano le squadre, estraendole a sorte pescando carte da gioco. Nel complesso, prima di stramazzare al suolo, trovo qualche vago momento di gloria, per esempio quando, subito dopo aver rubato una palla a metà campo, sento qualcuno alle mie spalle esclamare “Gattuso!”, e quando riesco addirittura a tirare in porta e centrare un incrocio dei pali. Il gioco è comunque molto “isi” ed evito di buttarla troppo sul fisico, un po’ perché la mia condizione limita l’agonismo, un po’ perché se provo ad alzare un braccio finisco per piantare le mani in faccia alla gente. Fa davvero impressione, non avere minimamente il senso delle proporzioni per la gente contro cui stai giocando!

In ogni caso, il pomeriggio scorre divertentissimo, immerso in gente che urla continuamente “Shuto”, “Heado” e “Andresan”, che si diverte e mi fa divertire un mondo, che è sempre adorabile in quella loro fantastica, allucinante ed esagerata teatralità. Non ho idea di come siano finite le varie partitelle, non è che si tenesse proprio il punteggio, anche perché si rimescolavano le squadre a ogni intervallo. Peraltro si è chiuso con la classica “chi segna vince”, e ha segnato la mia squadra. Ah, fra l’altro, sempre parlando di intervalli, sottolineo come ci fosse un gruppetto di accaniti fumatori, che coglieva ogni momento di pausa per farsi una dose. Da notare che erano dotati di una specie di posacenere portatile. Un cilindretto con sportellino, da usare per non seminare cenere in giro. Sul momento rimango di sasso, ma nei giorni successivi ne vedrò anche altri, in giro per Tokyo.

Una volta giunti al termine del pomeriggio mortale, ci si riunisce tutti in preda all’agonia e si scatta qualche foto celebrativa. Kazuhisa, poi, tira fuori il sacco di Babbo Natale, carico di regali e regalini per tutti, da pescare a caso. Io mi ritrovo con una scatolazza di Akebono Crab. Granchio, insomma. Uno dei tanti regali che vedo scartare è una pistola che produce bolle di sapone a raffica. Meraviglioso il coro di “Ooooooh!” – detto, ancora, con quell’intonazione tipicamente giapponese – sparato da tutti quando vedono svolazzare le bolle. Giunge quindi il momento dei saluti e io, dopo essermi velocemente cambiato, zompo nella macchina di Kazuhisa, dove veniamo raggiunti anche dalla felice coppietta anglofona/fidanzato.


Ci si dirige quindi verso Ikebukuro, il quartiere di Tokyo in cui vive Kazuhisa e dove abbiamo appuntamento con Elena, davanti a uno showroom di Superdollfie (un genere di bambole che tornerà d’attualità a Kyoto). La mia donzella ha passato il pomeriggio gironzolando per Shibuya, visitando negozietti e facendo qualche piccolo acquisto. Mi racconterà fra l’altro del posto in cui ha mangiato, nel quale tutti mangiano usando la forchetta per arrotolare gli spaghetti in un cucchiaio. Elena sostiene di aver dato spettacolo e generato ammirazione col suo inforcare e arrotolare spaghetti usando una sola mano. Durante il viaggio per raggiungerla, chiacchiero parecchio con l’anglofona, che mi svela di avere una sorella appassionata di Italia e italianerie. La chiacchiera piano piano si sposta su vari argomenti tipo il cibo e i nostri programmi dei giorni successivi. Le illustro per esempio svariati piatti della cucina italiana, spiegando da quali regioni provengono e arrivando addirittura a raccontarle di Cass@la e polenta, oltre che dei motivi per cui la pizza migliore non è che si mangi proprio a Milano. Salta fra l’altro fuori che il suo uomo è fanatico delle produzioni Studio Ghibli.

Comunque, si arriva all’incontro e, dopo aver raccattato Elena, Kazuhisa decide di farci un po’ da tassista, mostrandoci Omotesando, Shibuya, Shinjuku e qualche altra zonetta. Tre le tappe: un minimarket, un negozio di articoli sportivi in cui lavora Shunsuke, e Kiddy Land. Nel primo posto ci fermiamo perché sto letteralmente morendo e ho bisogno di liquidi. Il negozio di articoli sportivi, invece, “serve” per trovare la maglietta ufficiale della nazionale giapponese di calcio. Alberto di Supergulp mi ha chiesto di comprargliela e io eseguo. Kazuhisa parcheggia, ci accompagna e “gestisce” perché la maglietta mi venga pure data con ingente sconto. Infine, senza che gli venga chiesto nulla, Kazuhisa deposita noi e la gentile coppietta davanti a Kiddy Land e si piazza ad aspettare da solo in macchina per una mezz’ora buona. Questi giapponesi davvero non scherzano un cazzo, quando si tratta di far gentilezze!

Kiddy Land è un negozio di giocattoli. Un negozio di giocattoli che, come tutti i negozi giapponesi “di un certo peso”, si estende su più piani. Nel caso specifico si parla addirittura di sette piani. Sì, sette piani di giocattoli, ognuno col suo “argomento” specifico. C’è veramente da perdersi, tanto che la mezz’ora che ci siamo dati per l’esplorazione finisce per andarci tremendamente stretta (ma è comunque sufficiente per comprare una marea di cazzate e cazzatine). Una volta riuniti in macchina, Kazuhisa ci porta fino alla più vicina stazione dei treni e ci si saluta tutti, con la promessa di ribeccarci il 26. Già che ci siamo, colgo l’occasione per smollargli un regalino che gli abbiamo portato dall’Italia. Una volta a bordo del treno, mi accascio un po’ e finisco per collassare, proprio alla maniera dei giapponesi.

Già, i giapponesi che si addormentano in metropolitana/treno col collo a penzoloni. Adesso sì che li capisco: al di là del fatto che sono sicuramente sempre stanchi per le tirate lavorative, il punto è che in metropolitana, se si è seduti, in Giappone si sta da Dio. Sedili comodi, morbidi e strariscaldati, roba da friggersi le palle. L’abbiocco sale in men che non si dica e la testa crolla in avanti, anche perché il movimento è fluido, costante, cullante. Qui fra l’altro capisco finalmente da dove derivino le femmine coi capelli davanti agli occhi che infestano gli horror giapponesi: sono palesemente morte mentre erano addormentate in metropolitana!

Mentre collassiamo, il treno si ferma e una voce annuncia in giapponese che è fuori servizio. Sollevo una palpebra, guardo fuori e vedo un tizio che, gentilmente, mi fa il gesto delle braccia incrociate a formare una X (che sostanzialmente significa “chiuso”). Ringrazio con un cenno del capo e segnalo il dramma ad Elena. Tocca scendere e aspettare il treno successivo. Ad ogni modo, arriviamo all’albergo e io decido di lavarmi alla giapponese: prima una doccia con cui mi tolgo di dosso ogni minimo rimasuglio di schifo e poi un bel bagno caldo, rilassante e rigenerante. Dopodiché si esce per andare alla ricerca di cibo.

Decidiamo di restare nelle vicinanze e ci dirigiamo alla zona “di confine” fra Shimbashi e Ginza. Qui si trova infatti Little Okinawa, un ristorante specializzato in cucina tipica di Okinawa, la cui descrizione sulla guida mi aveva incuriosito (questo il sito ufficiale, smanettando un po’ a caso dovreste trovare anche una mappetta). Senza dimenticare il non indifferente pregio di essere aperto fino a mezzanotte: la maggior parte dei ristorantini chiude infatti ben prima, fra le nove e le dieci. Lungo la strada Elena scatta una foto al bambolone in vetrina nel negozio di giocattoli della sera prima e un’altra a una deliziosa insegna. Ci mettiamo un po’ a trovare il posto, perché non c’è un’insegna in caratteri occidentali e le due guide (Lonely Planet e Rough Guide) non sembrano concordi nell’indicarlo sulla mappa. Scopriremo poi che la Rough Guide era precisa al millimetro e decideremo per questo di fidarci in futuro solo di lei. Dopo essere passati davanti al posto almeno un paio di volte senza rendercene conto, stiamo per buttarci in un ristorante a caso, ma io ho l’illuminazione: mi dirigo a quel ristorante che sembrava sfizioso e che guardacaso si trovava proprio nella via indicata dalla Rough Guide. Osservo il menu piazzato davanti all’uscita: è tutto scritto in giapponese, ma c’è il numero di telefono, che confronto con quello riportato sulla guida. Ed è lui, signore e signori!

Ci infiliamo quindi nel posto e ci sediamo al bancone. I cuochi/camerieri non spiccicano una parola d’inglese, a parte il tipo che sta alla cassa e che ha l’aria del caporeparto. Ci sono comunque due menu, uno tutto in giapponese, ma con le foto, e uno in inglese. Una cliente seduta a fianco a noi e dotata di ottimo inglese attacca bottone e ci invita a rivolgerci a lei in caso di necessità. Si interroga inoltre su come abbiamo scoperto il posto e rimane parecchio stupita di sapere che era indicato su un paio di guide (genero fra l’altro ammirazione spiegando come ho capito che era il ristorante giusto). Ci dice oltretutto che siamo stati fortunati, perché in genere è difficile trovare subito posto a sedere (ma d’altra parte siamo anche arrivati abbastanza tardi). Comunque, esploro il menu, decido di andare a naso e seleziono un paio di cose dalle foto, in base a ciò che più mi ispira. Scoprirò poi di aver beccato la specialità della casa. Faccio invece una mezza figura di merda nell’ordinare da bere, quando chiedo del Sake e vedo il tipo dietro al bancone (peraltro simpaticissimo) guardarmi storto. La tizia anglofona mi spiega che in pratica il Sake non ha nulla a che vedere con Okinawa e lo tengono nel menu solo per far contenti i clienti di Tokyo, che generalmente vogliono berlo. Quindi ordino – abbastanza a testa bassa – un alcolico tradizionale di Okinawa (praticamente una grappa non troppo alcolica).


I ricordi sono abbastanza confusi, ma la foto dei resti aiuta. In primo piano potete ammirare gli avanzi dello stinco di maiale rosicchiato da Elena. In alto, accompagnato dallo spicchio di limone, c’è l’ultimo dei deliziosi pescetti fritti. Il piatto più lontano, quello vuoto, era mio, e conteneva una serie di fagottini fatti di non so cosa, dalle origini marittime. Cosparsi di limone e pucciati nel mucchietto di sale, erano una vera delizia (ed erano, per l’appunto, la specialità della casa). C’era anche qualcos’altro, ma ahimé, non ricordo. Mentre ci deliziamo con le varie portate, il più vispo dei cuochi (che cucinano veramente a un metro di distanza) ci intrattiene mostrandoci le foto della sua isoletta natale, che poi sarebbe appunto Okinawa.

Fra un sorso di grappazza, un morso al pescetto e una chiacchiera veloce con l’anglofona, la cena procede placida e si decide di ordinare un piatto bonus. Io mi butto su una zuppona di seppie, bella nera come la morte. Ovviamente a fine pasto mi ritroverò coi denti incatramati e una lunga serie di schizzi neri sparsi sulla felpa. Comunque la cena è deliziosa e il posto è consigliatissimo. Una volta concluso ci alziamo, paghiamo, intratteniamo un po’ il cassiere anglofono che chiede informazioni su “come si dice questo” e “come si dice quello” in italiano e ci defiliamo.

Sotto il cavalcavia della Shuto Expressway (un’autostrada, più o meno) che si trova praticamente davanti al ristorante c’è una lunga fila di negozi e ristoranti chiamata G-Zone. Elena si diletta a fotografare le “bomboniere“, dopodiché ci avviamo verso casa, facendo tappa a un combini di quelli “all night long” per recuperare qualche provvista. Una specie di Nescafé giapponese, del detersivo, un paio di onigiri e poco altro. Dopodiché, non prima di aver fatto una foto ai polpazzi e una alla maglia della Grecia campione d’Europa schiantata dentro una vetrina, ci dirigiamo finalmente in albergo, pronti alla morte.

Altre cose
Onigiri
I polpettazzi di riso che i personaggi dei fumetti e dei cartoni animati si strafogano di continuo. Generalmente triangolari e avvolti in alghe, gli onigiri hanno sempre dentro la “sorpresa”, sia essa dolce o salata. Sono fra gli snack più popolari in Giappone e infatti se ne trovano a raffica nei vari supermercati. Personalmente li adoro e non ho lasciato passare un singolo giorno senza accattarmene almeno uno. Scheda su Wikipedia.

Combini
In Giappone, perlomeno nelle grandi città come Tokyo e Kyoto, ci sono una marea di grandi e piccoli supermercati (“combini”, appunto), generalmente appartenenti a catene come 7-Eleven, aperti fino a tardi. L’impostazione in genere è un po’ sul modello dell’Esselunga, con quindi prodotti per la casa, alimentari, un banco frigo con roba pronta da mangiare (tipo gli onigiri, ma non solo), una sezione edicola e spesso anche dei fornetti e dei piani cottura con cibi caldi e pronti al consumo.

Imperial Household Agency
Un’agenzia governativa che, in sostanza, si occupa di gestire un po’ tutte le questioni riguardanti la famiglia dell’imperatore. Il che include anche l’aspetto più “turistico” di palazzi e ville imperiali. Tramite il loro sito è possibile scoprire quali sono le costruzioni che richiedono di prenotazione per essere visitate e conoscere eventuali procedure. C’è inoltre un calendario di eventi pubblici e tutta una serie di informazioni. Se volete visitare un po’ di questi luoghi, esploratelo per bene.

2 pensieri riguardo “giopep in Japan – Emperor Tsubasa”

  1. Figata!

    Questo tuo resoconto di viaggio mi sta esaltando…

    Ho adorato tutti i viaggi che ho fatto finora (Egitto, Marocco, Tunisia, Kenya, Londra e Scozia, Austria, Repubblica Ceca…), ma mi stai facendo ancora venire più voglia di Oriente. Se riesco a convincere la consorte, il tuo diario sarà di grande aiuto…

    Solo due cose:

    1) Ma la tua macchina fotografica sbaglio o produce una quantità smodata di aberrazione cromatica ai bordi, che vengono sempre sbavati e sfocatissimi?

    2) Mentre eri in Giappone non hai visitato qualcuna delle loro fantastiche distillerie di whisky (che è buono quanto quello scozzese)? Pare che alla Suntory Yamazaki ci sia pure un gnoccame non indifferente…

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  2. Lieto di esserti utile. L’idea, oltre che di dare come al solito sfogo alla mia grafomania e alla voglia di raccontare, sarebbe proprio quella. 🙂

    1) La macchina fotografica fa cacare, e l’altra fa cacare ancora di più. Ma non sono “mie”, quindi tutto fa brodo. 😀

    2) No, mi spiace.

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