giopep in Japan – L’arrivo a Tokyo


DISCLAIMER: Questi racconti si basano sulla mia esperienza diretta e sulle mie conoscenze personali. Posso quindi finire per scrivere inesattezze, magari anche scemenze colossali. Eventuali correzioni saranno più che gradite.

Tokyo, 22 dicembre 2006.
Sono le 7:30 ora locale e sono sveglio da un’oretta, Elena da ben di più. D’altra parte ieri sera ero io quello più distrutto: circa 36 ore di veglia dopo aver dormito solo un paio d’ore prima della partenza. Ok che in aereo mi sono appisolato a più riprese, però… Comunque, il viaggio è stato divertente, soprattutto è stato straniante ritrovarsi su un volo diretto in Giappone. Come normale, la stragrande maggioranza dei passeggeri aveva gli occhi a mandorla, per cui già in volo ci si sentiva belli alieni. Ottimo, comunque, il pasto in stile nippo (si poteva scegliere, e ovviamente noi si è scelto per il porcello giapponesizzato, la zuppetta di miso eccetera). Ma soprattutto destarmi dal pisolo di metà viaggio e andare in mezzo all’aereo a prendere una scatoletta di noodle istantanei. Yummi.

L’arrivo all’aereoporto di Narita – in ritardo di un’ora – è emozionante. Insomma, stiamo entrando in un posto che ho sempre visto solo nei fumetti e nei cartoni (e in qualche film) e in cui ho sempre fantasticato di poter andare. L’immigrazione si gestisce abbastanza velocemente, con una procedura (foglietto da compilare e controllo documenti) molto simile a quella americana, anche se più veloce. All’uscita c’è pure la per me inedita ispezione del bagaglio a mano, ma è una cosa davvero innocua e velocissima (fra l’altro delle inservienti ci danno dei moduli da compilare per commentare la cosa, ma ci ricorderemo di farlo solo in pieno 2007, quando sarà ormai troppo tardi). Dopo aver prelevato un po’ di soldi a caso al bancomat, vado a ritirare il Japan Rail Pass. Ci sono tre commessi. Una parla bene inglese, una sembra uscita da Oxford, il terzo spiccica a malapena due parole. Ovviamente mi tocca lui. In qualche modo ci si capisce, riesco a ritirare il pass e a prenotare due posti sul Narita Express.

I cancelli d’ingresso alla ferrovia non vogliono farci passare, ma basta estrarre il Pass e mostrarlo al controllore e va tutto a posto. Così impariamo che tutte le volte che si piglia un mezzo JR e si ha a disposizione il Pass, bisogna sventolarlo passando nella corsia preferenziale. Arrivati giu in stazione, aspettiamo un po’. Nel frattempo notiamo l’estrema precisione del tutto: per terra son dipinte le frecce relative ai punti in cui si apriranno le porte del treno. Sul muro c’è indicata la carrozza che si fermerà lì. Noi abbiamo una prenotazione per la carrozza 7, quindi ci piazziamo di conseguenza. Quando arriva il treno, la gente scende, ma non si può salire subito: “cleaning time”! Ovviamente sia noi, sia un gruppetto di tedeschi, non sapendolo, proviamo a salire e veniamo gentilmente rimbalzati.


Una volta a bordo si parte, in questo treno che da dentro sembra un aereo, ma che sfreccia a velocità normale in mezzo alla campagna. A guardar fuori, se non si considerano i tetti alla giapponese e le colline sullo sfondo, sembra quasi di essere sul Malpensa Express. Il panorama non è poi troppo diverso da quello del Nord Italia. Ma in effetti bisogna pure escludere gli scorci “Forbidden Siren” con i paeselli fatti di casette, muretti, balconate ecc. Poi cominciano ad apparire i cartelli con le scritte in ostrogoto e si manifestano i primi grattacieli e a quel punto non ci sono davvero più dubbi. Durante il viaggio – che dura circa un’oretta – prendiamo dalla tipa col carrellino ambulante un’acqua e una coca, pagando tutto sommato pochino, anche se mi rendo conto che ci vorrà un po’ per entrare nella giusta mentalità in relazione ai prezzi.

Arrivati a Tokyo, al di là di qualche normale dubbio, ci gestiamo abbastanza bene. Soprattutto nelle stazioni dei treni e della metropolitana, ci sono sempre una marea di cartelli e mappe, e mi sembra che le informazioni indispensabili abbiano sempre sotto una traduzione in inglese. Nelle mappe, per esempio, sotto i nomi delle stazioni scritti in ideogrammi c’è la versione in caratteri occidentali. Sulle linee meno importanti, scoprirò poi, solo le fermate principali sono scritte anche in non ostrogoto. Fatte le due fermate per arrivare a Shimbashi, ci avviamo alla disperata e arriviamo all’hotel tutto sommato con discreta facilità. Numeri e nomi per le vie è difficile trovarne, ma le mappette sono molto precise nel fare riferimento a negozi e cartelli.

Il gestore dell’albergo è, ovviamente, di una gentilezza e una carineria disarmanti. La stanza è ottima, confortevole, col cucinino, la lavatrice dai comandi incomprensibili, la tazza del cesso autopulente e la vasca da bagno con doccia esterna. A proposito di tazza del cesso, vale la pena parlarne con un minimo di approfondimento. Si tratta del classico water alla giapponese di cui tutti, probabilmente, avrete sentito parlare. Beh, è spettacolare! Intanto l’asse è riscaldata, il che d’inverno è davvero un lusso clamoroso. E poi c’è la plancia di comando, fotografata nel post del 22 dicembre. I tasti principali sono abbastanza esplicativi: c’è lo spruzzino per farsi il bidé al buco del culo (due livelli di potenza), quello per le figliole, il getto d’aria per asciugarsi e il tasto di stop per fermare al volo qualsiasi cosa sia in funzione. Ora, io mi rendo anche conto che possa sembrare un po’ tutto folle, ma vi assicuro che funziona una meraviglia ed è comodissimo. Purtroppo non dovunque si trovano questi water. Ma quando c’era, l’ho sempre sfruttato appieno.

Dopo un po’ che siamo in camera a rilassarci e installarci, bussa alla porta l’omino dell’albergo, che mi deposita in mano un “Christmas present” costituito da una serie di prodotti per il bagno e si allontana producendosi in inchini a novanta gradi. Si decide di uscire, per evitare di cadere in coma, e di muoverci a piedi. A due passi dall’albergo, in direzione sudovest, troviamo il parco Shiba-Koen, che contiene il complesso di templi Zojo-Ji.


Il parco è tranquillo e rilassante, c’è un po’ di gente che passeggia e ci sono i bambinetti e le scolarette in uniforme. Queste ultime sono allucinanti, con le gambe nude a due gradi di temperatura, per forza che poi son color lapide. In lontananza, ma tutto sommato neanche troppo, si vede svettare la Tokyo Tower, su cui cominciamo a chiederci se valga la pena di farci subito un giretto. Dobbiamo far passare un po’ di tempo prima di incontrarci con Kazuhisa, e potrebbe essere una buona idea. Lo Shiba-Koen è diviso in più sezioni, separate fra di loro da strade anche molto trafficate. Nell’attraversarne una, incontriamo per la prima volta uno di questi ponti, che si trovano davvero ovunque e sono comodissimi per attraversare senza stare le ore ad attendere i semafori. Nell’avvicinarsi al nostro primo tempio nippo nappo si comincia a spalancare la bocca per questo scenario folle, che vede tetti tradizionali spuntare fra gli alberi, con enormi palazzoni a fare da sfondo. Zompettare per l’area del tempio significa incontrare per la prima volta tutte quelle cosette caratteristiche che abbiamo sempre visto nei fumetti e nei cartoni animati, tipo la sfilza di fogliettini annodati per chiedere il successo negli esami scolastici, oppure questi fantastici pippottini. E nel frattempo la Tokyo Tower è sempre più vicina.


Lo Zojo-Ji, leggo sulla guida, è il tempio di famiglia del clan Tokugawa. Come praticamente qualsiasi altro “sito” storico giapponese (perlomeno fra quelli da noi visitati), non si trova nel luogo in cui è stato inizialmente concepito ed è una ricostruzione eseguita in seguito alle devastazioni causate da incendi. Come poi impareremo essere cosa abbastanza comune, si tratta di un complesso di varie costruzioni, il cui ingresso è caratterizzato da una bella porta gigante e la cui area è piacevolissima da visitare passeggiando un po’ in giro a caso, dando anche un’occhiata all’interno del tempio. Mentre gironzoliamo fra statue, campanazze, cartelli puffettosi e altre robe interessanti, sempre con la Tokyo Tower che incombe da non troppo lontano, comincia ad avvicinarsi la sera. Decidiamo quindi di iniziare a muoverci verso destinazione, passando sul retro della costruzione principale, incappando in un bell’altare e un piccolo cimitero e dirigendoci verso ‘sta benedetta torre, sulla quale abbiamo nel frattempo deciso di farci un giro.


La Tokyo Tower, che per chi non lo sapesse è una riproduzione della Torre Eiffel alta 333 metri e dotata di due osservatori aperti al pubblico (il più alto dei quali si trova a 250 metri), da affrontare di sera è davvero uno spettacolo. Acquistiamo il biglietto doppio, che permette di accedere ad entrambi gli osservatori, ma tralasciamo il museo delle cere e altre amenità. Una volta arrivati all’osservatorio con il velocissimo ascensore, si trascorre tutto il tempo che si vuole cazzeggiando e gustandosi la città dall’alto, che di sera, tutta illuminata, è davvero uno spettacolo (talmente tanto che Elena arriva addirittura a commuoversi). Più che altro, quella vista notturna dall’alto sembra quasi dirlo chiaro e tondo: “Va bene, adesso siamo a Tokyo per davvero.” Provo a fare qualche foto, ma il catorcetto non si trova molto a suo agio (questa la meno peggio). La differenza fra i due osservatori non è colossale, ma tutto sommato vale la pena di spendere qualche soldo in più per gustarseli entrambi, anche se per arrivare al secondo tocca fare un po’ di coda. Il percorso che riporta poi verso il basso prevede anche un passaggio su piccole vetrate che permettono di osservare l’area sottostante attraverso il pavimento. La foto non rende l’idea, ma la visione è abbastanza inquietante.


Una volta conclusa la visita, ci fiondiamo verso Roppongi Hills, dove abbiamo appuntamento – davanti al cinema – con Kazuhisa. Sul delirio incredibile che è Roppongi Hills mi dilungherò un’altra volta, raccontando del giorno in cui lo abbiamo girato un po’. La camminata, seppur affrontata un po’ di fretta, è piacevole e varia, perché si passa con nonchalance dalla zona del parco a una serie di vie (Roppongi Dori, in particolare) cariche di ristorantini, negozi e soprattutto gente. Orientarsi non è troppo difficile, più che altro perché basta alzare la testa e fare caso alla direzione in cui si trova il palazzone di Roppongi Hills. Una volta giunti a destinazione – ovviamente un filo in ritardo – individuiamo il cinema e, finalmente, ci becchiamo con Kazuhisa. Il poveretto ci rimane un po’ male, quando scopre che con noi non c’è Minari, “l’amico che sa parlare giapponese”, ma dopo qualche iniziale imbarazzo la chiacchiera in inglese “arrangiato” si farà piacevolissima. Ci chiede cosa vogliamo mangiare e, di fronte all’indecisione, propone yakitori. E yakitori sia!

Zompiamo in metropolitana, non JR (la prima esperienza con le biglietterie automatiche è un po’ confusionaria, ma basta una volta per diventare bravissimi), e ci dirigiamo verso Yurakucho. Yurakucho è la fermata della Yamanote che si trova fra Shimbashi (dove abbiamo l’albergo) e Tokyo Station. La Yamanote, casomai non l’avessi già detto, è la linea JR che fa sostanzialmetne il giro di tutta la parte centrale di Tokyo, un po’ tipo circonvallazione. Nelle arcate che stanno sotto la ferrovia nella zona fra Yurakucho e Hibiya (una fermata di un’altra linea), è pieno di piccoli ristorantini specializzati in yakitori. Kazuhisa ci guida in un locale di sua scelta (ci svelerà poi che non si presentava in zona da una dozzina d’anni) e ci sediamo. L’atmosfera è molto da locanda di sagra paesana. Il locale è tutto aperto, ma una specie di tendaggio in plastica protegge dall’esterno e dal freddo. All’interno ci sono grosse tavolate, piene di gente intenta a mangiare e bere alcolici a raffica. Il bello è che son tutti amichevolissimi: nei posti vicino ai nostri si siedono numerosi uomini – a volte da soli, a volte in gruppo – reduci dalla giornata di lavoro, pronti a chiudere con una serata di pappe e bevute e particolarmente propensi alla chiacchierata, anche se magari tocca esprimersi molto a gesti.

Avendo la fortuna di essere a tavola con un giapponese, lasciamo a Kazuhisa l’onore di ordinare per noi e ci vediamo consegnare una lunga serie di piccoli spiedini, tutti appoggiati sopra a ciotoline. In linea di massima si tratta di carne di pollo e di verdura, il tutto accompagnato da salsine e piccoli cumuletti di sale in cui “pucciare”. Leggo che, quando la carne utilizzata non è di pollo, si tratta di kushiyaki. Non so francamente dire se ne abbiamo mangiato nell’occasione (qui trovate la scheda di wikipedia). Comunque, generalmente ogni spiedino ha quattro o cinque pezzi, che Kazuhisa si occupa di sfilare usando le bacchette e lasciare nelle ciotoline, di modo che ognuno possa pescare a piacere. Ah, fra l’altro, nell’osservarlo noto una cosa che avevo letto (e che in effetti mi pare sensata): se si deve smazzare il cibo nel ciotolone, per esempio sfilare gli spiedini, o magari tagliare qualcosa, si usa il retro delle bacchette, la parte che non viene infilata in bocca. E poi via di pannetto (quello umido e rovente che danno per pulirsi le mani prima di mangiare) per pulirle.

Gli yakitori sono gustosissimi, una lunga serie di spiedini intinti in salse particolari e davvero sfiziosi. Tanti esemplari di tipi diversi, da spizzicare e smangiucchiare mentre si chiacchiera e si trincano alcolici. Io, in particolare, mi bevo prima un bicchierazzo di sake (non saprei dire che qualità), poi un ulteriore bicchiere di un sake diverso, quello più biancastro (si vede nella foto qua sopra, dove mostro anche lo stato comatoso del mio sguardo), consigliato da un avventore seduto a fianco, poi soddisfatto di notare il mio gradimento, e infine un bicchierone di shochu oyuwari, bevanda molto gradita a Kazuhisa. In pratica lo shochu è un alcolico abbastanza economico e fortino, che nella variante oyuwari viene accompagnato da un bicchierino d’acqua calda (appunto oyuwari) da versare dentro per smorzarlo un po’. Tutto ottimo, ovviamente.

Una volta terminato il pasto, giunge l’ora di andare verso l’albergo. Tutto sommato la serata è ancora giovane, ma la lunga veglia, le fatiche del viaggio e le passeggiate del pomeriggio ci hanno stremati. Da Hibiya si può arrivare a destinazione a piedi abbastanza velocemente, quindi partiamo, con Kazuhisa che ci fa da guida e comincia a tirare fuori la sua verve da fotografo. Ma facciamo in realtà una breve deviazione verso un negozio di giocattoli in zona, praticamente sul “confine” fra Shimbashi e Ginza. Il negozio, come da bravo grosso negozio giapponese, si estende su vari piani a tema, ma il punto è mostrare a Elena il seminterrato, interamente dedicato al bambolame. Kazuhisa, infatti, dopo che gli avevo comunicato delle passioni di Elena, si è fatto tutta una serie di indagini sul web per informarsi.

Mentre Elena si perde osservando bambole e vestitini assortiti, io chiacchiericcio e ridacchio con Kazuhisa, che fra l’altro si esibisce piazzando Elena in giro per il negozio e fotografandola. Dopodiché, finalmente, ci si sposta verso l’albergo. Arriviamo da una direzione leggermente diversa rispetto alla via utilizzata in precedenza e Kazuhisa, vedendoci perplessi, chiede informazioni a un poliziotto. Ma va tutto bene, si arriva a destinazione in fretta e ci si saluta, dandoci appuntamento definitivo per l’indomani a mezzogiorno, quando mi unirò al partitone di calcetto. La giornata si chiude così, abbastanza sbrigativamente, all’insegna del coma improvviso.


Altre cose
Spaghetti istantanei
Confezioni di “zupponi di spaghetti giapponesi” che possono essere preparati nel giro di pochi minuti grazie all’aggiunta di acqua calda. Ce ne sono una marea di tipi diversi (e ovviamente ci sono altri generi di cibi in scatola istantanei). Per quella che è la mia limitata esperienza, non sono proprio una delizia, ma si lasciano mangiare e fanno molto “sfizio da turista”. Scheda su Wikipedia.

Zuppetta di miso
Servita calda, in una scodellina, la zuppa di miso è abbastanza conosciuta anche in Italia, perché bene o male tutti i ristoranti giapponesi la servono. L’elemento base è la pasta di miso, che può essere di tipi diversi, cui si aggiungono poi ulteriori elementi (per esempio molluschi, Tofu o altro) che ne caratterizzano il sapore. In genere fa da accompagnamento per il pasto, a volte è inserita nei menu “pasto completo”, ma in ogni caso praticamente dovunque si può ordinare a parte. Scheda su Wikipedia.

Narita International Airport
Narita sta a Tokyo più o meno come Malpensa sta a Milano. Cittadina situata nella zona di Chiba, a nordest di Tokyo, ospita l’aereoporto internazionale di cui ci siamo serviti. All’interno dell’aereoporto si trovano due uffici abbastanza importanti: quello della Japan Rail (fondamentale se si deve convertire il voucher per il Japan Rail Pass) e quello del Tourist Information Center (nel Terminal 2), dove è possibile recuperare un po’ di informazioni utili. Scheda su Wikipedia.

Narita Express
Il Narita Express è il treno (credo) più veloce fra le possibili opzioni di collegamento “Narita-Tokyo”. Gestito dalla JR, è ovviamente ottimo per chi dispone di un Japan Rail Pass. In caso contrario, visto che non è proprio economico, ci si può anche organizzare con altri trenini. Ah, l’ultima corsa da Tokyo a Narita tramite il Narita Express parte alle 20:00 (o perlomeno partiva alle 20:00 il 3 gennaio), ma alla peggio ci si può comunque organizzare con i treni locali, anche se a quel punto tocca cambiare un paio di linee.

Shimbashi
Shimbashi è, sostanzialmente, il quartiere dove i “salary men” vanno la sera, dopo il lavoro, a mangiare e alcolizzarsi. Di buono ha che è molto servito dai mezzi (oltre alla Yamanote, di qui passano altre linee, fra cui la monorotaia che conduce alla baia di Odaiba), che ha il centro commerciale Shiodome in zona e che è sostanzialmente a un tiro di schioppo da zone interessanti come Ginza, il palazzo imperiale, la Tokyo Tower ecc.

Tokyu Stay
Tokyu Stay è una catena di alberghi sparsi un po’ in tutta Tokyo, dal buon rapporto qualità prezzo. Le stanze sono in pratica dei mini-appartamenti, parecchio comodi e confortevoli. C’è il bagnetto (con vasca e doccia esterna, ovviamente), il cucinino con tanto di frigorifero, piastra e microonde, la lavatrice e l’asciugatrice, la connessione a banda larga, la cassafortina, i letti e una discreta quantità di spazio (e altre cosette, tipo la TV col lettore DVD). Il tipo di stanze e le tariffe variano a seconda dell’hotel, quindi diventa anche inutile entrare nello specifico: basti sapere che noi ci siamo concessi la più capiente e comoda fra le quattro soluzioni offerte dal Tokyu Stay Shimbashi e abbiamo pagato circa ottanta euro (totali) a notte. Comunque, per farsi un’idea basta andare sul sito.

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