giopep in Japan – Intro


Ok, sono pronto a scatenare la mia inguaribile grafomania e raccontare meglio che posso l’avventura in Giappone. Comincio con un po’ di considerazioni generali. In assoluto devo dire che ho trovato un luogo molto più accogliente e ricettivo di quanto racconti e letture varie mi avevano fatto temere. Vero che l’aspettativa montata è sempre una brutta bestia, ma rimane il fatto che non credevo di trovarmi così a mio agio e muovermi così comodamente. Sia chiaro, comunque, che questo genere di considerazione va inquadrato comunque nell’ottica di un luogo in cui parlano una lingua incomprensibile, non usano il nostro alfabeto, hanno una conoscenza media dell’inglese non molto diversa da quella di noi italiani (scarsa, insomma) e si cibano con una cucina non proprio di stile mediterraneo (anche se filosoficamente non la vedo poi così lontana). Inoltre, credo abbia un peso non indifferente il fatto di essere cresciuto a pane e manga (e anime, e videogiochi giapponesi). Sembra una cazzata, ma l’aver assimilato così tanto materiale di provenienza nipponica in tutto sommato così poco tempo mi ha in un certo senso preparato. Certi schemi mentali, certi modi di dire e di fare, il modo in cui sono costruite le città, le abitudini, il cibo… tutte cose molto aliene, per noi, ma per me tutto sommato familiari. Per capirci, girando per il Giappone sembra davvero di ritrovarsi in un manga, esattamente come ogni volta che vado in America mi sembra di essere in un telefilm.

Ad ogni modo, è ovvio che ci vuole un minimo di spirito di adattamento, di capacità di arrangiarsi e di voglia di scoprire. Non è proprio la vacanza al villaggio turistico. Resta comunque il fatto che, perlomeno nelle zone senza dubbio turistiche in cui mi sono mosso io, mi sembra un paese tutto sommato molto pronto ad accogliere il turista occidentale. Probabilmente molto più di quanto non lo fosse anche solo cinque o sei anni fa. Volendo fare un esempio, basta pensare agli sportelli bancomat, sulla cui quasi totale assenza avevo sentito racconti leggendari. In realtà di bancomat è pieno il Giappone, solo che non tutti offrono il servizio di prelievo internazionale. In generale, le banche rimbalzano le carte non giapponesi (siano esse bancomat internazionali o carte di credito). Fa eccezione Citibank. E proprio grazie alla “gestione” di Citibank, praticamente tutti gli uffici postali dispongono di bancomat internazionali. Se questo non bastasse (e vi assicuro che in linea di massima basta, perché di uffici postali ce ne sono davvero ovunque), tenete conto che i grandi alberghi, i principali centri commerciali, l’aereoporto e altri luoghi “international” (per esempio il complesso fieristico del Tokyo Big Sight) hanno al loro interno sportelli bancomat internazionali. Ah, all’estero si dice ATM (Automatic Transaction Machine). Per sapere se il proprio bancomat è internazionale, basta guardarlo: se riporta il bollino Maestro, o Mastercard, per esempio, non dovrebbero esserci problemi. In ogni caso si può comunque chiedere alla banca. Utile anche buttare un occhio al sito del bancomat/carta di credito, molto probabilmente c’è un motore di ricerca con cui trovare gli sportelli in giro per il mondo.

In ogni caso, se non ci si portano dietro traveller cheque o contanti in abbondanza, il bancomat diventa fondamentale. Parecchi negozi e ristoranti accettano le carte di credito, ma tanti altri vogliono solo contanti. Inoltre molti luoghi turistici si pagano e in generale, fino a che non si entra nella mentalità giusta da “moneta giapponese” (e io non ce l’ho fatta fino alla fine), è davvero troppo facile non rendersi conto di quanti soldi si stanno spendendo, perché le “unità” dello yen ricordano troppo la vecchia lira. E di cazzate e cazzatine in cui buttare via soldi il Giappone è pieno. In ogni caso, non sono il primo e non sarò l’ultimo a farlo, ci tengo a sfatare con convinzione il mito del Giappone come vacanza costosa. Certo, il viaggio in aereo può essere una bella mazzata, ma per il resto il soggiorno può costare pochissimo o tantissimo, dipende tutto da come ci si vuole gestire.

Un pranzo può costare l’equivalente di cinque euro come anche di un centinaio. Ci sono alberghi economici e di lusso. Ma, per capirci, noi due, in generale, per mangiare mediamente spendevamo 10 euro a testa e quando proprio ci siamo strafogati siamo arrivati a spendere il doppio. L’alberghetto a Tokyo (della catena Tokyu Stay) ci è costato circa quaranta euro a testa a notte, mentre la locanda tradizionale (Ryokan) a Kyoto veniva decisamente meno. Lo shopping, pure, può essere decisamente economico (tipo l’iPod da 80 giga a 260 euro), anche se può diventare tremendamente costoso nel caso ci si faccia rapire dal consumismo. Dove si spendono soldi, volendo, è nell’andare in giro a visitare templi e simili, perché spessissimo sono a pagamento e se è vero che costano tutti poco, è vero anche che ce ne sono una marea. E il “problema” è che, sebbene dopo un po’ comincino a sembrare tutti uguali, vale la pena visitarne tanti, perché poi hanno spesso quel qualcosa di diverso, di particolare, di affascinante, che li rende unici. In ogni caso, ribadisco: il Giappone può essere economicissimo come costosissimo, dipende solo da cosa si cerca.


Al di là della questione monetaria, è in linea di massima tutto molto comodo. Gli spostamenti sui mezzi pubblici sono una meraviglia. La rete dei trasporti funziona con una precisione e una puntualità allucinanti e in generale tramite treni e metropolitane è possibile arrivare un po’ dovunque. Dove non vanno loro, in ogni caso, arrivano gli autobus. Comprare il biglietto per la metropolitana al primo impatto può sembrare complicato, ma in realtà, a patto di sapere dove si sta andando, è semplicissimo. Sopra alle macchinette automatiche c’è sempre il mappone con rappresentata l’intera rete (ovviamente solo delle linee affiliate, quelle della concorrenza si arrangino). Sulla mappa è indicata la stazione in cui ci si trova e per ogni altra fermata c’è scritto bello grosso il prezzo da pagare. Una volta individuata la cifra, si inseriscono i soldi, si indica eventualmente che si vogliono due o più biglietti e si seleziona la tariffa che serve. Da notare che si illuminano solamente i tasti relativi alle tariffe che è possibile pagare con la quantità di soldi inserita (tutti i distributori automatici, anche quelli di bibite, funzionano così). Ah, se per caso si sbaglia biglietto, a ogni stazione vicino all’uscita c’è una macchinetta tramite la quale correggere il tiro.

Le linee ferroviarie e metropolitane non sono tutte gestite dalla Japan Rail e questa è una cosa da tenere a mente al momento di decidere se acquistare o meno il Japan Rail Pass (una tessera grazie alla quale è possibile viaggiare a piacere su tutte le linee JR senza scucire altri soldi). Se, per esempio, ci si ferma solo a Tokyo, facendo magari anche qualche gitarella fuori porta, ma senza usare lo Shinkansen, è probabilmente più conveniente non acquistare il Pass, che è molto costoso. Per una vacanza come quella fatta da noi, che abbiamo preso lo Shinkansen quattro volte (per gli spostamenti fra Tokyo e Kyoto e per visitare Himeji), e che ci siamo mossi coi treni più volte per andare fuori dalle città, è invece conveniente, perché si finisce per spendere meno (lo Shinkansen e anche altri treni JR come il Narita Express sono molto costosi). Ovviamente, nel momento in cui si ha il Japan Rail Pass, si tende a utilizzare solo le linee JR, talvolta magari impiegando anche quei cinque/dieci minuti in più per lo spostamento, ma finendo per risparmiare soldi. A Tokyo, per esempio, ci sono numerose linee JR, fra cui la Yamanote, che fa sostanzialmente da “circonvallazione”, attraversando un po’ tutta la città. Però alcuni tratti si gestiscono più in fretta o comodamente (o anche “solo”) tramite treni di altre compagnie. In ogni caso, ripeto: la soluzione migliore consiste nel farsi un paio di conti prima di partire, anche perché acquistare il Pass in Italia è molto comodo (nonché obbligatorio: in Giappone non te lo vendono), e permette di presentarsi all’ufficio di Narita con il voucher e ritirare il tutto al volo, senza menate da affrontare appena arrivati. Ah, un’ultima considerazione: in linea generale, con il biglietto o il pass si sale sul treno senza problemi e male che vada si sta in piedi (anche sullo Shinkansen). Se però bisogna percorrere lunghe tratte, meglio passare al relativo ufficio (indicato dal simbolo verde della JR, lo si trova nelle stazioni principali) a prenotare i posti, soprattutto se ci si muove in periodi particolarmente turistici.


Il cibo, oltre a non essere particolarmente costoso, è davvero ottimo. Dovunque siamo stati abbiamo mangiato molto bene e in alcuni casi si è giunti a punte di commozione vera. Detto che in linea di massima ci si orienta bene anche a caso (quasi tutti i ristoranti hanno esposte fuori riproduzioni del cibo che “trattano”), può essere davvero utile avere una guida su cui basarsi, specie se si desidera andare a mangiare piatti particolari. Perché se è vero che, in linea generale, uscire soddisfatti da un locale non è difficile, è vero anche che, in un contesto nel quale quasi tutti i ristoranti si specializzano su un “argomento” preciso, infilarsi nei migliori significa godere per davvero. Tendenzialmente, comunque, si mangia bene un po’ dappertutto, mediamente molto meglio che nei ristoranti giapponesi italiani (e ci mancherebbe), spendendo oltretutto tremendamente meno. Per fare un esempio banale, a parità di prezzo si ingoia circa il doppio del sushi. E faccio il confronto tenendo in mente i ristoranti giapponesi più economici di Milano, eh!

In linea generale per ordinare non ci sono particolari problemi: spessissimo ci sono menu in inglese, quasi sempre quelli in giapponese sono muniti di fotografie esplicative e male che vada si può indicare al cameriere la riproduzione in vetrina di quello che interessa. Va detto, però, che così facendo si finisce la maggior parte delle volte per ordinare menu completi. Non che sia un male, per carità, ma scegliere le singole portate ha sempre un fascino particolare. Discorso a parte è andare a cena con un giapponese e dargli il controllo della situazione. Vederlo ordinare alla carta, scegliendo “pezzo per pezzo”, significa ritrovarsi a godere come dei disperati, c’è poco da fare. Ah, in linea generale, le portate non sono abbondantissime, ma si esce bene o male sempre sazi, a patto di non volersi sfondare. Del resto, si mangiano tonnellate di riso, che certo riempie.

Ai vari ristoranti e ristorantelli nipponici, comunque, si aggiuncono catene “globalizzate” come McDonald’s, Wendy’s e Starbucks, e brand giapponesi che ne ricalcano lo stile. In linea generale, se si vuole fare una colazione occidentale o se si cerca un hamburger, in questi posti si va sul sicuro. Un caso particolare è rappresentato da Mister Donut: sembra una catena americana in tutto e per tutto, ma in realtà non glie ne frega nulla di servire gli occidentali. Ci si arrangia comunque fra gesti e termini universalmente riconosciuti (tipo “cappuccino”), ma il menu è totalmente in giapponese e senza manco mezza foto.

Infine, la gente. Meravigliosa per davvero. Ce l’hanno immagino nel DNA e nella formazione culturale, di essere gentili, ossequiosi e riverenti, e magari spesso è solo un pro forma, ma davvero sanno essere rispettosi e vogliosi di aiutare fino al punto di dar fastidio. E non parlo solo di chi lavora (sia esso un controllore, un cameriere o negoziante) che alla fin fine viene pagato per servire il cliente ed è pure normale che lo faccia, anche se magari in Italia non ci siamo troppo abituati. Il punto è che chiunque si incontri per strada è sempre pronto a dare una mano in qualche modo, se ti vede in difficoltà. E in generale, tornando a parlare di negozi e ristoranti, devo dire che quasi ovunque ho sempre trovato almeno una persona in grado di masticare un po’ d’inglese, se non di parlarlo benissimo. Comunque, male che vada, ci si capisce a gesti. Certo, per le emergenze può diventare complicato, ma d’altra parte anche a questo serve avere una guida.

Personalmente consiglio le Rough Guide, complete, affidabili, estremamente precise nell’indicare i luoghi sulle mappette e ricche di consigli davvero utili. Ce ne sono una sul Giappone e una più specifica su Tokyo. Se si cerca una guida su Kyoto, che può servire per scoprire magari posticini oscuri e sfiziosi, consiglio la Lonely Planet, che va però considerata complementare alla Rough Guide generica sul Giappone, dato che sotto certi punti di vista è molto meno precisa, affidabile e fornita di informazioni utili. Personalmente sono un fan delle vacanze “andiamo un po’ in giro a naso”, ma mi piace anche molto informarmi un po’ in anticipo, fosse anche solo per sapere dell’esistenza di quella cosa bellissima e interessantissima che altrimenti mi perderei di sicuro passando a cinquanta metri di distanza. Nel caso del Giappone, poi, una guida è doppiamente utile, per esempio perché permette di orientarsi in zone in cui magari ci sono solo cartelli in giapponese e perché segnala dove e come è necessario prenotare in anticipo per visitare determinati luoghi. Se proprio non interessano le guide (che in ogni caso consiglio di acquistare in edizione inglese, quasi sempre a circa metà del prezzo rispetto a quella italiana), comunque, vale credo la pena di visitare spesso e volentieri i Tourist Information Center. Noi non vi abbiamo praticamente mai messo piede, ma ne parlano tutti benissimo.

Ok, ora basta, di sicuro ho dimenticato qualcosa che volevo scrivere qua dentro (per esempio due chiacchiere su quanto le informazioni e le indicazioni per strada siano comprensibili e “anglofone”), ma ne ho le palle piene, come immagino chi sta leggendo. Quindi, per adesso, mi fermo.


Link vari
Citibank
Citibank Japan
Japanese Postal Service
Japan National Tourist Organization
Japan Rail
Japan Rail Pass
Lonely Planet
Maestro
Rough Guides
Tokyu Stay

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3 pensieri su “giopep in Japan – Intro”

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