Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy

Anchorman – The Legend of Ron Burgundy (USA, 2004)
di Adam McKay
con Will Ferrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Steve Carell, David Koechner

Ron Burgundy è anchorman leader della squadra di reporter di Channel Four, a San Diego. Vincitore di cinque Emmy Award, eroe popolare, amato dalle donne, pomposo, spocchioso e stupido all’inverosimile, cade vittima del fascino di Veronica Corningstone, sua nuova collega particolarmente apprezzata e pronta a tutto pur di soffiargli il posto. Pare il canovaccio per un film di Garry Marshall (o della sorella Penny, o magari di Nora Ephron), e invece è il primo delirio cinematografico a firma Adam McKay/Will Ferrell.

Anchorman, così come il successivo Talladega Nights, si diverte alle spese di un microcosmo tipicamente americano, che può probabilmente trovare riscontro anche da noi, ma i cui folli stereotipi sono tremendamente radicati nella cultura e nel modo di vivere a stelle e strisce. E questo limita un po’ l’impatto del suo approccio satirico perché, per quanto ci si possa divertire di fronte a quell’atmosfera stupidina e leggera, a quei personaggi tremendamente convinti e spocchiosi ma tutto sommato adorabili, rimane sempre la sensazione di non conoscere fino in fondo l’argomento di cui parla il film.

Film che comunque funziona solo fino a un certo punto anche per colpa dei limiti di una struttura che si basa sostanzialmente solo su una lunga serie di sketch messi l’uno in fila all’altro. È difficile e forse anche pretestuoso mettersi a distinguerli, ma l’impressione è che, rispetto a un Talladega Nights decisamente più riuscito, Anchorman sia il classico “film del comico televisivo”, impacciato nel raccontarsi e impegnato più che altro a mettere in scena i suoi numeri famosi, i tormentoni, le apparizioni speciali degli amici. Manca insomma, la capacità di andare un po’ oltre il cabaret e mettere in piedi un film vero e proprio.

O magari il problema è che due pellicole dominate da Will Ferrell viste a stretto giro di tempo sono troppe, nonostante alcune trovate divertentissime (il gobbo, la cena al club) e uno Steve Carell spettacolare.

5 pensieri riguardo “Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy”

  1. Will Ferrel mi è piaciuto da matti in Melinda & Melinda e in Elf, ma talmente tanto che questo film l’ho comprato a scatola chiusa, ispirato anche dal look del protagonista e dalla copertina. Poi ne ho visti dieci minuti e m’aspettavo tutt’altro, non so perchè, ma non c’ho avuto la motivazione di andare avanti. Gli darò un’altra possibilità.
    Piuttosto: aggiornami sulla situazione My Name Is Earl.
    Prevedo la risposta: cofanetto arrivato ma ancora non visto.
    Controrisposta mia: mai che tu mi dia una soddisfazione, manco per sbaglio.

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  2. Guarda, innanzitutto la mia impressione è che questi film in cui Ferrell va a ruota libera (fra l’altro McKay era regista/autore al Saturday Night Live, credo) vadano visti in originale, perché sennò ci si perde davvero troppo. Al di là di questo, comunque, non è che Anchorman sia ‘sto capolavoro, eh. Però ha una bella atmosfera stupidina.

    Quanto a Earl, guarda la colonna qua a destra, dove sono elencate le visioni: stiamo alla puntata 14. 🙂

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  3. Uaaaahhhh!!! Spettacolo!!!
    Sei arrivato all’episodio del depresso!
    Fra poco arriverai al mio preferito, “Y2K”, alla pari di quello della birra scroccata al golfista.

    Quando mi farai il commento, voglio sapere episodio per episodio, quali ti sono piaciuti più e quali meno. E lo stesso alla Rumika.

    P.S. Sulla discorso lingua originale, ora guardo tutto in lingua originale coi sottotitoli, quando posso. Non c’è paragone in effetti. Infatti al cinema ci vado meno e prediligo la visione in dvd.

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  4. HAhahahaa, sei caduto nel tunnel!
    Non se ne esce più…

    La cosa peggiore è guardare un film in italiano, magari anche doppiato bene, ed essere comunque infastidito per l’audio non in presa diretta (anche se ormai pure molta roba americana è doppiata) o accorgerti subito delle traduzioni “strane”…

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  5. Un’altra cosa che pare niente e che invece mi da noia da matti sono gli effetti sonori diversi, specie nei film che escono direttamente in home video. Prendi il film Addiction, per esempio. Nella versione italiana, i passi, un’auto che passa o una porta che si apre hanno un suono totalmente sintetico, artefatto, che pare pescato da un database di campionamenti. Mentre nella versione in lingua originale, probabilmente in presa diretta, hanno tutta un’altra dignità e danno totalmente un altro respiro alla scena.

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