Appunti per una storia di guerra


Appunti per una storia di guerra (Italia, 2005)
di Gipi
Edito da Coconino Press/Rizzoli

L’aspettativa, quando caricata, esagerata, alimentata senza tregua, finisce spesso per essere una brutta bestia. Negli ultimi mesi ho letto ovunque meraviglie di Gipi e non ho potuto fare a meno di provare un grande interesse nei confronti delle sue opere. La mostra a lui dedicata in quel di Lucca, poi, con quelle tavole per certi versi simili a quelle di Ben Templesmith, sembrava aver fatto definitivamente scattare il colpo di fulmine. Mi accaparro quindi il volume che più m’ispira, lo leggo tutto d’un fiato e… mi trovo a chiedermi cosa ci sarebbe voluto per lasciarmi addosso reale entusiasmo. Perché di entusiasmo, lo dico, non ne provo poi molto.

Certo, Appunti per una storia di guerra è un signor fumetto – anzi, tiriamocela, un signor romanzo grafico – splendidamente illustrato, con un senso della narrazione incredibile e una totale capacità di affascinare tramite i dettagli, le piccole cose. Racconta di una guerra fittizia in un futuro prossimo, seguendo le vicende di tre giovani vagabondi e mantenendo un taglio umano e terra terra, che rifugge la spettacolarizzazione e le iperboli. Ricorda forse un certo tipo di buon cinema da festival, fatto di piccole storie e bei personaggi. E, non dimentichiamocelo, ha pure vinto ad Angoulême il premio come miglior romanzo. Eppure…

… eppure ha qualcosa che mi ha infastidito profondamente, vale a dire quella forzata e insistita ricerca del poetismo che talvolta mette in scena. Ogni tanto Gipi sembra fermarsi, preparare il palco, mettere da parte il racconto e declamare un grande verità. Poi lascia il lettore in mano a quel breve momento di inevitabile silenzio drammatico, che fa ben macerare il poetico concetto espresso, e riprende quindi con la narrazione.

Ed è così che, per paradossale che sia, un’opera stilisticamente tanto particolare e ricercata finisce per scivolare un po’ nella maniera, nella strizzatina d’occhio, nell’autocompiacimento. Si tratta di una cosa voluta? Non lo so. È solo un’impressione soggettiva e personalissima? Può essere. Ma c’è e non posso proprio ignorarla. Non cancella certo quel totale senso del ritmo, quella bella atmosfera decadente, quell’ottima caratterizzazione dei personaggi, quell’angosciante tavola finale, ma un certo senso di fastidio e disappunto me lo lascia. Rimandato a settembre.

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