Walker Texas Ranger


Ovviamente, come al solito, mercoledì mattina ho già gli occhi spalancati all’alba. Poco male, così ho il tempo per farmi una doccia, far colazione e sbattere già un po’ di roba in valigia, per non dover fare troppo all’ultimo momento. A colazione incontro il tipo francese e la PR inglese, così ho occasione di salutare ancora una volta entrambi. Alle nove in punto si presenta in albergo la simpatica signora dell’Avis, pronta a portarmi fino alla loro sede, dove recupero la macchina che userò per tutta la giornata.

Lungo il tragitto si chiacchiera piacevolmente, le spiego per quale motivo mi trovo lì, mi fa notare che è quasi criminale passare per il texas senza provare il barbeque di cui vanno tanto orgogliosi e si arriva con calma a destinazione. Una volta sbrigate le pratiche, mi metto in viaggio lungo la Interstate 35, che mi porta direttamente verso San Antonio. Contrariamente alle previsioni, il traffico si rivela abbastanza tranquillo: certo, di macchine in viaggio ce ne sono parecchie, ma è tutto molto scorrevole e incappo in un rallentamento solo in corrispondenza di uno svincolo particolarmente “pesante”.

Durante il viaggio resto ancora una volta affascinato da queste enormi strade americane. Quattro o cinque corsie per senso di marcia, disperse in mezzo al nulla completo. Ogni tanto un centro abitato, con queste giga-uscite dove trovi di tutto, dal benzinaio, al McDonald’s, all’albergo, alla Steakhouse. L’America dei film e dei telefilm, insomma, avvolgente e tremendamente ipnotica da osservare.

Nel giro di un’ora o poco più arrivo a San Antonio. Seguendo le indicazioni stampate da Mapquest e i cartelli in giro raggiungo subito la zona dell’Alamo e vado a mollare la macchina in un parcheggio del centro commerciale. Una volta uscito – e una volta superata una momentanea fase di panico modello “oddio ho perso il bigliettino del parcheggio” – comincio a vagare guardandomi attorno, gironzolando per Alamo Plaza e raggiungendo il centro informazioni turistiche, dove raccatto un bell’assortimento di mappe e volantini.

Recupero una bottiglietta d’acqua e mi metto in marcia verso sud, in direzione dell’Hemisfair Park. Lungo il tragitto mi imbatto in una scala che scende verso il basso e porta alla River Walk, una sorta di lunga passeggiata che costeggia il San Antonio River (anche l’immagine in apertura del post è presa da lì). Il fiume taglia in due la città e si chiude in una specie di anello nella parte centrale. Sulle due rive si trovano altrettanti “camminatoi”, fatti apposta per gironzolare in tranquillità. Nella parte più centrale c’è un discreto assembramento di folla, vuoi perché è pieno di baretti e ristoranti, vuoi per il passaggio di imbarcazioni turistiche. Ma se ci si allontana un po’ dal centro, la passeggiata diventa davvero silenziosa (i rumori del traffico sono smorzati dal fatto di trovarsi più in basso) e rilassante.

Ad ogni modo, per il momento, sfrutto la River Walk solo per raggiungere il parco. Qui spunto fuori e comincio a gironzolare, fermandomi a un chiosco per mangiare qualcosa (per la precisione un’insalata di pollo). Dopo aver consumato, salutato e augurato buon Thanksgiving, mi rimetto in marcia e procedo verso sud, passo di fianco alla Federal Courthouse e taglio poi verso est, prendendo la direzione dell’Alamodome, la vecchia casa dei San Antonio Spurs. Per raggiungerlo si cammina lungo un ampio passaggio pedonale, che passa sotto la Interstate 37. Il transito è per certi versi inquietante, con questo “soffitto” bassissimo che lancia vibrazioni fortissime per ogni macchina che passa.

Arrivato davanti all’Alamodome mi fermo a zuzzurellare un po’ nel piazzale, guardandomi attorno, sbirciando in giro, pensando alle immagini viste negli anni in TV durante le tante dirette di partite NBA. Intanto il sole splende alto nel cielo: la giornata è bellissima, senza una nuvola. C’è un bel caldo e infatti sto in maniche corte, anche se con sopra la giacchetta per proteggermi da un bel venticello fresco. Soddisfatto dalla breve visita, mi rimetto in cammino verso il parco, intenzionato a visitare la Tower of the Americas.

Trattasi di torre alta circa 230 metri, con un capiente ascensore utilizzabile per raggiungerne la vetta. Qui si trovano un ristorante e un osservatorio, organizzato in una sezione interna, protetta da una bella vetrata, e una sezione esterna, con una passatoia esposta al vento. Il bello della sezione interna è che ci sono tutta una serie di pannelli con cenni storici e indicazioni utili per riconoscere questo o quel palazzo. Il bello della sezione esterna, beh, è che è esterna!

La vista è davvero notevole e gironzolare per la passerella cazzeggiando, guardandomi intorno e chiacchierando coi passanti è un piacere. Dopo un po’ mi metto a scrutare l’orizzonte per cercare di individuare luoghi precisi. Per esempio l’Alamo, l’Alamodome, l’AT&T Center (ex SBC Center, attuale casa dei San Antonio Spurs). Quando mi rendo conto che sto facendo foto stupide a cartelli e ombre, decido che è giunta l’ora di tornare a terra, spendere qualche soldo al negozio di souvenir e uscire dalla torre.

A questo punto decido di dirigermi verso l’Alamo, allungando il cammino per visitare una parte del parco che ancora mi manca. Mi ritrovo infatti in questa via, sui cui lati sorgono ancora delle vecchie case risalenti non ricordo più a quale epoca e conservate ancora oggi. Qui mi fermo a ciondolare su una panchina e a farmi quattro risate osservando gli scoiattoli. Mentre riprendo il cammino, incontro un simpatico signore di mezz’età che attacca bottone chiacchierando dei bei tempi, del bel tempo, della cognata di origini italiane che vive a San Marino e che lui è andato a trovare e bla bla bla. Dopo averlo scaricato, punto dritto all’Alamo.

Il giretto nella vecchia missione e in quel poco o nulla che resta della fortificazione è interessante, anche se obiettivamente non c’è moltissimo da vedere e più che altro si percepisce il fascino di stare in un posto dalle vicissitudini tanto “cariche”. Anche se poi si tratta di un evento tutto sommato geograficamente distante, poco vicino e vissuto, almeno per me. Certo è che i dettagli, le scritte e i segni sui muri, le armi e i resti, qualche brivido addosso te lo mettono. Termino la visita firmando il guest book, leggiucchiando i cenni storici, passando nel negozio di souvenir e, ovviamente, cazzeggiando un po’ nel parchetto.

Una volta uscito, mi faccio il giro delle vetrine di Alamo Plaza e dintorni, più che altro perché si tratta di quei folli musei americanissimi, roba sullo stile de “Il gomitolo di lana più grande del mondo”. Ci sono per esempio il museo del Guinnes dei primati, quello del Ripley’s Believe it or not e quello, allucinante ma vero, delle corna. Sì, le corna, quelle degli animali. Non ho però la forza di entrare in nessuno di questi posti e mi dirigo allora di nuovo verso la River Walk, con lo scopo di girarmela più a fondo.

Si rivela una scelta vincente: complice anche il bel tempo (non mi capita spesso di girare in maglietta a novembre inoltrato), la passeggiata è piacevolissima. Procedendo verso nord oltrepasso tutta la zona dedicata a ristoranti e ristorantelli (c’è anche un Johnny Rockets che mi tenta, ma per fortuna è sull’altra riva) e procedo, cazzeggiando fra panchine, paperelle e scoiattoli. A un certo punto mi rendo conto di stare andando troppo in là e sbircio la mappetta. Scopro di essere più o meno all’altezza di un posto che volevo visitare e salgo alla prima scala.

Dopo una breve camminata, mi ritrovo in una piazza dove sorgono un monumento per i caduti della guerra in Corea e uno per quelli del Vietnam. Gironzolo un po’ nei dintorni e poi mi dirigo nuovamente verso Alamo Plaza, deciso a recuperare la macchina: comincio ad essere stanco di camminare e, soprattutto, prima di andare a vedere la partita voglio fare visita a una fumetteria di cui ho pescato l’indirizzo su Internet.

Trattasi di Dragon’s Lair (e già il nome mi aveva convinto), presente fra l’altro anche ad Austin. Per raggiungerla, mi servo del cumulo di mappe della città e delle indicazioni stampate con Mapquest riportanti il tragitto da Alamo Plaza all’indirizzo esatto della fumetteria. In pratica, affronto qualche viuzza ( prendendo, temo, anche un rosso… speriamo non arrivi la multa) e imboco poi la Interstate 10, che seguo verso nordovest per poco più di sei miglia, fino a Balcones Heights. Qui esco e mi immetto in Fredericksburg Road, al cui numero 7959 pesco la fumetteria.

Il posto è molto simile a quello dispersissimo in cui si trovava il negozio di wargame visitato per esigenza di Paglianti durante il viaggio all’E3 dello scorso maggio. Questi stradoni lunghi e larghi, delle sorta di Viale Coni Zugna ampi il doppio e lunghi dieci volte tanto, con agglomerati di negozi ogni tot miglia. Ovviamente Dragon’s Lair si trova nel senso di marcia opposto a quello in cui ho imboccato la via, ma poco importa, perché appena me ne accorgo gestisco la manovra sfruttando un benzinaio e mi rimetto in carreggiata.

La fumetteria è ottima. Niente di strabordante, ma è un bel negozio, ampio, ordinato e con grande attenzione per i volumi, che poi è ciò che speravo di trovare. Mi cade subito l’occhio sulla ristampa in paperback delle due miniserie-revival della Justice League di Giffen/DeMatteis/Maguire: me ne aveva parlato Montag anni fa e da allora le bramavo. Afferro al volo e già così sarei soddisfatto, ma la vera illuminazione arriverà un paio di espositori dopo: la One Volume Edition di Bone, il Santo Graal delle mie spedizioni fumettistiche in giro per fiere e negozi negli ultimi due anni. Essa. La afferro sbavando con estrema bramosia e comincio a guardarmi attorno con fare circospetto, temendo che qualcuno voglia fregarmela. In queste condizioni perlustro il resto del negozio, ma so benissimo che non raccoglierò altro, perché già così spenderò abbastanza e perché, diciamocelo, sono più che soddisfatto.

Una volta posato l’obolo alla cassa, esco e torno in macchina. Mi rilasso un attimo, sfoglio la roba comprata, mi accascio un po’ e poi decido di ripartire: destinazione NBA. Mentre mi immetto nuovamente in Fredericksburg Road, direzione sud, noto in lontananza la silhouette della Tower of Americas e in generale la skyline del centro. Mi rendo insomma conto che per tornare in città non c’è bisogno di infilarsi nuovamente nella highway, che fra l’altro è un po’ intasata di lavori in corso, e decido così – confortato da quel che vedo sulla mappa – di tirare semplicemente dritto per la strada in cui mi trovo.

Dopo un po’ mi fermo a un passaggio a livello. Sta transitando un treno merci. Che transita. Transita. Transita. Transita. Transita. (“Ma quanto cazzo è lungo?”) Transita. Transita. Transita. Si ferma. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Alcune macchine fanno inversione e se ne vanno. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Mi metto a leggiucchiare la Justice League. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Finalmente riparte, dopo una decina di minuti da quando mi ero fermato. Vabbé, alla fine è stato quasi divertente.

Mi riavvio e, senza manco guardare la mappa, mi oriento a memoria e controllando costantemente la posizione della Tower of Americas, manco fosse la Stella Polare. Beh, magari anche un po’ a culo, ma così facendo finisco proprio per incrociare quel che cerco, vale a dire Houston Street, la via su cui si affaccia l’AT&T Center. La imbocco tutto tronfio e la percorro per un bel po’, tanto da temere di averla presa nel senso sbagliato (“Ma no, è giusto, devo andare verso est”), fino a che non vedo spuntare all’orizzonte il palazzetto.

Mi immetto nella stradona e vado a piazzare la macchina nel parcheggio ufficiale, pagando il relativo obolo, ma ritrovandomi in sostanza a due passi dalla destinazione (la foto purtroppo è venuta un po’ una merda). Il momento si fa emozionante: per la terza volta vado a vedere del basket dal vivo. Nel 2002 fu l’All Star Game di Philadelphia, nel 2004 furono le semifinali e le finali del torneo di basket olimpico ad Atene e adesso, per la prima volta, una partita NBA vera (per quanto di regular season autunnale). Emozioni diverse, per motivi diversi e in momenti diversi.

Comunque, mi incammino verso il palazzetto, vado a ritirare il mio biglietto, supero i controlli (vedendomi fra l’altro consegnare quei meravigliosi “stecconi” gonfiabili, da schiantare l’uno contro l’altro per far casino e da agitare davanti agli ospiti quando tirano i liberi) e comincio a gironzolare. Manca poco meno di un’ora, quindi me la prendo comoda, visito tutto il posto, osservo le cheerleader, gironzolo per i negozietti, mi mangio una terrificante Pepperoni da Pizza Hut e, con calma, vado a sedermi al mio posto, nella sezione 226.

Sono abbastanza in alto, ma mi trovo sul lato lungo e la visuale è ottima. Il palazzetto mi sembra più piccolo rispetto ai due in cui sono stato in passato, ma non ho certezze al riguardo. Comunque, trascorro un po’ di tempo osservando il luogo, facendo qualche foto, scrutando i giocatori che fanno riscaldamento e divertendomi con gli spettacolini. Quando è quasi ora di iniziare, Matt Bonner fa gli auguri per il Thanksgiving e lascia poi spazio tre tizi che si esibiscono in una versione “a cappella” dell’inno americano. Tutti in piedi, mani sui cuori, gente che si gasa. Bello.

La partita è divertente, dal risultato abbastanza scontato (Miami, priva di Shaq, regge per i primi due quarti e viene poi travolta), ma piacevolissima da seguire, un po’ perché il tifo è spettacolare, un po’ perché gente tipo Duncan, Wade, Ginobili e Parker, vista dal vivo, è davvero incredibile, da lasciare ipnotizzati. Poi, vabbé, non posso fare a meno di notare come il tifo, al di là dei “buuuu”, sia vigoroso, passionale, ma estremamente corretto e mai offensivo nei confronti delle sacche di tifosi ospiti. Negli ultimi tre anni ho frequentato parecchio San Siro e francamente non ricordo una singola sera in cui non mi siano volate attorno tonnellate di insulti (quando ci si limita a far volare quelli).

Comunque, una volta finita la partita, mi gusto ancora un po’ l’atmosfera e poi mi alzo e mi allontano trotterellando con un bel sorriso stampato in faccia. Una volta arrivato al parcheggio, vengo per brevi attimi colto da un accenno di panico: dove cazzo ho messo la macchina? Per fortuna, una rapida combo di tasti sul telecomandino la fa illuminare in stile Incontri ravvicinati e mi mostra la via. Salgo a bordo, studio velocemente le mappe e mi metto in viaggio. E, beh, non è che voglia per forza fare quello che “certo che lì è troppo meglio che da noi”, ma l’uscita dal parcheggio è quasi inquietante: tutti sono ordinati e precisi, nessuno vuole prevaricare, ci si muove uno alla volta e si è incanalati e distribuiti lungo tante corsie. In due minuti sono fuori dal parcheggione attaccato al palazzetto e strapieno di macchine. In Italia ci avrei messo minimo mezzora. Per non parlare del fatto che cinque minuti dopo sono già sulla Interstate.

Il viaggio di ritorno non è proprio una passeggiata, perché la stanchezza, unita ai soliti problemi di jet-lag, comincia a farsi sentire di brutto. Combatto le palpebre pesanti alzando a palla il volume della radio (sintonizzata su uno splendido canale rock scoperto in mattinata) e cercando di concentrarmi: non sono nemmeno le dieci, ma mi sento come se fosse notte fonda. Arrivo comunque all’albergo (22:30 circa) sano e salvo e mi fiondo in camera, dove ovviamente sono abbastanza pirla da non mettermi subito a dormire, ma anzi mi piazzo a letto davanti a ESPN.

La mattina dopo mi sveglio ancora più all’alba del solito e mi fiondo a far colazione. L’intenzione è chiara: voglio mangiare pancake, a costo di pagarli. Ma – piacevolissima sorpresa – il cameriere mi spiega che non c’è il buffet, ma posso comunque utilizzare il buono-buffet lasciatomi da Midway per ordinare qualcosa dal menu. E via di pancake, allora, conditi con banane, frutti di bosco e, ovviamente, litri di sciroppo. Il tutto, come al solito, accompagnato da the caldo e succo d’arancia. Dopo aver consumato, vado a recuperare i bagagli, gestisco il check-out e mi fiondo in macchina. L’aereoporto è vicino, circa un quarto d’ora, ma devo comunque sbrigarmi, perché se tardo sull’ora di consegna all’autonoleggio mi toccherà pagare un giorno in più.

Si gestisce comunque tutto in tranquillità. Il viaggio di ritorno va via abbastanza liscio. Ad Austin ammazzo il tempo connettendomi tramite un Internet spot a pagamento e zuzzurellando un po’. A Chicago, dove peraltro noto tristemente un volo Alitalia in partenza diretto a Milano, mangio un panino al tacchino (alè, il Ringraziamento) e seguo sui monitor la partita fra Cowboys e Buccaneers. Il volo intercontinentale di ritorno è gestito come al solito: leggo (Justice League) fino all’inizio dei primo film. Mi guardo – purtroppo – fino in fondo il mediocrissimo Uomini e donne e mi abbandono quindi al gentile abbraccio di Morfeo, per ridestarmi solo a un’oretta dall’atterraggio. Meglio di così potrebbe andare solo se fossi già arrivato a Milano. Già, perché invece sono a Londra e mi aspetta ancora un volo. Il rimpianto vero, comunque, è un altro: arrivare a casa e scoprire che il giorno della mia partenza si è giocata a una spettacolare San Antonio/Dallas, vinta dai Mavericks di due punti. E vabbé, non si può avere tutto…

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