Tex Mex


Partenza col turbo, Malpensa Express in orario perfetto, check-in tranquillo, trolley affidato (in preda al terrore) al nastro trasportatore, compro la gazzetta per poi scoprire che la smollavano gratis all’imbarco, mi spaparanzo al mio posto e trascorro il tragitto fino a Londra leggiucchiando. Giunto a Heathrow, prendo il bus per spostarmi al terminal 4. Nell’attesa dell’imbarco mi accaparro la prima di tante cioccolate calde da Starbucks e il tempo scorre in fretta. Il volo verso Chicago è tranquillo e comodo, perché l’aereo è semivuoto e di spazio ce n’è in abbondanza. Oltre a leggermi quasi per intero il numero di Empire comprato a Londra, mi ciuccio un po’ di fumetti, mi guardo il divertente Talladega Nights e sonnecchio un po’.

L’immigrazione, il ritiro della valigia e il check-in presso la American Airlines vengono gestiti sorprendentemente in fretta, tanto che, dopo essermi spostato al terminal giusto col trenino, ho tutto il tempo per cominciare ad americanizzarmi con un bel quarter pounder value meal da McDonald’s. Non faccio neanche in tempo a stupirmi di quanto facciano vomitare le patatine, che è già ora di salire sul terzo e ultimo aereo. In fase di decollo la stanchezza invade le mie membra, le palpebre si afflosciano e improvvisamente, come per magia, mi ritrovo in fase di atterraggio. Oltretutto l’aereo si presenta ad Austin con mezz’ora d’anticipo. Meglio di così non potrebbe andare!

Zompo sul primo taxi, peraltro gestito da un texano con la voce roca, l’accento marcatissimo e, probabilmente, un machete nelle mutande, e scopro che l’albergo (anzi, il buco con l’albergo intorno), situato ai margini del centro, è a un quarto d’ora dall’aereoporto. A mezzanotte sono in camera, pronto alla morte. Ma siccome sono stronzo, prima di svenire sul letto decido di perdere un altro po’ di sonno installando la mia roba in cassetti e cassettini e attaccandomi un po’ a Internet per controllare la posta e altre fesserie.

Martedì, dopo essermi ovviamente svegliato all’alba, consumo la classica colazione “prendo tutto quello che trovo nel buffet” a base di salsicce, uova strapazzate, dolci vari, the, succo d’arancia e una strana poltiglia che mi portano in un bicchierino. Gestite le presentazioni coi vari colleghi europei presenti e con le PR, ci si dirige verso gli studi Midway, un filo fuori porta, per una mattinata di piacevole lavoro. Al di là del gioco, sul quale ovviamente non mi soffermo, è sempre ottimo gironzolare per gli uffici in cui vengono partoriti i videogiochi, chiacchierare con chi ci lavora e sbirciare nei vari anfratti di questi enormi open space. Da notare che i tizi ci accolgono con una serie di pacchetti provenienti da un non meglio identificato “Taco Deli” e contenenti una serie di – credo – burrito con dentro uova, formaggio, carne e/o altro. Deliziosi.

Dopo la mattinata lavorativa e un pranzo alla messicana, giunge il tempo di tornare all’albergo. Alcuni han da lavorare, altri vanno a farsi un giro al mall, io decido di restarmene per i cazzi miei e visitare quel poco o nulla che c’è da vedere ad Austin. Prima, però, faccio mente locale “internettara” su cosa ci sia in effetti da vedere e, soprattutto, mi fermo dalla consierge, tramite la quale prenoto due cose fondamentali per la giornata di mercoledì, che sarà totalmente libera e in solitaria: una macchina a noleggio e un biglietto per la partita fra Miami Heat e San Antonio Spurs. Gestire la seconda cosa non sarà facile e richiederà l’esplorazione di qualche sito web e una lunga e incomprensibile telefonata con un’operatrice di Ticketmaster. Ma andrà tutto a buon fine.

Il giretto a piedi per la downtown di Austin è piacevole e interessante. Vicino all’albergo scorre un ramo del Colorado River, traversabile su svariati ponti e ponticelli e sulla cui riva si trovano passeggiatine immerse nel verde. Scopro leggiucchiando un volantino che nel periodo autunnale (ma solo fino a fine ottobre) il tramonto sul fiume è caratterizzato da stormi di pipistrelli che se ne escono da sotto il ponte e volano via. Purtroppo sono arrivato qualche giorno troppo tardi per godere di tale vista. Dopo una breve passeggiata arrivo nella zona del campidoglietto di Austin e trascorro un’oretta gironzolando per il parco, curiosando fra le statue (meravigliosa l’iscrizione modello “Le Termopili all’Alamo gli fanno una sega”) e rilassandomi sulle panchine. Obiettivamente non è che ci sia molto altro da vedere e, in più, si sta avvicinando l’ora di andare a cena. Mi dirigo quindi verso l’albergo, cambiando strada e ciondolando per vie diverse da quelle dell’andata.

Mentre vago fra i vicoli uno scoiattolo attraversa la strada, mi passa davanti e si arrampica su una scala antincendio arrivando fino al tetto. Non lo fotografo perché non ho la macchinetta sotto mano e sono troppo ipnotizzato dai suoi caratteristici movimenti isterici. Mentre mi avvicino all’albergo noto interi stormi di uccelli che si levano non so bene da dove e vanno ad appollaiarsi sugli alberi. E cantano. Come disperati. Ininterrottamente. A migliaia. Una roba impressionante, davvero. Comunque, proseguo, passeggio un po’ lungo il fiume e torno all’albergo, passando da un altro ponte.

La cena, in compagnia dei vari giornalisti europei e dei vari/varie PR, si tiene in un ristorante specializzato in granchi. “Crab qualchecosa”, si chiama. E io non posso fare a meno di ridacchiare sotto i baffi pensando al Crab Man di My Name is Earl (Gamberone nell’edizione italiana). Dopo un antipasto misto a base di ostriche, gamberetti e mille altre sfiziosità marine, mi prendo del tonno ai ferri (quello bello cotto all’esterno e crudino all’interno… mamma mia che spettacolo). Ovviamente, alla richiesta del cameriere “lo vuoi accompagnato da una coda d’aragosta?” non posso che rispondere positivamente e mangiare così, credo per la prima volta in vita mia, dell’aragosta (ma in effetti mi è piaciuto di più il tonno). Notando che il piatto più economico costa venti dollari, chiudo con un’enorme fetta di cheesecake. Ah, chiaramente il tutto è innaffiato da abbondante vino.

Per il resto, trascorro la maggior parte del tempo chiacchierando con un giornalista francese di cui, come mio solito, non ricordo il nome. Al suo primo press tour “intercontinentale” (ma non è l’unico “novellino”, c’è anche un belga che addirittura sta facendo uno stage per l’università presso un editore), il francese – che per inciso lavora pure lui per Future – si rivela simpaticissimo e un’ottima chiacchiera. Si parla del più, del meno, del passatopresentefuturo delle riviste, di altri press tour e del cha cha cha. Fra l’altro nel chiacchiericcio scopro di aver avuto un culo pazzesco, perché la PR inglese e un paio di giornalisti si sono visti smarrire il bagaglio nel volo interno americano (che era però gestito da una compagnia diversa dalla mia). D’altra parte, siamo nella settimana del Thanksgiving, figurati il caos di traffico…

Lo scenario “chiacchieroso” si manifesta anche una volta tornati in albergo, al baretto del piano terra, ma io vengo sopraffatto abbastanza in fretta dalla stanchezza e dal jet-lag e me ne torno in camera a collassare. Anche perché il giorno dopo si prospetta come quantomeno faticoso, se vogliamo anche per il rischio di trovare chissà che traffico: in fondo è lecito presumere che alla vigilia del Ringraziamento l’intera popolazione degli Stati Uniti sia in viaggio.

Continua…

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