Patlabor


Kidō Keisatsu Patlabor (Giappone, 1988/1994)
di Masami Yuki
Edizione italiana a cura di Star Comics

Ritrovarsi a leggere un manga in modalità “tutto d’un botto”, specie un manga dalla struttura narrativa ad ampio respiro come Patlabor, è sempre un piacere, oltre che un’esperienza istruttiva. Perché ti rendi davvero conto fino in fondo di quanto in genere il fumetto giapponese esca sacrificato dalla serializzazione. Serializzazione che, perlomeno se ci si limita a quanto visto in Italia fino ad oggi, è proprio quanto di più lontano ci sia da questo tipo di narrativa. Certo, viene praticata, anche solo per motivi di utilità, ma pochissimi sono gli autori che la sfruttano davvero sul piano narrativo e in genere si permettono di farlo solo coloro che realizzano opere strettamente umoristiche.

Siamo ben lontani, insomma, dalle estremizzazioni statunitensi, con saghe che vengono portate avanti per decenni, riferimenti e accenni a brevi eventi sepolti da millenni di pagine e, soprattutto, una meravigliosa capacità di raccontarsi proprio sfruttando i limiti della serialità e cibandosene. Il gusto per il cliffhanger, l’utilizzo perfetto del formato da una ventina di pagine, la rigida divisione in episodi, sono caratteristiche tipiche del fumetto nordamericano e quasi del tutto assenti in quello nipponico.

Ma lo stesso italico modello Bonelli, fatto di corposi albi più o meno autoconclusivi, seppur con un vago accenno di continuity, sfrutta la serialità in maniera più compiuta e consapevole rispetto al manga medio. I giapponesi, infatti, nella maggior parte dei casi costruiscono una specie di lungo romanzo, con una divisione per episodi appena abbozzata, più per necessità editoriali che per reale voglia (capacità?) di sfruttarla.

Patlabor è l’emblema di questa “serializzazione non serializzata”. Un unico racconto, diviso in tre atti principali, che prosegue filato dall’inizio alla fine, quasi senza soluzione di continuità. Un racconto fatto di personaggi e relazioni, che affonda le mani nel sociale ed esplora tematiche importanti con un taglio estremamente maturo, non a caso in grado di ispirare ben due lungometraggi diretti da Mamoru Oshii, regista impegnato e politicizzato se ce n’è uno nel panorama dell’animazione nipponica.

Ma di che parla Patlabor? Beh, dell’estremizzazione del concetto nato quasi trent’anni fa con Gundam. La spersonalizzazione del robot, che da macchina umanizzata e invincibile diventa un mezzo fra i tanti, una specie di carro armato ipertecnologico. Nella serie di Masami Yuki i labor sono un’evoluzione di ruspe, gru e quant’altro, macchinari antropomorfi usati per il lavoro industriale. In questo futuro ormai non più possibile – le vicende sono ambientate nel 1998 – l’abuso criminale dei labor spinge le forze di polizia a creare un corpo di difesa apposito, della cui seconda divisione l’autore racconta nascita e sviluppo.

La “serializzazione” del robot raggiunge qui livelli assoluti. Si parla di mezzi sfruttati per un fine, niente di più e niente di meno. Macchine, che devono essere alimentate, che funzionano in maniera fredda e complessa, che non vanno praticamente mai oltre i loro limiti e che non ricordano neanche per sbaglio Daitarn o Mazinga. Yuki concede comunque un simpatico omaggio ai classici robottoni con la protagonista Noa, talmente affezionata al suo labor da chiamarlo per nome e dargli del tu. Ma non va sostanzialmente mai oltre e, anzi, tratteggia come elemento negativo e criminale proprio la macchina più personalizzata, “atletica” e vecchio stile di tutte.

E, nonostante il tema trattato, non c’è quasi azione, in Patlabor. I toni sono quelli del poliziesco maturo, solo con robot, e non esseri umani, a scambiarsi colpi di pistola. La narrazione è affascinante e avvolgente. Yuki sfrutta trovate dal taglio estremamente cinematografico, “monta” le vignette col gusto di un regista, mette fuori fuoco l’insieme per concentrarsi sui dettagli, scava nelle psicologie e nelle motivazioni dei suoi protagonisti. Certo, non rinuncia agli stilemi classici del fumetto nipponico, inserendo personaggi buffi e momenti comici di rottura, ma realizza un manga estremamente particolare, perlomeno nell’ambito delle pubblicazioni “di massa” in cui senza dubbio si inserisce Patlabor.

E il risultato è un gioiello, un manga estremamente e ingiustamente sottovalutato dal grande pubblico italiano, forse perché venduto alle persone sbagliate. Un’opera matura e affascinante, che non si merita di essere confusa con le mille serie d’azione per ragazzi tutte uguali fra di loro che infestano le edicole. Eppure, a conti fatti, è un po’ stato quello il suo destino.

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2 pensieri su “Patlabor”

  1. Non so come sia il fumetto ma la serie TV l’hai vista? No perchè era una rottura di coglioni senza precedenti. Inquadrature di semafori e oggetti inanimati a go-go, dialoghi portati avanti col contagocce, azione nulla e trama soporifera. Un problema dell’anime o visioni differenti?Flx

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  2. HAhahaha, sì, te lo confermo, la serie TV era ai limiti dell’inguardabile.Decisamente meglio gli OAV, molto belli i film, perlomeno i primi due.Perlomeno, questo è il ricordo che ho in testa.

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