[Lunghissimo] Tre giorni a Dublino


Alle 10:20, come dicevo mercoledì, mi partiva l’aereo per Dublino. E io quasi lo mancavo! Per un imprevisto, infatti, non sono riuscito a prendere il Malpensa Express all’orario stabilito e mi sono ritrovato su quello successivo, che aveva pure accumulato venti minuti di ritardo. Il bello è che, mentre io mi struggevo al pensiero di non farcela, dovevo pure sorbirmi l’isteria di una tizia incazzata nera perché rischiava di perdere un volo in partenza alle 11:00.

Ad ogni modo, arriviamo in aereoporto alle 9:45, io balzo fuori e corro su per le due rampe di scale con la tracolla in spalla e il trolley in mano, mi presento ansimante al banco dell’Alitalia e spiego al volo. Le due tizie provano a telefonare a chi gestisce l’imbarco (appena iniziato), ma trovano occupato. Mi dicono quindi di provare a correre. Scatto come un fulmine, supero tutta la coda ai controlli a colpi di “scusate… mi parte l’aereo…”, sorpasso l’ostacolo e arrivo giusto in tempo, quando William e Rodolfo di Halifax stavano zompando sul pulmino.

Da notare che nel frattempo arrivava, in ritardo di un’ora, l’aereo con a bordo Stefano Mancini di Play Press. Ovviamente i geni di Alitalia decideranno di non attendere i poveretti romani e dirottarli a Parigi, da dove avrebbero preso poi un terzo aereo per Dublino. Arrivato alle 17:30, un moribondo Stefano sarà poi caricato in macchina e portato a un pub, dove ci aspetterà per un’ora annegando nella birra. In tutto questo, noialtri arriviamo invece a destinazione e veniamo accolti dall’inevitabile branco di belle pupattole assoldate da Konami (mi sento di dire che si dimostreranno le migliori viste in questi cinque anni, fra l’altro).

L’albergo è ovviamente solo ottimo e lussuoso. La stanza destinata a me e Stefano è costruita su due piani, con una specie di salotto all’ingresso e una scala che porta in basso verso camera da letto (tre postazioni) e bagno. All’interno si trovano degli ottimi e gentili omaggi: un borsone Reebok già pronto per diventare attrezzo ufficiale dei giovedì sera calcettistici e al suo interno una bella maglietta a tema PES6, una pessima maglietta da indossare per il torneo-stampa, un simil k-way griffato Konami e l’uniforme per il calcetto (calzini, pantaloncini e maglietta con maniche lunghe, il tutto di colore azzurro).

Dopo la fase di ambientazione e un pranzo in stile Subway, è subito ora di partire per la fabbrica della Guinnes, che si rivelerà una delusione grandissima, avendo totalmente cambiato faccia rispetto alla mia visita nell’agosto del 2000. Praticamente è diventata un’attrazione modello Gardaland, un parco a tema all’americana, certo con qualche trovata simpatica, ma nel complesso abbastanza deprimente. Carino comunque il bar da degustazione all’ultimo piano, completo di mega vetrata con vista sulla città. Un buon modo per cominciare a riempirsi di birra.

Dopo la visita alla fabbrica ci si sposta in un simpatico pub, nel quale l’alcolismo prosegue, ma viene integrato dagli alimenti ufficiali dell’Irlanda: carne e patate. Per la precisione, io mi prendo un “appetizer” fatto di roasted bacon rib (o qualcosa del genere) immerse in una specie di salsa che aveva sicuramente i peperoni fra gli ingredienti principali. A seguire un bisteccone di dimensioni cosmiche. La serata procede tranquilla e, al ritorno in albergo, il collasso è abbastanza immediato.

Giovedì mattina, dopo una colazione abbondante (di fronte a salsiccia, pancetta e uova strapazzate non mi tiro mai indietro), si comincia con l’intervista a Shingo “Seabass” Takatsuka, che quest’anno si è presentato da solo, invece che col solito corredo di cinque/sei membri del team. Shingo, che per inciso ormai mi riconosce al volo, è simpatico e disponibile come sempre, si fa quattro risate quando gli regalo il poster di PSM post-Mondiali e promette che farà il possibile per inserire il coro di Seven Nation Army nel prossimo episodio. All’intervista partecipano anche due colleghi israeliani, che si riveleranno fra le compagnie più piacevoli della permanenza irlandese.

Dopo un pranzo francamente abbastanza squallido (tramezzini e salatini), il pomeriggio è di totale scazzo e relax. Ci sarebbe la possibilità di farsi un bus tour in città, ma il brutto tempo e il fatto di aver già visitato il posto in passato mi fanno propendere per le opportunità offerte dall’albergo: in soldoni, oltre a cazzeggiare e provare la versione 360 di PES6 (che per la cronaca è notevole, molto meglio dell’orripilante demo che avevo visto in redazione), mi infiltro nella SPA e mi faccio fare un massaggio “head & shoulder” e una specie di trattamento alla faccia. Ne uscirò come uomo nuovo.

Cena a parte, la serata è dedicata al torneo di PES6. La fase a gironi (organizzata in gruppi da 3 o 4 partecipanti dei quali si qualifica solo il primo classificato) per me si rivela di una semplicità onestamente imbarazzante. In pratica, mi ritrovo in un girone da tre, ma uno dei due miei avversari non si presenta. Mi tocca quindi solo abbattere un olandese volenteroso e simpatico, ma che proprio nun glie la fa. Io gli do una mano giocando malissimo e regalandogli almeno un paio di occasioni onestamente clamorose per raggiungermi sull’uno pari, ma Buffon ci mette una pezza e nel secondo tempo dilago vincendo 4 a 0 (quarto gol segnato di testa da De Rossi su corner di, ROTFL, Gattuso).

Ah, giusto, uso l’Italia. 442 con Buffon, Grosso, Nesta, Cannavaro, Zambrotta, Pirlo, Del Piero, Camoranesi, Totti, Gilardino, Toni. Altri uomini usati: Oddo, a sostituire quasi sempre uno stanco Grosso nella ripresa, Zaccardo, entrato almeno una volta per Zambrotta, Gattuso, messo una volta al posto di Del Piero (con Pirlo spostato in avanti), Inzaghi, che ha dato il cambio a un moribondo Toni nel quarto di finale, e De Rossi, sostituto fisso di un Totti sempre cotto nel finale. Considerazioni sparse: Grosso mi sembra ancora un po’ una merda rispetto a come potrebbe essere. Per quanto riguarda Toni, invece, Seabass in persona, nell’intervista, si è scusato perché non l’hanno ancora reso forte come nella realtà. Detto che è vero, è comunque stato il mio capocannoniere.

Il torneo prosegue all’insegna del contrappasso. Dopo aver affrontato un girone onestamente vergognoso, la parte del torneo ad eliminazione diretta mi vede spedito nel lato infernale del tabellone. Agli ottavi di finale incontro il terzo classificato dell’anno scorso, vale a dire Stefano. Il mio primo tempo è onestamente inguardabile: vengo preso a pallonate per 44 minuti, subisco solo un gol grazie a vari interventi divini e al quarantacinquesimo minuto pareggio, certo con un’azione molto bella (finalizzata da Toni), ma in maniera onestamente immeritata.

Nel secondo tempo mi ripiglio e il match si fa più equilibrato. Il pallino del gioco rimane in mano a Stefano, ma io riesco a contrastarlo meglio e, nel complesso, mi faccio valere (si segnala addirittura una splendida azione, quasi conclusa a rete con una rovesciata di Toni). A conti fatti, poi, bisogna dire che se anche lui ha avuto il doppio delle occasioni, il numero di tiri nello specchio è stato lo stesso (tre a testa). Ad ogni modo, il vantaggio lo trovo onestamente sculando un po’: il mio solito pressing insistito dà i suoi frutti, quando, nel tentativo di uscire dall’area di rigore senza spazzare, Stefano perde palla sulla tre quarti. Ovviamente non mi faccio pregare e lo punisco con un tiro da fuori di Gilardino.

Vista l’aria che tira, decido di alzare le barricate e riesco in qualche modo a tirare fino alla fine, per la gioia mia e della mia preferita fra le figone che fanno da hostess, la quale apparentemente, sembra aver deciso di tifare per me (o quantomeno di far finta). Stefano non prende molto bene la sconfitta, ma in effetti lo si può capire. Il lato infernale del tabellone prosegue con tale Sebastien Hutton, il quale si fregia di un nick poco impegnativo come “Socrate” ed è nientemeno che il secondo classificato dell’anno scorso (e terzo dell’anno precedente, quando vinsi il torneo). Onestamente, la tensione sale.

La partita, lo dico subito, è l’emblema ultimo del contrappasso, dato che questa, onestamente, meritavo eccome di vincerla, e invece mi vede uscire, sconfitto ai rigori per la terza volta in cinque anni (la seconda consecutiva). Sempre da un francese, sempre diverso. A magra consolazione il fatto di aver dato vita probabilmente (e onestamente) al match più bello e appassionante dell’intero torneo, con la folla scatenata e interamente radunata a seguirci, un tifo sfegatato e una serie di facce meravigliose che ci osservavano (dalla figa di cui sopra, a un meraviglioso inglese ubriaco fradicio che si faceva le matte risate guardando le mie smorfie).

L’avvio è da mani nei capelli: al terzo minuto, su un cross dalla sinistra, Nesta sbaglia il rinvio di testa e serve il più facile degli assist, a un metro dalla porta, a Govou. Trovo però quasi subito il pareggio, con una rasoiata mancina di Totti, di prima, dal limite dell’area. Il bilancio del primo tempo, comunque, è onestamente sconfortante: della decina di tiri miei, solo uno va in porta, mentre l’infame si ritrova per tre volte davanti a Buffon. Tre tiri, tre gol.

Non esiste che te la renda così facile, amico. Nella ripresa entro in modalità Terminator: sguardo assatanato, smorfie da disarticolazione mandibolare, sbuffi, imprecazioni, nervosismo, movimento delle mani meccanico e iperveloce, sudorazione azzerata. Il ragazzo non vede palla e viene seppellito dalla mia mole di gioco. Poco dopo il cinquantesimo, rubo la boccia con una scivolata di Totti poco fuori dall’area di rigore: la palla rotola davanti a Toni e non ci penso un attimo a colpirla subito e fortissimo. Rasoiata nell’angolino basso, 3 a 2.

Subito dopo mi viene annullato un gol di Gilardino per fuorigioco evidente. L’unico a non rendersene conto è Rodolfo, che esulta nel silenzio. Ma l’appuntamento col pareggio è solo rimandato: intorno al settantesimo, conquisto un calcio d’angolo. Sento una voce (Stefano) da lontano dirmi “Cerca Toni”. Del Piero accarezza il pallone, che va a depositarsi dolcemente sulla testa di Toni, il quale lo allunga sul secondo palo, a togliere le ragnatele dal sette. Tre a tre, folla in delirio, urla di gioia e sgomento.

Nei minuti successivi, sostanzialmente, perdo la partita, perché godo per ancora un po’ del “momentum”, ma non riesco a sfruttarlo e si va ai supplementari, dove Sebastien torna a fare conoscenza con la mia metà campo e, bisogna dirlo, sfiora anche il gol un paio di volte. Ad ogni modo, onestamente, l’occasione più limpida ce l’ho io all’ultimissimo minuto: palla sui piedi di Gilardino nell’area piccola, Barthez in uscita disperata, tiro. Purtroppo non ho la lucidità di premere R1 per fare il tocco sotto e la palla viene respinta. Si va ai calci di rigore. Mi alzo e vado ad abbracciare il tipo per suggellare, comunque vada, la partita micidiale. Ho le palpitazioni.

Non avendo, ahimé, in campo i cinque di Berlino, rimescolo l’ordine dei rigoristi. Il francese segna il primo, tirato centrale. Ora, questa cosa dei rigori centrali è particolare: onestamente, o sei abituato a tirarli, o non lo fai praticamente mai. Io non sono abituato a farlo e, infatti, non sto mai fermo col portiere nel tentativo di parare un rigore centrale. Non mi viene proprio spontaneo farlo. Considerando poi che i rigori a PES sono solo una questione di culo (al limite di intuito), dato che si sceglie dove andare e fine, il rigore centrale, contro uno come me, diventa un’arma quasi infallibile, che peraltro il francese userà quattro volte su sei.

Ad ogni modo, il mio primo rigorista è Del Piero: gol. Il secondo francese sul dischetto è Henry. Penso: “Con lui non lo tiri centrale, perché è forte e te la senti di giocarti il rigore tirato bene”. E infatti Henry incrocia alto, sulla sinistra, ma io mando Buffon proprio da quella parte e lo paro. Gilardino non sbaglia e, per la prima volta in carriera, mi trovo in vantaggio ai calci di rigore. Qui entra in gioco un’altra caratteristica onestamente fastidiosa dei rigori di PES: talvolta, probabilmente quando rilasci la croce direzionale con leggero anticipo, il portiere (o il tiro) rimane centrale, anche se tu volevi mandarlo a lato. Ecco, sul terzo rigore del francese io resto involontariamente fermo, anche se comunque mi sarei tuffato dalla parte sbagliata. Questa cosa fastidiosa, però, tornerà tragicamente d’attualità più avanti. Al terzo e quarto giro di rigori andiamo entrambi a segno, io con Pippo Inzaghi (volontariamente tirato centrale) e Pirlo, lui con non ricordo chi. Ma la tragedia è dietro l’angolo.

Il mio quinto rigorista è Oddo. Ora, Oddo, quello vero, con il penalty trasformato sabato contro l’Ucraina, è a tredici rigori segnati consecutivi. Tredici. Il mio, palesemente il più importante della sua squallida carriera da laziale di merda, lo manda a lato. Sulla sinistra, a mezz’altezza. Fuori. Si va a oltranza, ma finisce subito.

Il francia mette a segno il sesto rigore, tirandolo centrale (tre rigori centrali consecutivi e io neanche una volta ho tenuto Buffon fermo, ma sarò coglione?) e poi tocca a De Rossi. E qui succede il patatrac: l’intenzione è di tirarlo nell’angolino in basso a destra, ma invece mi esce centrale. Barthez fermo, palla respinta, fine di tutto. Congratulazioni, pacche sulle spalle, gente di varie nazionalità mi viene a dire che sono stato sfortunato. La mia risposta standard, con sguardo perso nel vuoto è “È la terza volta che perdo ai rigori con un francese” . Un simpatico inglesino, contro cui avevo giocato tre anni fa, mi risponde “Sei come gli inglesi”. “Beh, sono come gli italiani, anche”. Da notare che il ragazzo, occhio vispo, aveva pure notato il fatto che l’ultimo rigore non volevo tirarlo centrale.

Comunque, mentre io vago con lo sguardo perso nel vuoto in modalità “anima in pena”, si disputano le semifinali. Sebastien arriverà in finale, dove sarà preso a calci in faccia da un simpatico inglese col ricciolo. Onestamente, non so se avrei saputo fare meglio di lui. Quando gli si farà notare che arriva sempre secondo, comunque, Seb risponderà: “Come nella vita”. Complimenti!

La serata in teoria proseguirebbe in un night club di fianco all’albergo, ma io sono piuttosto stanco e me ne vado in camera. Controllatina alla mail e via a letto, anche se ci metterò un secolo a prendere sonno, immagino per colpa dell’adrenalina e dei litri di coca cola. L’indomani, comunque, ci aspetta una giornata fisicamente impegnativa.

Il terzo giorno, venerdì, colazione a parte, si svolge interamente nella tenuta del castello di Humewood, dove ci trasferiamo in tarda mattinata. Qui si disputa il torneo di calcetto, su campi in erba vera, nel senso che si tratta di un prato bello umido e infangato sopra al quale sono stati messi un tendone, delle pareti e delle porte. Regole strane: non esiste il fuori (cosa di cui mi avvantaggerò molto, facendo valere ciccia e agonismo per uscire vincente da tutti i contrasti appoggiandomi al muro con le mani), i portieri non possono toccare la palla fuori dall’area neanche coi piedi, gli altri giocatori non possono toccare la palla dentro l’area e non si può alzare la boccia al di sopra dell’altezza del muretto.

Teoricamente noi due italiani avremmo dovuto giocare, come l’anno scorso, assieme agli spagnoli. Invece, dato che molte “nazionalità” hanno rappresentanze scarse di numero, c’è una strana rimescolanza: io e Stefano ci troviamo in squadra coi quattro giapponesi, uno svizzero e uno svedese (cogliendo al volo l’occasione per impadronirci anche dell’ottima uniforme rossa). I giapponesi sono Seabass, il grande e sempre simpaticissimo interprete Aki Saito, un tipo che si vede già da un paio d’anni (che all’E3 fece da interprete), ma di cui non so il nome (lo chiamavamo “lo schiavo” perché stava sempre dietro a Takatsuka) e, infine, il mitico Kazuhisa Akutagawa, fotografo in spedizione per conto di una rivista nipponica.

La prima partita, contro i francesi, io e Kazu la guardiamo interamente da fuori (giocheremo per intero le successive). Mi sento immodestamente di dire che questo sia fra i motivi per cui finisce in una sfortunatissima (quattro pali colpiti da noi) sconfitta per 3 a 1. La seconda partita è contro gli spagnoli (che hanno in squadra anche l’israeliano capellone). Il primo tempo lo gioco in porta, con esiti altalenanti, ma quando esco dai pali troviamo finalmente l’assetto definitivo: Kazu splendido e quasi imperforabile portiere, io corro dietro a qualsiasi cosa si muova, gli altri pensano a fare gol. Perdevamo 3 a 1, finisce 3 pari (e il terzo gol è un’autorete da me “provocata” con pressing furioso), con un anche la vittoria sfiorata su un palo clamoroso colto nel finale da Stefano.

La terza partita è contro i temibili britannici, che razzolano tutti gli altri con almeno tre gol di scarto e vanno infatti poi a vincere il torneo. Beh, onestamente, siamo gli unici in grado di farli soffrire, tanto che finirà 2 a 1 per loro solo grazie a un’invenzione nel finale e verranno tutti a farci i complimenti. Fra l’altro, prima della partita tutti sostenevano che giocare contro questi fosse una merda, perché menavano. Ovviamente io mi sono divertito un sacco, dato che sono il primo a far sentire il culo in faccia all’avversario.

Come quarto match ci tocca la combo olandese/portoghese, vale a dire gli unici in grado di rivaleggiare con gli inglesi per la vittoria finale. Guidati dal mio biondo avversario nel girone di PES, i ragazzi giocano effettivamente bene, ma nulla possono contro l’ormai rodata e oliata macchina che siamo diventati. Per tre volte vanno sotto e per tre volte pareggiano, ma poi prendiamo il largo grazie alla doppietta di Schiavo e la vittoria è nostra, con abbracci, fraternizzazioni e scene d’amore dei maschi. Con questa vittoria, fra l’altro, regaliamo il primo posto matematico agli inglesi.

L’ultimo match è accademia, anche se ci vale il podio. La squadra tedesca non può nulla contro il nostro vigore e viene seppellita di gol. E qui nasce il rimpianto per le prime due partite buttate un po’ via, dato che tutto sommato avremmo potuto giocarcela con gli inglesi. Ma soprattutto spiace che non ci sia, come era accaduto l’anno scorso, una seconda fase con semifinali e finali. Magari…

Nel post partita, a pranzo, mi faccio una piacevolissima chiacchierata con Kazuhisa. Personaggio spettacolare, simpaticissimo e alla mano. Mi porge ovviamente il suo biglietto da visita, ma non posso ricambiare perché i miei li ho scordati in albergo. Il ragazzo, ingenuo, si stupisce quando si rende conto di quanti calciatori giapponesi conosco. 😀

Il resto del pomeriggio ci vede presi in attività “collaterali”, per la precisione cazzeggio, tiro con l’arco e tiro al piattello. Nel primo me la cavo alla grande, nel secondo centro più volte il bersaglio (grazie anche ai consigli di una avvenente irlandesina), ma non realizzo mai un centro perfetto, nel terzo colpisco un piattello su quattro al primo giro e tre (in fila) su dieci al secondo. Pomeriggio piacevolissimo, anche se punteggiato da qualche fastidioso rovescio di pioggia.

Il banchetto finale è un delirio di carne, pesce e vino rosso. Le pulzelle vagano vogliose di servirci e al tavolo si beve assai anche per lo sfizio di farci venire a versare altro vino da questa o quella figliola. Nel finale di serata un Seabass completamente sbronzo fa il giro dei tavoli sorretto sulle spalle da Aki Saito, generando ilarità diffusa (anche perché di sobri ce n’è pochini). Il ritorno all’albergo, poi, è un delirio, con la coda dell’autobus occupata da un gruppo italo-israeliano-franco-nipponico.

Kazu dà spettacolo e tiene testa all’israeliano capellone, che francamente fa un po’ troppo il fenomeno e prende un po’ troppo per il culo. Comunque, ci si diverte, anche sfogliando la rivista di “soccer & lifestyle” su cui scrivono i tre giapponesi presenti. All’arrivo in albergo mi fiondo in camera per mollare la borsa e recuperare un biglietto da visita da mollare a Kazu. Dopo un po’ di cazzeggio e i saluti, ci si congeda. Il giorno dopo, sostanzialmente, è solo dedicato alle preparazioni, agli ultimi saluti e al viaggio.

Come al solito, infatti, noi italiani torniamo prima, anche se questa volta ci siamo fermati più dei soliti due giorni scarsi. Il che è stato ottimo, perché una volta tanto ho avuto modo di chiacchierare un po’ con gente che veniva dai posti più lontani. Ed è sempre un piacere. Pessimo, purtroppo, tornare con un giorno di anticipo. Intanto perché ancora una volta non ho potuto assistere al torneo dei giocatori “veri” (svoltosi sabato sera), poi perché non ho potuto salutare Andrea Parisi, il secondo classificato delle qualificazioni italiane, che avevo conosciuto l’anno scorso, e infine perché la Francia ha perso con la Scozia, mentre l’Italia ha domato l’Ucraina. Vuoi mettere le prese per il culo che sarebbero volate coi giornalisti francesi?

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