Miami Vice


Miami Vice (USA, 2006)
di Michael Mann
con Colin Farrell, Jamie Foxx, Gong Li

Un lampo squarcia la notte di Miami, mentre su un tetto quattro uomini discutono del futuro imminente, del loro lavoro, delle loro vite. In sala, una ventina di minuti dopo l’inizio del film, mi rendo conto che ancora una volta Michael Mann mi ha fregato, ha stordito la più facile delle vittime e l’ha trascinata nel seducente mondo del suo cinema. Poi, figuriamoci, pure il giorno del mio compleanno, quale miglior regalo che un nuovo film del mio regista preferito?

È il Mann di Heat, quello che racconta di disperati amori impossibili, di leali amicizie virili, di senso dell’onore e del dovere. Quello che illumina il noir in cui arrancano i suoi eroi con raggi di luce divina. Quello che con un dettaglio, uno sguardo, un movimento della mano comunica più che con mille parole. Quello che riesce a rendere credibile la travolgente passione fra la splendida donna Gong Li e il lurido patatone Colin Farrell. Quello.

Una donna che ha tutto e controlla tutto, ma si sposta sul sedile di fronte per osservare di sfuggita l’uomo dei sogni. Un uomo che sta discutendo di vita, morte e lavoro, ma non riesce a evitare di far cadere lo sguardo fuori dalla finestra, verso quella macchina lontana che racchiude l’oggetto del suo desiderio. I colori della Miami notturna, l’afa che si respira quando la tempesta minaccia ma non mantiene, la grana che invade la pellicola come il sudore sulla pelle.

L’estasi di stare davanti a immagini che non hanno eguali, l’insopportabilità di avere a che fare con un regista mostruosamente nelle mie corde, la tensione di una sparatoria talmente intensa che quando cade l’ultimo bossolo mi rendo conto di aver fatto addormentare la mano, a forza di stringere il pugno. L’agonizzante fastidio di rendermi conto che il film sta per finire e volerne invece ancora, di più, sempre più. La tristezza di un lancinante addio, la fine del sogno.

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5 pensieri su “Miami Vice”

  1. L’ho visto stasera.Alcuni dialoghi veramente deludenti. Forse anche colpa dei doppiatori e dell’interpretazione fatta degli stessi, ma l’amaro in bocca è rimasto…

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  2. a memoria:– il dialogo sul padre camionista e sul volergli ancora bene;– la frase “e come direbbe Trudy:…”;aggiunto tutta la scena a casa dell’intermediario, lì soprattutto il doppiaggio dell’agente femminile era artificioso e fuoriposto.

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  3. Il dialogo sul camionista non me lo ricordo nei dettagli, ma non mi pare mi avesse lasciato perplesso, mentre su Trudy posso pure essere d’accordo.Sul doppiaggio, già detto: voglia di vederlo in originale.🙂Però davvero i dialoghi italiani non mi hanno lasciato l’amaro in bocca come a te, al contrario di quanto mi è accaduto con altri film (per esempio The Village).

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