[Venezia 2006] La stella che non c’è – Yeyan – Mientras tanto – C’est Gradiva qui vous appelle – Devil Wears Prada


Concorso
La stella che non c’è (Italia, Francia, Svizzera, Singapore)
di Gianni Amelio
Castellitto da qualche anno si sta specializzando nel ruolo dello stronzo insopportabile che, bisogna dirlo, gli viene benissimo. Sarà una questione di doti naturali. Ne La stella che non c’è interpreta un uomo scorbutico, maleducato, ma tutto sommato buono dentro (sigh) e talmente ossessionato dal suo lavoro da imbarcarsi in un improbabile viaggio in Cina per completare un progetto su cui impazzisce da tempo. Instaurerà un rapporto d’amicizia con un’interprete un po’ sfigata e troverà se stesso, o qualcosa del genere. Un filmetto italiano, ben diretto e con qualche bel momento, ma che, come molti film italiani, mi lascia una grossa sensazione di inutilità.

Fuori concorso
Yeyan – The Banquet (Cina)
di Xiaogang Feng
Drammone shakespeariano dagli occhi a mandorla, che racconta intrighi di corte, amori, tradimenti e tragedie assortite alla maniera del wuxiapian, con balletti fantasiosi che si mischiano a combattimenti, schizzi di sangue che invadono lo schermo e passioni estenuanti consumate nel silenzio. Qualche momento davvero troppo sopra le righe, specie nel finale, ma anche immagini straordinariamente evocative e un gusto surreale nel divertirsi giocando con teatro e cinema.

Venice Days – Giornate degli autori
Mientras tanto (Argentina, Francia)
di Diego Lerman

Una commediola innocua e placida, che racconta di vita quotidiana, sogni, speranze e delusioni. Più storie si intrecciano fra di loro, mettendo assieme un piccolo affresco ben congegnato ma che davvero ha poco da dire. Ogni tanto, però, si ride di schianto, con anche un bel retrogusto amarognolo.

Sezione Orizzonti
C’est Gradiva qui vous appelle (Francia, Belgio)
di Alain Robbe-Grillet

Ma vaffanculo.

Fuori concorso
Devil Wears Prada (USA)
di David Frankel

Dopo otto giorni di macchine da presa appoggiate sul cavalletto e abbandonate al loro destino, è confortante chiudere con un film che parla mainstream e non si vergogna a farlo. Parte la sigletta della Fox, attacca la colonna sonora sparata in surround e ci si rilassa con una commediola che parla di (nonsolo)moda. Due interpreti brave e deliziose, uno Stanley Tucci clamoroso e adorabile come sempre e una serie di battute e gag dirette un po’ a tutti. Si strizza l’occhio e si tira di gomito in qualsiasi direzione, col risultato che raramente una trovata fa esplodere l’intera sala, mentre sono i gruppetti sparsi a cogliere questo o quello scherzo. Poi arriva il lieto fine, sufficientemente buonista da scaldare il cuoricino, senza però esagerare con le sviolinate. Va bene così, ci vuole.

E anche quest’anno è finita. Un saluto al campionario di meravigliose facce che incontro tutte le estati girando per Milano e un dito medio al maledetto cinema Gnomo: se ti siedi davanti fai la sauna, ma se ti metti in fondo la fila di ventilatori posta alle spalle ti uccide la cervice. E hanno il coraggio di chiedersi come mai fanno il pienone solo durante ‘ste rassegne.

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