[Venezia 2006] Private Fears in Public Places – The Hottest State – Offscreen – Farval Falkenberg – Mabei Shang De Fating – Taiyang Yu


Concorso
Private Fears in Public Places (Francia, Italia)
di Alain Resnais
Leone d’argento per la miglior regia
Ennesimo film corale, con varie storie che si rincorrono e si intrecciano fra di loro a formare un unico affresco. Inevitabile un vago confronto con Non prendere impegni stasera, anche se più perché l’ho visto qualche giorno fa, che per reale affinità di spirito. Rispetto a Tavarelli, Resnais mostra molta più capacità nel tenere sotto controllo quello che sta facendo, dirige ottimamente gli attori, non perde mai il filo del discorso, sfrutta bene l’idea della nevicata come raccordo fra i vari episodi e usa decisamente meglio, in maniera più sottile, la colonna sonora. Eppure, sarà per la sua estrema “francesitudine”, sarà perché è troppo pulitino, perfettino, carino, questo Private Fears in Public Places non mi ha preso, non mi ha convinto, non mi ha appassionato fino in fondo. Troppo bello per essere vero.

Sezione Orizzonti
The Hottest State (USA)
di Ethan Hawke
Ethan Hawke torna dietro la macchina da presa dopo cinque anni e racconta di una storia d’amore nata morta fra due ventenni artisti in erba. L’innamoramento a prima vista, il tacchinaggio, il cedimento, la settimana di folle passione e l’inevitabile crollo, con l’incapacità di accettare quello che sta succedendo e i glebici tentativi di rimettere le cose a posto. Bei personaggi, bei dialoghi e una regia efficace, seppur con qualche fighettata di troppo. Bravi gli interpreti, compresa l’adorabile mamma Laura Linney, un’attrice che apprezzo tantissimo e che vedo sempre poco utilizzata.

Sezione Venice Days
Offscreen (Danimarca)
di Christoffer Boe

Una sorta di Blair Witch Project in cui vengono “ritrovati” i nastri girati da un attore per realizzare il suo progetto di film d’amore verità. Tutti interpretano loro stessi, e il giochetto di “far finta di non star recitando” funziona abbastanza bene. L’intreccio, comunque, è ai limiti del trash delirante: il protagonista prova a realizzare un film riprendendo con la videocamera tutti i momenti della sua vita e dando così inizio a un tracollo della stessa. Prima la fidanzata s’incazza e lo molla, poi falliscono i tentativi di broccolaggio, quindi ci si prova con un’attrice (“dai, fai finta di essere la mia ragazza”, “dai, andiamo a letto”), e infine, dopo aver perso amante, lavoro e amicizie, ci si butta sull’omicidio efferato, con tanto di isterici rotolamenti nel sangue della vittima. Il nostro eroe finirà seppellito di schiaffoni. Sembra una porcata, probabilmente lo è, ma in qualche modo mi ha tenuto in sala fino alla fine.

Sezione Venice Days
Farval Falkneberg – Farewell Falkenberg (Svezia, Danimarca)
Se decidi di fare un film sulla vita di un gruppo di ragazzi fancazzari, puoi farlo divertente e intrigante, come è per esempio Trainspotting, oppure puoi tirare fuori una roba inguardabile, come è per esempio questo Farval Falkenberg. Leggi il riassuntino sulla guida alla rassegna e ti aspetti una sorta di ennesimo Grande freddo in salsa danese. E invece ti ritrovi davanti cinque ragazzotti qualunque che passano il tempo a parlare del nulla. C’è un motivo, se solitamente nei film i momenti poco interessanti della vita quotidiana vengono evitati, ed è che sono poco interessanti. Dopo mezz’ora ho deciso di andare a mangiare con calma, per una volta.

Sezione Orizzonti
Mabei Shang De Fating – Courthouse of the Horseback (Cina)
di Liu Jie
Premio Orizzonti
Un giudice Santi Licheri dagli occhi a mandorla vaga per campagne e montagne nella provincia sud-occidentale cinese dello Yunan assieme a un giovane alla sua prima esperienza e una compagna in là con gli anni e prossima al ritiro. Il loro compito è di dirimere piccoli litigi fra persone abituate a vivere a decine di miglia dalla città. Tutto il mondo è paese e le questioni son sempre quelle: confini invasi, merci rubate, animali che non stanno al posto loro e via dicendo. Un film affascinante, girato coi suoi lentissimi ritmi, tipici di una certa cinematografica orientale, ma che vive di un’ottima scrittura, della capacità di ironizzare su se stesso e del fascino per culture e civiltà lontane in maniera incredibile.

Sezione Orizzonti
Taiyang Yu – Rain Dogs (Malesia, Hong Kong)
di Ho Yuhang
Io mi chiedo come sia possibile che in Estremo Oriente ci siano così tanti bravi registi e direttori della fotografia, capaci come pochi di dipingere immagini affascinanti, e così pochi bravi sceneggiatori. Questo film dura cento minuti, dei quali ce ne saranno una decina di storia e una decina di visioni suggestive. Il resto, semplicemente, non c’è. Ed è un po’ troppo, da affrontare come sesto film della sesta giornata di rassegna.

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