[Venezia 2006] Daratt – World Trade Center – Jak-Pae – Fangzhu


Concorso
Daratt (Ciad)
di Mahamat-Saleh Haroun
Premio speciale della giuria
Io francamente certi premi non li capisco proprio. Daratt è un bel film, per carità, ma cos’ha di tanto speciale da meritare il premio apposito della giuria? Certo non il soggetto, su un ragazzo alla ricerca di vendetta, che finirà per affezionarsi alla sua vittima designata e decidere di risparmiarla. Certo non la messa in scena, che è quella tipica della cinematografica africana, fatta sostanzialmente di silenzi e staticità. Ripeto, un bel film, ma tutto qui?

Fuori concorso
World Trade Center (USA)
di Oliver Stone
Inutile negare che buona parte dell’impatto di questo film sia dovuto al suo raccontare una tragedia imponente, recente e, al contrario di altre, schiaffata in faccia a tutti dal circo mediatico. Il film si apre sulla tranquilla routine. Si vedono persone alzarsi, fare una doccia, prepararsi per andare al lavoro, salutare moglie e figli, viaggiare in macchina con sullo sfondo la skyline di New York ancora intatta. Poi appare quella scritta, “11 settembre 2001”, e subito ti si mozza il fiato.

Per una mezz’ora abbondante World Trade Center è un capolavoro. Stai facendo il tuo lavoro, il tuo dovere, e poi all’improvviso un’ombra enorme oscura il cielo. Sei lì che osservi un travestito dall’altra parte della strada e vieni sorpreso da un rumore fortissimo, un’esplosione. La chiamata alla radio, è successo qualcosa, tutti sono agitati, ma non si capisce bene cosa. Sai solo che è qualcosa di davvero molto grave. La squadra entra e con loro osserviamo quella assurda processione di gente che cammina per uscire dal WTC, ascoltiamo le esplosioni e viviamo i momenti di panico del crollo.

Oliver Stone per certi versi sceglie una strada simile a quella intrapresa da Paul Greengrass con United 93, mostrando gli avvenimenti da un punto di vista “terreno” ed evitando per buona parte del film di dare una visione più ampia sulle cose. I protagonisti vanno allo sbaraglio, cercando di fare il loro dovere e aiutare, ma non hanno idea di cosa stia succedendo. Forse la seconda torre ha preso fuoco per l’esplosione nella prima, figuriamoci mai se può essersi schiantato un secondo aereo. Addirittura, quando i due protagonisti, nel finale, vengono tirati fuori dalle macerie, uno chiede a chi gli sta intorno che fine abbiano fatto le torri. Nonostante tutto il rumore, il casino, le macerie, è troppo impensabile che gli siano crollate entrambe in testa.

Tutta la prima parte e tutte le scene ambientate sotto le macerie, coi due poliziotti sepolti che cercano in qualche modo di sopravvivere e vengono poi salvati, sono splendide. Trascinanti, commoventi, disturbanti e, credo, non solo perché si tratta di eventi veri e ancora vividi nel ricordo. È l’Oliver Stone che amo e apprezzo, un grande regista. Il problema è che c’è anche l’altro Oliver Stone, quello retorico e pomposo, quello che deve inquadrare dal basso, un po’ di sbieco, l’ottimo Frank Whaley mentre esclama “I’m a paramedic”, o che deve dare a Dave Karnes inappropriati toni biblici con sparate iperdrammatiche, o usare a sproposito l’immagine di Cristo (due volte appare, la seconda ha un senso ben preciso, ma la prima sembra davvero buttata lì e fuori posto).

Per fortuna, però, forse anche per rispetto, per timore di strafare, è anche uno Stone molto più controllato che in altre occasioni, capace di limitare la deriva a pochi singoli episodi e di raccontare per esempio la preoccupazione e il dolore dei familiari in maniera toccante e credibile, quasi mai sopra le righe. Il risultato è un buon disaster movie, incentrato sui sentimenti e sulle persone, che rifugge la contestualizzazione storica e politica. Una scelta, questa, che non mi infastidisce, ma che rende del tutto pacchiani e fuoriluogo quei brevi e isolati riferimenti che fanno capolino in alcuni punti del film (“Those bastards”). Ma, ancora, trovo inutile dare loro più importanza di quella che hanno. World Trade Center è un buon film, che funziona nonostante i suoi difetti. Poteva essere molto peggio.

Fuori concorso
Jak-Pae – The City of Violence (Corea del Sud)
di Ryoo Seung-Wan

Divertente e adorabile pastiche, che mescola commedia, poliziesco e arti marziali, condendo il tutto con atmosfere e musiche anni Settanta. Quasi tutto quello che si vede su schermo è di qualche derivazione e alla lunga il giochetto può stancare, ma il regista è bravo, dosa i tempi nel modo giusto e dirige bene l’azione. Jak-Pae racconta di amicizie infrante e vendette d’onore, usando i classici toni melodrammatici da cinema sudcoreano e una buona cura per l’immagine. Per Ryoo Seung-Wan, di cui a Cannes 2005 ho visto il precedente Crying Fist, un netto passo avanti nell’acquisire il dono della sintesi che tanto manca a certi suoi compatrioti. Il gusto per l’autoironia e il divertimento a tratti demenziale, invece, è rimasto lo stesso di un anno fa. Se piace il genere – e a me piace – è un film molto divertente.

Concorso
Fangzhu – Exiled (Hong Kong, Cina)
di Johnnie To
Altro giro, altra storia di amicizia virile e vendette ultraviolente. Qui invece che i calci volano le pallottole e lo fanno con una ricerca estetica portata all’eccesso. To cerca di girare un western moderno, punta tutto sulla bellezza delle immagini e sulla simpatia dei personaggi, ma dà troppo per scontato e non perde tempo a caratterizzare i suoi protagonisti. Il risultato è che il potenziale drammatico del racconto si limita appunto ad essere potenziale. Rimane così solo una lunga serie di belle immagini, virtuosismi registici e trovate divertenti. Può bastare, ma lascia anche l’amaro in bocca per quel che una sceneggiatura più ricca avrebbe potuto dare a questo film.

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