Miami – Ultimo appuntamento


Dopo una luuuunga notte di sonno, verso le sette del mattino mi sveglio, mi ripulisco e scendo nella hall dell’albergo per fare colazione. Non ho voglia di piazzarmi nel ristorantino e vado quindi al bancone del bar, dove mi siedo di fianco a un posto semi-occupato: lo sgabello è libero, ma sul bancone ci sono una tazzina di caffé mezza bevuta, un quotidiano e altra roba. Mi prendo un the, un succo d’arancia e un cornetto (invero abbastanza di gomma) e, mentre degusto, vedo entrare dalla porticina alla mia destra Mickey Rourke.

Michelino, che si porta dietro una specie di pantegana a pelo corto (immagino sia il suo cane), trinca l’ultimo sorso di caffé, raccoglie la sua roba e se ne va su in camera, non mancando di notare che l’ho notato e lo fisso con la coda dell’occhio. Mentre sto per finire la colazioncina, lo vedo che – senza cane – esce dall’albergo e monta in sella alla moto. Io, invece, dopo aver ovviamente fatto segnare tutto sul conto della camera, esco e mi dirigo all’ufficio informazioni dove avevo recuperato la mappetta.

Il posto fa anche da Internet Point e mi permette così, tirando fuori tre dollari, di dare una sbirciata alla posta e ad altre sciccherie (anche perché, per la cronaca, non avendo io un telefono cellulare, essere andato a Miami senza laptop mi ha tagliato qualsiasi ponte col resto del mondo). Attacco bottone anche con la signora che gestisce, che mi svela di essere la sorella della padrona, e che in realtà lei canta (è un soprano) e si esibisce in giro per il globo. Fra le sue performance, mi cita passaggi a Venezia, in altri posti d’Italia e perfino un concerto per il Papa. Simpatica sudamericana, quando le dico che sono a Miami per lavoro e che scrivo su riviste di videogiochi mi rifila subito un biglietto da visita, immagino nella speranza che io possa in qualche modo trovarle un ingaggio (suppongo la parola chiave sia stata più “riviste”, che “videogiochi”).

Svolta la pratica “contatti con il mondo”, passo velocemente in albergo e recupero il necessaire per andare in spiaggia. In pratica mi metto il costume e tiro su il libro. Il resto della mattinata lo trascorro per un bel po’ a mollo e per un altro bel po’ spaparanzato sulla sabbia, leggendo e ustionandomi la schiena e le gambe, dato che non ho con me alcun tipo di crema solare. Dopo essermi abbrustolito per bene, torno in albergo per l’appuntamento con gli altri.

Il programma della giornata è il seguente: un cazzo fino alle 18:00, quando ci si ritroverà per andare a fare un giro in elicottero. Federico coglie l’occasione per raccontarmi che la sera prima, nella super suite Falconi dell’ultimo piano, c’è stata la festa organizzata da Madonna per il dopo-concerto. Magari è per quello che Mickey Rourke è “in zona”. Federico mi racconta anche di un omone piazzato agli ascensori per controllare a che piano salisse la gente ed evitare che eventuali indesiderati s’imboscassero al party.

Comunque, i tizi di rockstar partiranno verso le quattro abbondanti e noialtri non abbiamo attività programmate. I due tedeschi vogliono andare a fare un giro in un mall al chiuso, anche perché la giornata è davvero invivibile, sul piano della temperatura (la Rumi mi racconterà poi che quello stesso giorno è stato mortale anche a Los Angeles). Federico si aggrega a loro, io penso che potrebbe essere un’occasione buona per infilarmi al cinema e vedere Superman Returns. Purtroppo un veloce sguardo agli orari sul giornale (tutte le mattine consegnato davanti alla porta della stanza) mi fa capire che andando al cinema non tornerei in tempo per l’elicottero. Scatta quindi il mall.

L’uscita dall’albergo è devastante: il caldo è insostenibile e il sole si riflette sull’asfalto modello Attacco Solare. Zompiamo in macchina e veniamo portati a destinazione… sbagliata! Finiamo infatti in un mall estremamente deluxe, fatto solo di negozi d’alta moda e, oltretutto, all’aperto. Ovviamente scatta subito il taxi, che ci porta dritti dritti all’Aventura Mall. Una costruzione dalle discrete dimensioni: due piani di negozi, ciascuno dei quali – cito dal depliant/mappetta – se percorso per l’intero perimetro comporta un miglio di cammino. Due miglia di consumismo, insomma, più un terzo piano con un multisala e un Johnny Rockets.

Io e Federico ci separiamo dai crucchi e ci infiliamo da Johnny Rockets, per consumare un hamburger ottimo, ma che i continui sbalzi di temperatura (dall’inferno fuori al tifone glaciale dentro) mi faranno restare un po’ sullo stomaco. Dopo mangiato mi distacco dal mio accompagnatore e vado un po’ in giro, non riuscendo ad evitare di estrarre la carta di credito, ma limitandomi a due cazzatine al Disney Store, un regalino per la rumi nel negozio Sanrio e una maglietta dei Philadelphia Phillies in saldo. Da EBGames e nel negozio di “collectables” sportivi non trovo nulla e, comunque, il tempo a disposizione basta appena per completare il giro del doppio miglio consumistico. Afferro un succo di frutta da Starbucks e ci si fionda in un taxi.

Dall’albergo si riparte con una macchinona dai vetri oscurati, la cui autista è una donna di colore brasiliana che ci apostrofa con un “Campeones!” appena capisce che siamo italiani. Destinazione: l’attracco di un traghetto. I controlli incrociati e carpiati della guardia sfiorano il ridicolo, ma alla fine ci viene dato l’ok e ci imbarchiamo con tutta la macchina su uno di questi traghetti che fanno avanti e indietro a getto continuo dall’isola dove siamo diretti (e che mi sembra popolata da gente con molti soldi). Qui zompiamo su un elicottero, pilotato da un fantastico ammerigano molto yeah!

Cuffie e microfoni allacciati, cintura stretta, si decolla, e la sensazione è la stessa di quando qualche anno fa volai sulle Alpi svizzere. Sulle prime, ti chiedi quanto cazzo vanno in alto ‘ste montagne russe, poi ti abitui ed è solo una gioia. Il tipo ci conduce in un giro sopra tutta Miami, vagando fra le isole, illustrando a voce, chiacchierando e commentando con noi i posti dove siamo già passati in macchina, a piedi o in barca. Gentile e disponibile, risponde a tutte le domande (comprese le menate su “cosa puoi e non puoi fare con ‘sto elicottero”) e rende ancora più piacevole un viaggio che, comunque, è già uno spettacolo di suo.

Dopo un po’ si fa tappa dal benzinaio dei volatili. Una specie di mini aereoporto poco frequentato, dove c’è veramente una pompa di carburante da cui il tipo fa rifornimento e ci sono tutti i comfort del caso, compreso un distributore di bibite. Prima che riprenda il viaggio, patteggio con il PR tedesco e mi scambio di posto: il primo tratto me l’ero fatto seduto dietro, mentre per questa seconda parte mi piazzo davanti, dove la visuale è più ampia e vedo anche cosa combina il pilota (la tentazione di muovere una leva a caso è forte, ma per fortuna mi trattengo).

Una volta terminato il volo e salutato il tipo, si torna in albergo e, dopo una rinfrescata, si esce per cena, avvolti da un caldo più accettabile, ma sempre terribile. Sperando di trovare un bel luogo caratteristico, ci dirigiamo al viale messicano che si trova a due isolati dalla Lincoln Boulevard, ma troviamo invece un posto che sembra uscito dal villaggio del far west di Gardaland. Quattro ristoranti in croce, ciascuno dei quali con fuori un messicano che ti invita a sbirciare il menu. Sul quarto messicano, che in realtà è una bella messicana, vacilliamo, ma decidiamo di tirare dritto.

Tornati sulla Lincoln, si cerca un ristorante non italiano e l’impresa è ardua. Arrivati quasi in fondo, troviamo quello che cerchiamo, ma io mi congedo dagli altri: non ho ancora smaltito l’hamburger pomeridiano, ho un caldo boia che mi dissuade dal sedermi a cenare all’aperto e, soprattutto, sono in tempo per l’ultimo spettacolo di Superman Returns, peraltro in un cinema, quindi al fresco. Saluto tutti e mi godo lo spettacolo, non prima di aver notato per l’ennesima volta che secondo gli americani una coca piccola misura un litro e non prima di aver visto sul grande schermo i trailer di Spider-Man 3 e Invincible (che non c’entra nulla con il capolavoro di Robert Kirkman, ma parla dei Philadelphia Eagles).

Il film finisce all’una e mezza, quindi me ne torno in albergo e, dopo aver infilato un po’ di roba in borsa, collasso. La mattina dopo mi sveglio relativamente presto, mi sdoccio e mi rilasso un po’ davanti alla TV. Scendo a fare colazione nel ristorante e mi sollazzo con un the caldo, del succo d’arancia e dei pancake, che almeno una volta li mangio sempre, quando vado negli USA (ottimo l’accompagnamento a base di mango).

Dopo mangiato, vado a fare un ultimo giro in Lincoln Boulevard, che percorro fino in fondo (facendo però tappa in libreria, dove compro Our Movie Year di Harvey Pekar e un paio di riviste, una delle quali per il Gruspola). Stavolta, per curiosità, vado oltre la parte pedonale e arrivo fino alla fine della via, una strada chiusa che, in mezzo a villette varie, butta direttamente sul tratto di oceano che la separa da un’altra isola. Me ne resto un po’ fermo lì, a osservare il panorama, abbrustolirmi sotto il sole e riflettere sul senso della vita.

Dopodiché, gustandomi un ultimo passaggio sul lungomare, me ne torno in albergo, sudato da far schifo, mi faccio una doccia, finisco di preparare i bagagli e scendo per il checkout (tutto pagato, che meraviglia). Dopo una lunga attesa è ora di partire, si piglia la solita macchina privata e, ad appena un paio di isolati dall’albergo, sono costretto a chiedere il dietro-front, dato che ho lasciato il marsupio sul divanetto. L’autista, fra l’altro, è un meraviglioso tizio di Haiti, che ci ringrazia perché abbiamo battuto i francesi in finale.

Il volo, condiviso con Ezio Greggio e famiglia, è il solito Alitalia, con le solite hostess non proprio adorabili e con le solite “comodità”. Fra i film proiettati, mi desta un vago interesse, frutto probabilmente del mio gusto per l’orrido, Manuale d’amore. Ma, come mio solito nei viaggi di ritorno, non ho modo di guardarlo, dato che collasso e non mi risveglio fino a un’oretta dall’atterraggio, che trascorro leggendo Underworld.

E siamo di nuovo a Milano, dove l’afa col cazzo che ti sembra quasi piacevole. Alla dogana gli addetti sono tutti lì a sorridere per Greggio e la gente normale la guardano di sfuggita, con scritto in fronte “dai, levati dal cazzo, che ho da fare”. Per farmi sentire subito a casa, poi, in autostrada trovo una bella coda causata da un’incidente. Arrivato nel mio caro appartamentino, per la prima volta in stagione non resisto e attacco il Pinguino. Poco dopo, magia, viene a piovere e la temperatura si abbassa un filo. Casa dolce casa, insomma.

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2 pensieri su “Miami – Ultimo appuntamento”

  1. HAhahaha, sì, dall’elicottero ho visto Key Biscayne, ma del resto quando ci siamo fermati in barca a fare il bagno eravamo lì davanti.Comunque ci sono campi da tennis (e basket, baseball, golf e altro) dovunque.E Mickey era vestito discretamente truzzo.😀

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