Miami, seconda parte


Il secondo giorno a Miami si apre alle sei del mattino, quando il signor jet lag mi spalanca gli occhi e mi fa alzare dal letto. Dopo una veloce colazione a base di frutta (quella del cesto omaggio), mi metto il costume e mi dirigo verso la spiaggia. Vista l’ora, comprensibilmente c’è una manciata di persone e i bagnini stanno appena appena iniziando ad aprire i vari ombrelloni e piazzare le sdraio. In questa bella e silenziosa atmosfera scatta quindi la passeggiatina con le gambe a mollo, che si trasforma velocemente in un bel bagnetto.

Dopo la glaciale esperienza in Irlanda e il “manco ce provo” di Santa Monica, finalmente faccio il bagno nell’oceano a una temperatura accettabile. L’acqua è stupenda, limpidissima, tiepida e accogliente. Anche andando un po’ al largo (non troppo, sai mai che ci sia davvero qualche squalo), si vede sempre perfettamente il fondo. Dopo essere stato un po’ a mollo, torno a riva e mi svacco sulla sabbia ad asciugarmi, anche se il procedimento è lungo, dato che il sole non è ancora alto e putente in cielo. Tocca però tornare in albergo abbastanza in fretta, perché è ora di lavorare.

Dopo una veloce doccia, raggiungo i tizi di Rockstar nella loro stanza e trascorro qualche ora a provare ‘sto nuovo GTA per PSP. Evito di approfondire, intanto perché probabilmente non mi è permesso farlo, e poi perché lunedì dovrò mettermi a scrivere sei pagine sull’argomento, quindi sai che voglia di farlo anche qui. Svolta la pratica, comunque, ho un po’ di tempo per cazzeggiare e decido di andare a farmi una passeggiata “cittadina”.

Appena uscito dall’albergo trovo un centro informazioni, nel quale recupero una mappa di Miami. Da lì mi dirigo verso Lincoln Boulevard, che è la via pedonale in cui si trovano praticamente solo negozi e ristoranti (mentre nella via dell’albergo, beh, ci sono solo alberghi). Davvero impressionante notare la smodata presenza italiana a Miami, o perlomeno in questa zona. Praticamente, tolte le catene – che comunque sulla Lincoln non sono molto presenti – il novanta per cento dei ristoranti/bar/paninari sono italici.

Insegne stile “Gelateria Parmalat” a ogni angolo, tricolori srotolati sui tetti, manifesti con le foto della Nazionale e scritte modello “Grazie ragazzi” e “Voi ci credevate? Noi sì!”, una meraviglia! Ovviamente una tale presenza di “italianitudine” non è casuale e infatti ovunque ti giri senti voci parlare nella nostra lingua. A quanto pare Miami è meta turistica particolarmente ambita dagli alfieri di pasta pizza e mandolini vari.

La passeggiata è abbastanza deludente, nel senso che davvero ci sono quasi solo posti per rifocillarsi e i negozi scarseggiano un po’ (o forse scarseggiano quelli per me interessanti). Magari, per una volta, riuscirò a tenere chiusa nel portafogli la carta di credito, che non sarebbe neanche male. Arrivato al termine della parte pedonale di Lincoln Boulevard, scopro un cinema multisala e subito miro i film disponibili: Clerks 2, My Super Ex-Girlfriend, Pirates of the Caribbean, Superman Returns, Cars… mamma mia, quanta roba sfiziosa! Fossi costretto a decidere, davvero non saprei cosa pescare, ma la decisione l’ho già presa prima di partire e non me ne preoccupo.

Proseguendo oltre il cinema, la Lincoln torna ad essere una via “normale”, con carreggiata e marciapiede. Sulla sinistra c’è una piccola fila di negozi e locali, “inaugurata” da una sede della Wachovia (una banca che riconosco solo perché da qualche anno sponsorizza il palazzetto dello sport dei Philadelphia 76ers). Sulla mappa della zona noto che poco più in là c’è un Dunkin’ Donuts e mi ci dirigo subito, che è dal 2002 che non riesco a mettervi piede.

Armato di super frullatone e ciambella al cioccolato, mi avvio per tornare all’albergo, sorseggiando e masticando la plastica che mi porto in mano. Giunto alla meta, non prima di una piccola deviazione che mi porta a fare un altro giretto sul lungomare, sono letteralmente sudato fradicio. Ma proprio ricoperto, con maglietta e pantaloncini che han cambiato colore. Eppure, non posso fare a meno di pensare che, nonostante il caldo e pur sudando a conti fatti molto più che a Milano, si sta tanto (ma proprio tanto) meglio. Sarà l’arietta fresca, sarà un fatto psicologico, vai a sapere.

Dopo una doccia veloce e un po’ di relax davanti alla TV (ci sono le World Series of Poker 2006), scendo nella hall per l’appuntamento con gli altri. Si prende la macchina e – passando sotto il ponte della scena iniziale di Scarface – ci si dirige al Four Seasons, un super albergone, da cui ci imbarchiamo [Momento Vice #4] su uno yacht. Il classico motoscafone bianco, con i divanetti a poppa, i materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole a prua e sotto coperta una serie di stanzette superlusso e un frigorifero ben fornito.

Comincia quindi un tour che ci porterà a gironzolare attorno alle varie isole che compongono Miami, con il “secondo” che ci illustra il panorama, spiegando a chi appartengono le varie ville (fra gli altri Shakira, Shaquille O’Neal – la cui villa si riconosce perché sul molo c’è un pupazzetto che riproduce le sue fattezze – e Puff Daddy). Meravigliosa la figura del capitano, un vecchietto un po’ sdentato, con i capelli platinatissimi, un codino lunghissimo e una faccia sempre sorridente.

Il viaggio è affrontato dalla stessa gente della cena al ristorante giappo (senza però Ausie (o come cazzo si scrive), che è dovuto rimanere in albergo per una faccenda imprevista). In aggiunta, tre tizi di Rockstar, i due con cui ho visto il gioco e un altro, folle, che passerà tutto il pomeriggio a prendere il sole fino a diventare un’aragosta.

Dopo un giro davvero lungo, durante il quale si chiacchiera, si osserva il panorama, si trinca come disperati e ci si spalma di crema solare per evitare di prendere fuoco (io ovviamente me la spalmo a caso e mi abbronzo a chiazze, tipo sulle ginocchia, in faccia e su piccoli pezzi di schiena), si accelera in impennata e ci si dirige verso un punto preciso, dove ci fermeremo.

In pratica, poco al largo di Key Biscayne, c’è un tratto di oceano con delle secche, in cui l’acqua diventa bassissima e a tratti addirittura affiora la sabbia (seppur ricoperta un po’ d’alghe e un po’ di rocce). Ci fermiamo quindi lì e stazioniamo per qualche ora, facendo il bagno (acqua ancora una volta adorabilmente perfetta), sguazzando, chiacchierando sotto il sole e rimpinzandoci di patatine, noccioline e cazzate varie.

Attaccato sul retro dello yacht c’è un jet ski, messo lì apposta perché tutti noi, previa firma e controfirma di una liberatoria, ci si faccia a turno un giro sopra. Non ci ero mai salito e, beh, è divertentissimo e mostruosamente facile da usare (forse pure troppo). Dopo qualche imbarazzo iniziale, mi sono ritrovato a sfrecciare a massima velocità, dando le accelerate al momento giusto per sfruttare le onde in arrivo per saltare e andando come un coglione. Al ritorno mi han detto che andavo davvero veloce e che per un bel po’ ero scomparso alla vista…

Durante il viaggio di ritorno continuiamo a strafogarci di porcherie e a chiacchierare con i tizi di Rockstar, che scopro grandi appassionati di sport (uno di football e uno di basket). Il passaggio alla chiacchiera spinta su NFL, NBA e tifoserie varie è inevitabile e immediato. Si parla anche di Mondiali e del fatto che negli USA hanno avuto una copertura pazzesca, come mai si era visto prima sulle loro TV, anche se i commentatori facevano un po’ pena.

Una volta tornati in albergo, ci si lascia con l’idea di ribeccarsi verso le otto. In serata il nostro stesso albergo, infatti, gestisce un party (ovviamente a bordo piscina). Poco prima delle otto, però, mi arriva una telefonata che mi avvisa che l’appuntamento è spostato in avanti di un’ora. A quel punto ho la pessima idea di sdraiarmi sul divano davanti alla TV… improvvisamente sono le nove e mezza e qualcuno mi sveglia bussando alla porta. Risate, “no, guarda, a ‘sto punto continuo a dormire”, collasso.

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La logorrea non mi abbandona e pure questa seconda parte del racconto ha finito per essere più lunga del dovuto. Anche per oggi è tutto, quindi, l’ultimo blocco di cazzate arriverà appena (e se) ne avrò voglia, magari con a disposizione anche ‘ste benedette foto, che stanno diventando un’agonia.

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