Trionfo del bene


Stamattina ho preso a calci in faccia l’amarezza e l’ho messa da parte. A colazione, mentre mi scofanavo le mie solite quattro ciambelle, è subito emerso come lampante che ero l’unico a voler fare la gita lontano da Los Angeles. Mentre gli altri parlavano di girare per Santa Monica, il mio cervello veleggiava verso altri lidi e prendeva una decisione. Gestite le pappe e lavati i dentini, volo su Mapquest e mi scrivo su un foglio le indicazioni per raggiungere il Joshua Tree National Park. A quel punto mi incammino verso l’Avis a qualche isolato di distanza, dove noleggio una compact. Anzi, no, le compact le abbiamo finite, ti diamo una medium, ma la paghi comunque come una compact. Oltretutto mi danno la Chevrolet Malibu, la stessa macchina che avevamo preso a noleggio cinque anni fa, durante la vacanza a Philadelphia. Il bene galoppa imperioso verso il sole.

Torno all’albergo, faccio un ultimo – svogliato e fallimentare – tentativo di coinvolgere Alepolli, schiaffo un po’ di cose nello zaino e saluto Skulz, che esprime invidia con la faccia piantata nel portatile. Sbrigata la tappa “provviste”, che prevede tre litri d’acqua al supermercato e un prelievo al bancomat, imbocco l’Interstate 10. Da lì, la fuga da L.A. procede senza intoppi, a parte una coda di una decina di minuti causata da un incidente. Per circa un’oretta il panorama sembra quello dell’autosole, ma poi, improvvisamente, mi ritrovo in America, e già comincio a ringalluzzirmi, fra montagne e distese da centinaia di mulini a vento. L’autoradio mi accompagna alternando il CD dei Tool e una radio autoctona che trasmette successi del passato, e il viaggio procede tranquillo. Nel mentre, realizzo che il cambio automatico e il cruise control (o come cazzo si chiama) sono due fra le più grandi invenzioni nella storia dell’umanità.

Dopo un paio d’ore sono ai margini del deserto. Mi fermo a un Subway per mingere e mangiare uno sfilatino con della carne (tacchino, pollo e roast beef, credo), del formaggio e dei pomodori. Trincata pure la coca, torno in macchina e mi getto nella strada che porta all’ingresso ovest del parco. Mi attende una bella ranger, che incassa i miei 15 dollari e mi porge una mappa e un depliant. Accosto subito dopo l’ingresso del parco, sbircio la mappetta, scendo dalla macchina e mi guardo intorno. Il paesaggio è già uno spettacolo e faccio un paio di foto. Poi torno in macchina e mi inoltro nel selvaggio.

Il selvaggio è “selvaggio”. Una lunga strada asfaltata a due corsie taglia tutto il parco e ogni tot miglia c’è una zona di sosta con panchina, cesso pubblico e a volte pure il necessaire per fare una grigliata. In realtà queste contaminazioni rendono tutto abbastanza ordinato e limitano il casino, tanto che è tutto impressionantemente a posto. Non una bottiglia o una cartaccia per terra, cessi pulitissimi, una meraviglia. E in più, attorno, c’è il nulla completo. Il silenzio, totale. E un paesaggio tanto bello da star male. Roba da mozzare il fiato, ma proprio in senso letterale, nonostante le foto non rendano giustizia. Sarà che in un deserto non ci ero mai stato e l’elemento sorpresa è forte, ma quando mi fermo alla Hidden Valley e mi arrampico su una rocciona, beh, nel guardarmi attorno, il fiato mi manca per davvero. Commozione.

I primi momenti di viaggio in macchina nel deserto sono deliranti: praticamente a ogni piazzola di sosta mi fermo e mi metto a girare in mezzo alla sterpaglia, felice come un bimbo. Faccio foto e gironzolo. Poi prendo il ritmo e avanzo fino, appunto, alla Hidden Valley, una sorta di zona circoscritta da una serie di enormi rocce in cui c’è un sentiero tramite il quale passeggiare in mezzo ai vari tipi di piante. In questo punto del parco trovo più gente che in qualsiasi altro, ma siamo comunque nell’ordine della decina, per di più talmente sparsa che se ne vedo due assieme è un miracolo. E tutto è dominato da un silenzio delizioso.

Dopo essermi fatto un giro nella Hidden Valley, proseguo in macchina lungo la Parkway Boulevard e imbocco la deviazione verso Keys View. La strada sale in cima a un monte, da cui si gode di una vista spettacolare. Parcheggio, smonto e mi siedo su un muretto che mi separa dalla voragine. Sto un po’ lì con le gambe a penzoloni, poi salgo la scalinata che porta in cima e gironzolo un po’ gustandomi il sole e il venticello fresco. Mi sdraio su una panca a vegetare, chiudo gli occhi e lascio passare il tempo, mentre qualche altro visitatore mi gira attorno. Dopo un po’ mi desto e torno in macchina, dove finisco di trincare la prima bottiglia da un litro e mezzo d’acqua.

Comunque il clima non è particolarmente asfissiante. Prima di partire avevo guardato su Yahoo Forecast e le indicazioni davano 30° di massima e 19° di minima. Nel complesso fa caldo, ma si sta bene, perché c’è un bel venticello fresco e soprattutto non c’è umidità. Nel tornare giù da Keys View, mi infilo sulla destra nella strada sterrata che porta verso la Lost Horse Mine. Parcheggio vicino a una jeep e imbocco il sentiero da percorrere a piedi, un saliscendi da due miglia lungo colline, collinacce e montagnette. Il sole sta cominciando a calare e a un certo punto mi viene quasi voglia di tornare indietro. Ma vado avanti a colpi di “vedo se è dopo quel colle” e, finalmente, avvisto in lontananza la miniera. Non solo, vedo anche una coppietta un po’ più avanti di me che sta arrivando all’obiettivo. Immagino siano i passeggeri della jeep. Comunque, non esiste assolutamente che loro ci arrivino e io no.

Con le energie rinnovate, accelero, li sorpasso e giungo a destinazione. Scatto qualche foto, mi guardo intorno, osservo il panorama e faccio una pisciatina per marcare il territorio. Il sentiero in teoria andrebbe avanti altre quattro miglia, fino a una roba che si chiama, se ricordo bene, Lost Horse Loop. Non so cosa sia e non lo scoprirò, perché si torna indietro. Sulla via del ritorno il sole cala sempre più e quando arrivo alla macchina noto che le ombre si stanno allungando e le rocce cominciano a tingersi di rosso. Mentre scolo anche la seconda bottiglia, un po’ bevendo, un po’ sciacquandomi la testa dal sudore e della polvere, scatta la decisione di non uscire dal parco dalla parte da cui sono entrato, ma di farmi tutta la strada che lo taglia da una parte all’altra, facendomi passare dal deserto del Mojave a quello del Colorado. Questo tragitto più lungo, fra l’altro, mi permetterà anche di gustarmi il tramonto nel deserto.

Torno quindi sulla strada principale e proseguo verso est, con il sole alle spalle. Preso da totale trip deserto, mi fermo praticamente a ogni “fatto” segnalato da un cartello, sia esso un ammasso di rocce puffettose, un avvallamento o un semplice punto da cui si gode di buona vista. Il passaggio da un deserto all’altro è tutto sommato abbastanza visibile nel cambio di terreno, che diventa meno roccioso e più sabbioso. A un certo punto, davanti ai miei occhi, un road runner attraversa la strada di corsa. Si, lui, “bip bip”. Hahahahha, sto andando in macchina e vedo questa specie di uccellaccio che mi taglia la strada correndo come un disperato. Fantastico.

Fra l’altro, a proposito di animalini, i – cito dalla guida sul retro della mappa – kangaroo rat sono dappertutto. Saltellano in giro nascondendosi fra i cespugli e se ti avvicini a meno di, boh, dieci metri, fuggono via. Qua ho provato a fotografarne uno, ma praticamente non si vede. Sta al centro della foto, comunque, in mezzo al cespuglio. In giro ci sono anche tantissimi corvi, e a un certo punto, sempre mentre sono in macchina, vedo un – cito – jackrabbit che fa per attraversare, mi nota, cambia idea e torna fra i cespugli. Purtroppo non avvisto aquile.

L’ultima tappa a un sito “turistico” è costituita dal Cholla Cactus Garden, dove c’è una vera e propria foresta di – cito – Bigelow Cholla Cactus, con un sentiero che conduce in mezzo a ‘sti cosi. Ci sono anche altre sciccherie, piante di jojoba strane e perfino qualche tana di topino. Il resto del tragitto verso l’uscita del parco è fatto di piccole soste in cui mi fermo a osservare le rocce colorate dal sole che tramonta e, ovviamente, il sole stesso. Purtroppo la macchinetta fotografica non è delle migliori e le foto non rendono giustizia alla bellezza che tentano di catturare. Quando torno a casa, magari, provo a ritoccarle un po’, ma chi mi legge qui si becca queste, che fra l’altro non sono ovviamente tutte.

A un passo dall’uscita c’è Cottonwood, dove si trova un centro accoglienza che è chiuso ormai da ore. Mi fermo comunque per una pisciatina nell’unico cesso dotato di sciacquone. Ingegnoso il sistema con cui viene gestita la luce: si accende con un interruttore che è anche un timer simile a quelli dei forni. Così, se qualcuno si dimentica di spegnere, fa tutto da solo. Gestita la pisciata, torno alla macchina e mi avvio. Giusto il tempo degli ultimi saluti, per poi immettermi sulla Interstate 10 e tornare verso Santa Monica.

Lungo il tragitto vengo assalito dai morsi della fame e decido di fermarmi a uno dei fast food lungo la strada. Avvisto un Wendy’s – catena di merda food da me molto gradita – con la coda dell’occhio e imbocco l’uscita, ma le indicazioni sono incasinate e non riesco a raggiungerlo. Torno sulla Interstate con la coda fra le gambe e, ovviamente, dalla rampa capisco che strada dovevo fare per raggiungere il “ristorante”. Mi rassegno e decido di attingere a uno degli ottocentomila McDonald’s che costeggiano la strada. Prendo un doublequarterpounderwithcheese, patatine e coca, ingoio e riparto. Ovviamente poi scoprirò che cinquecento metri più avanti c’era un altro Wendy’s, facilissimo da raggiungere.

Le indicazioni di Mapquest, all’andata, mi avevano fatto abbandonare per una settantina di miglia l’Interstate 10, probabilmente perché prendendo la 60 si taglia di brutto il percorso. Nel viaggio di ritorno, per non fare casino ed evitare sbattimenti, resto sulla 10, che tanto comunque porta fino a Santa Monica. La durata del tragitto, però, mi sembra sensibilmente maggiore. Probabilmente l’Interstate fa un giro molto più ampio di quanto sembri dalla cartina, e con la 60 era possibile tagliare. Vabbé, pace.

Dopo essere arrivato in albergo, mi sono docciato, ho ripreso i contatti con gli altri e ho dato una preparata alla valigia. Quindi, dopo aver scritto un breve articolo per Alepolli, mi son messo a creare questo probabile ultimo “pezzo” per il blog. Il prossimo, tendenzialmente, dovrei scriverlo da Milano. E quindi, almeno per quest’anno, da Santa Monica è tutto.

4 pensieri riguardo “Trionfo del bene”

  1. figata!pessimo che non ti è riuscito di fotografare beep beep. ahaha, anzi immagina la scena: tu che guardi con aria stranita il pennuto che corre in mezzo alla strada, e mentre inizi a rotflare ti sfreccia davanti un coyote a cavalcioni di un razzoRROOOAMMMM!!!!cmq tutto bello e ottimo il trip in solitario nel deserto.

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  2. Ti rispetto profondissimamente, come rispetto ogni cane sciolto e spelacchiato che ha il coraggio di prendere la sua strada. Potevi mandarmi il pezzo su Pro Evolution PRIMA di partire per il deserto, però (o l’hai fatto?)Desert sessions forever.

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  3. Quedex: purtroppo l’uccellazzo mi ha attraversato la strada ed è subito scomparso nelle erbacce. Io ho accostato perché stavo morendo dal ridere, se fosse passato anche un coyote (pure senza razzo) sarei ancora lì a ridere, credo.Bisboccia: beh, dai, te l’ho mandato appena tornato, quando per te era domenica mattina. 😛

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