Il calcio in farmacia


Il calcio in farmacia (Italia, 2005)
di Mauro Barletta

Mauro Barletta è un giornalista dell’Ansa che, cito dalla prefazione di Marco Travaglio, pratica “costante, attenta e scrupolosa attività informativa”. Usualmente impegnato nella cronaca giudiziaria, Barletta ha seguito tutto lo svolgersi del processo alla Juventus e, più in generale, dell’inchiesta sul doping portata avanti dalla procura di Torino.

Da quei fatti Barletta prende spunto per un libro che tratta l’argomento in maniera più ampia, andando a toccare tutto il mondo del calcio italiano e non limitandosi alla faziosità di chi vede nella sola Juventus il coacervo di tutti i mali. Il calcio in farmacia è, in buona sostanza, una raccolta di fatti, documenti, carte, dichiarazioni, interviste e altro, tutto messo in fila e ordinato secondo un filo conduttore cronologico e divulgativo.

Non vengono espressi giudizi, non viene fatta facile ironia, se non quando, obiettivamente, nasce per autocombustione. E ne esce fuori l’abituale ritratto inquietante e deprimente, oltre che con tutta probabilità riduttivo, della condizione in cui versa il calcio italiano. Insomma, la solita botta di allegria.

Everybody’s Golf

Minna no Golf Portable (SCE, 2004)
sviluppato da Clap Hanz

La serie Everybody’s Golf nasce nel 1997 su PlayStation, partorita da quel team Camelot che andrà poi a realizzare il capolavoro Mario Golf per Nintendo 64. E non a caso le similitudini, anche nei successivi episodi sviluppati da Clap Hanz, sono impressionanti. A otto anni di distanza, comunque, il golf “leggero” esclusiva del mondo PlayStation ha trovato una sua identità, inevitabilmente di clone della serie Nintendo, ma capace anche di distinguersi per certe scelte stilistiche.

Nella sostanza, comunque, si tratta veramente dello stesso gioco, ricco di umorismo e con una caratterizzazione caricaturale di personaggi e paesaggi, ma non per questo semplicistico nelle meccaniche. In Everybody’s Golf, così come in Mario Golf, sono insomma richiesti senso strategico, precisione e allenamento tanto quanto in un Links o un Tiger Woods. Solo che tutto è molto più “tranquillo” e accessibile.

In un paio di cose, però, Everybody’s Golf, o perlomeno questo episodio portatile, si distingue dal suo cugino nintendiano: varietà e monotonia. Il gioco sviluppato da Clap Hanz è una fantastica bestia da multiplayer (perfetto, quindi, per PSP, anche se la mancanza dell’Online è un po’ fastidiosa), ma in solitario dopo un po’ finisce per stancare. Il motivo principale è costituito dalla scarsa intelligenza artificiale, che rende le sfide uno contro uno mere formalità e i tornei quasi più una questione di fortuna e casualità che altro.

Il senso di sfida, insomma, non è proprio il massimo. E, come se non bastasse, si aggiunge pure una certa ripetitività, sicuramente intrinseca nel tipo di gioco, ma aggravata dalla quasi totale assenza di modalità alternative. Mario Golf (perlomeno quello per N64, l’ultimo che ho giocato) offre una miriade di minigiochi e prove alternative che aiutano a tenere alto l’interesse fino in fondo. Qui, quasi il nulla. E, francamente, a un certo punto ci si rompe anche po’ le palle.

Il signore delle mosche


Lord of the Flies (UK, 1954)
di William Golding

“L’uomo produce il male come le api producono il miele.”

Parlare di un classico della letteratura, per di più scritto da uno a cui poi han dato il Nobel, beh, mette un po’ in imbarazzo. Francamente, non credo di possedere strumenti critici adeguati e, più in generale, fatico ad andare oltre il livello di lettura maggiormente “terra terra”. Intendiamoci, che Il signore delle mosche sia un libro della madonna me ne accorgo pure io. Anzi, diciamola tutta: entra ufficialmente nel Club del libro di giopep, lo metto pure fra i preferiti nel profilo qui su Blogger. Però, che posso dire di più?

Posso dire che è un ritratto agghiacciante della natura umana. William Golding non aveva proprio una grande opionione di noi bipedi, e non è che gli si possa dare troppo torto. E allora ci racconta questo gruppo di ragazzini e bambini, che si ritrovano soli e abbandonati su un’isola deserta. E la loro avventura rispecchia per filo e per segno il ciclico imbastardimento della razza umana.

Inizialmente i ragazzi più grandi cercano di organizzarsi, formano una struttura gerarchica, si assegnano compiti necessari per assicurarsi la sopravvivenza e per cercare una via di salvezza. Tentano, insomma, di gestire la situazione, pensando fra l’altro anche a stare dietro ai bimbi più piccoli. Poi, però, qualcosa va storto. Per la precisione, la natura umana.

E piano piano tutto va a catafascio, si creano rivalità fra i capetti, ognuno inizia a perseguire i suoi interessi, le responsabilità vanno a farsi benedire e inevitabilmente scoppia la violenza, che potrà essere arrestata solo da un intervento esterno. Il signore delle mosche, comunque, oltre ad avere questo simpatico, ottimista e svolazzante sottotesto, è soprattutto un libro scritto mostruosamente bene. Scorrevole, appassionante e credibile nel modo in cui tratteggia i vari personaggi e concatena gli eventi. Una roba davvero agghiacciante, insomma.

FROGEvolution Soccer Tour 2


Finalmente è partito il FROGEvolution Soccer Tour 2, il nuovo torneo interredazionale di Pro Evolution Soccer 5 del quale ho già parlato qui. Il draft con cui abbiamo creato le squadre mi ha dato molte soddisfazioni: ho preso gli idoli Peter, Brian e Michael, ho messo assieme quello che penso sia il miglior attacco e credo di avere la panchina più completa.

Nelle prime sei partite ho ottenuto cinque vittorie e un pareggio abbastanza sfortunato col Toso (gran gol di Brian, pareggio di Rummenigge su un rimpallo, occasioni a raffica per la vittoria sprecate da Brian, Henry ed Eto’o). In generale, sono estremamente soddisfatto delle mie punte: Brian ha fatto tre gol e praticamente chiunque altro ne ha fatti due, con Eto’o che si è riscoperto grande uomo assist. Molto bene pure i tre portieri, il centrocampo, anche se i miei uomini di fascia faticano un po’ a imporsi, e la difesa, nella quale ovviamente spicca Stam.

Delude un po’ Jankulovski, stellare nelle amichevoli precampionato, ma davvero poco efficace, fino adesso, nei match ufficiali, anche se ha dipinto uno splendido assist proprio nella partita col Toso. In generale, come detto, sono estremamente soddisfatto delle riserve: in almeno due partite ho schierato qualcosa come otto o nove panchinari fin dal primo minuto senza per questo pagare dazio sul piano del gioco (anche se ovviamente mancavano un po’ i numeri dei campionissimi). Sto riuscendo a far riposare molto la Santa Trinità, e anche questo è fondamentale. Peccato solo che la grande coralità di squadra difficilmente mi permetterà di piazzare ancora una volta un giocatore in cima alla classifica marcatori.

Visto anche l’avvio incerto del campione in carica Patriarca (un pareggio e una sconfitta), direi che meglio di così non si poteva iniziare. Certo, la strada è ancora lunga, ma penso di potermela giocare fino in fondo per la vittoria. Ah, è anche nato un blog dedicato al torneo, in cui saranno convogliate le varie e-mail con le cronache delle partite e in cui, quando avrò voglia, aggiornerò le varie statistiche.

Gli Incredibili


The Incredibles (USA, 2004)
di Brad Bird
con le voci di Craig T. Nelson, Holly Hunter, Jason Lee, Samuel L. Jackson

Gli Incredibili rappresenta una perfetta sintesi di tutto ciò che è Pixar, passata attraverso lo sferzante filtro della visione di Brad Bird, che già si era fatto notare con Il gigante di ferro, lungometraggio d’animazione “tradizionale” che ha ormai raggiunto lo status di piccolo cult (non solo) fra gli appassionati e che, mannaggia la miseria, non ho mai visto e prima o poi devo recuperare.

L’ultima produzione Pixar cita tanto quanto i due Toy Story, ma senza essere altrettanto compiaciuta. Recupera alla grande il senso di meraviglia che dominava in A Bug’s Life e latitava nelle successive produzioni non dirette da John Lasseter. Elargisce a piene mani splendide trovate visive come Monsters inc. e Finding Nemo, ma non sconfina nella farraginosità del primo o nel bambinesco del secondo. The Incredibles fa tutto ciò che i lungometraggi Pixar avevano fatto prima, lo fa meglio e innalza il tiro affrontando anche tematiche mature, senza limitarsi a sfiorarle strizzando l’occhio al paparino che porta i figli al cinema.

Questa opera seconda cinematografica di Bird è vero cinema per tutta la famiglia, in grado di far sognare il bambino, gasare l’adolescente, divertire l’adulto. Appassionante ed esilarante fino alle lacrime, tratteggia benissimo i suoi protagonisti (anche se Helen e Dashiell svettano per ricchezza su altri personaggi più monodimensionali) e, pur seguendo un copione molto classico, emoziona e tiene sulla corda grazie a una sceneggiatura estremamente brillante.

Inoltre, merito non da poco per il sottoscritto, sprizza da ogni fotogramma passione e conoscenza del fumetto di supereroi, che riproduce sul grande schermo come mai si è visto prima e probabilmente ancora a lungo nessun film “vero” potrà fare. Omaggia con rispetto la mitologia Marvel e DC, ma fa palese riferimento anche a un capolavoro “indipendente” come Watchmen (il cui adattamento cinematografico pare essere precipitato nel limbo).

Insomma, un vero gioiello, che ancora una volta dimostra come i veri eredi della Disney che fu siano quelli al soldo di Luxo e Luxo Junior.

Solo due ore


16 Blocks (USA, 2006)
di Richard Donner
con Bruce Willis, Mos Def, David Morse

Otto anni dopo l’ultimo Arma Letale, Richard Donner torna sul terreno che forse conosce meglio, con un film che racchiude praticamente qualsiasi stereotipo del poliziesco “light”: un luogo da raggiungere/compito da portare a termine entro un certo limite di tempo, una banda di poliziotti corrotti, una spalla comica di colore che non sta mai zitta, Bruce Willis ridotto ai minimi termini entro la fine del film…

Solo due ore, pur non dicendo nulla di nuovo e non portando in dote particolari sorprese, è comunque un film ben confezionato. Diverte e scorre via liscio, pur non appassionando esageratamente, forse per l’eccessiva prevedibilità dell’intreccio. Ottimi gli attori, con un Bruce Willis trasandato più che mai e un David Morse perfetto figlio di buona donna.

Capitolo a parte per Mos Def, la cui interpretazione viene definita sorprendente e assai brillante da chiunque abbia visto il film in originale. La versione italiana, purtroppo, ci regala un doppiaggio da ritardato mentale, che biascica in maniera insopportabile dall’inizio alla fine. E, forse, il vero motivo per cui il film non appassiona consiste nel fastidio causato proprio dall’interpretazione completamente sballata di Simone Mori.

Comunicazione di servizio


Ormai quasi due mesi fa, per la precisione qui, ho segnalato l’arrivo di Firefly su Canal Jimmy e ho consigliato di seguirlo. Oggi, vagando su it.arti.cinema, ho trovato queste tristi considerazioni di Antonio toto Fanelli: “Per quanto ami il telefilm, non consiglio di seguirlo su Jimmy: il doppiaggio fa schifo, i personaggi parlano un italiano corretto invece dell’inglese bastardo, hanno tagliato l’immagine, originariamente in 16:9, così spesso gli attori parlano con nessuno, ed hanno eliminato TUTTE le imprecazioni in cinese :(((((“.

A chi consiglia di sfruttare il doppio audio per seguire la serie in originale, Fanelli risponde puntualizzando: “Purtroppo per Firefly Jimmy non ha i diritti per l’edizione originale, quindi dovete beccarvi solo quella doppiata :(“.

Gioia e tripudio, insomma.