Il grande inverno


A Game of Thrones (USA, 1996)
di George R. R. Martin

Qualche anno fa, credo quattro o cinque, il Dottore mi raccontava di una saga “fantasy ma non fantasy”, che – ricordo – aveva qualcosa a che fare coi lupi. La stava leggendo e me la consigliava, incuriosendomi non poco, anche se poi non intrapresi la lettura. Tre o quattro anni dopo, improvvisamente, tutti conoscevano Le cronache del ghiaccio e del fuoco, tutti le stavano leggendo e tutti mi importunavano sostenendo che “è una figata”, “èbBbellissimissimo”, “devi troppo leggerlo” e via dicendo. Alla fine ho ceduto e ho letto il primo dei due volumi in cui il primo tomo originale è stato diviso nella versione italiana.

Ovviamente, quando le aspettative montano a dismisura, il rischio della delusione è sempre dietro l’angolo. E infatti, dopo aver letto Il trono di spade, rimasi con un certo senso di insoddisfazione. Un romanzo francamente poco più che modesto, scritto in maniera di sicuro appassionante, ma tutt’altro che esaltante. Di recente, parecchi mesi dopo, ho deciso di affrontare la seconda parte, incontrando subito uno scoglio colossale: dopo un paio di mesi in cui ho letto praticamente solo saggi di stampo giornalistico e libri di Lansdale, la prosa fantasy è semplicemente insostenibile.

Ad ogni descrizione del poetico ruscello o dell’epica cavalcata mi cadevano le palle. Dopo una cinquantina di pagine ci ho fatto l’abitudine, e quello stile pomposo si limitava a darmi qualche brivido lungo la schiena. Passata la boa del centinaio, mi sono fatto prendere dagli eventi e mi sono lasciato trasportare, ritrovando i ritmi concitati e appassionanti della prima parte. Ma anche gli stessi difetti.

La saga di Martin ha sicuramente un pregio, ed è quello di distaccarsi abbastanza dagli stereotipi più classici e banali del fantasy. Insomma, non c’è la trita e ritrita storia del gruppetto di eroi/amici impegnati a cercare la super arma finale per sconfiggere la reincarnazione del male. Anche perché tirarla avanti per tutti quei libri sarebbe stato angosciante. Invece lo scrittore americano ha messo in piedi una specie di mega sceneggiato ad ambientazione cavalleresca, in cui l’elemento fantastico è senza dubbio presente, ma non preponderante. A tenere banco sono le classiche regole del seriale all’americana, con tutti i loro pregi e i loro difetti.

Il difetto più grosso, almeno dal mio punto di vista, è proprio questo seguire pedissequamente gli stilemi di quella narrativa. Ovviamente non posso sapere che piega prenderanno gli eventi in seguito, ma nel primo libro (o nei primi due, fate voi) succede esattamente tutto quello che deve succedere. Per chi è anche solo un po’ avvezzo alla narrazione per episodi – e io, fra telefilm, cartoni animati e fumetti, un po’ lo sono – non c’è evento di questo primo volume che non sia telefonato almeno cinquanta pagine prima. Ma telefonato, passato in filodiffusione e, nel dubbio, pure telegrafato.

Tutto, dal colpo di scena all’evento di minore importanza, è di una prevedibilità quasi disarmante. Lo stesso cliffhanger finale, segue talmente bene tali regole che potrebbe tranquillamente apparire sulla splash page conclusiva di un fumetto Marvel o nell’ultima inquadratura di un telefilm americano, con tanto di “to be continued” in basso a sinistra. E, per inciso, è una conclusione perfetta nel far venire voglia di leggere il secondo volume. Ma infatti tutto questo non rende certo Il grande inverno (e Il trono di spade, ovviamente) un brutto libro, anzi.

Come detto, Martin scrive in maniera estremamente coinvolgente e conosce fin troppo bene i meccanismi con cui gioca. Non a caso, per dirne una, ha messo assieme un cast di personaggi sconfinato e molto ben caratterizzato, al punto che, se decide di piantare lì una bella morte drammatica, gli basta sparare nel mucchio. A dirla tutta, una scelta stilistica che ho trovato un po’ ridondante c’è: impostare un intero romanzo (un’intera saga?) sul “montaggio incrociato” à la George Lucas, alla lunga, può stancare il lettore. Comunque, alla fin fine, parere positivo, curiosità di andare avanti, solo incapacità di condividere l’entusiasmo che ho visto e sentito gravitare attorno alla saga. Magari, coi volumi successivi…

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