La donna perfetta


The Stepford Wives (USA, 2004)
di Frank Oz
con Nicole Kidman, Matthew Broderick, Bette Midler, Glenn Close, Christopher Walken

Remake di un bel film degli anni Settanta, a sua volta basato su un romanzo di Ira Levin, La moglie perfetta è semplicemente una gran scemenza. Sviluppa coi piedi un soggetto interessante, buttando sulla farsa ammiccante e citazionista un’idea che invece si prestava (e si è prestata) a ben altre soluzioni. Piatto e impacciato, il film di Frank Oz affonda nella melassa le atmosfere da thriller dell’originale, risolvendo il tutto con toni da facile commediola e smorzando le interessanti riflessioni morali con una sceneggiatura da Bagaglino. L’avvio è anche interessante, se non altro perché mette in mostra la gran bravura di Nicole Kidman, ma il film si spegne subito, sopravvive per un’oretta grazie a qualche battuta azzeccata e si frantuma nella sciocca mezz’ora finale.

Pare che la pellicola sia stata letteralmente massacrata da tagli e rimaneggiamenti del montaggio in fase di postproduzione. Spiace, anche perché difficilmente la versione voluta dal regista sarebbe potuta essere peggio di questa inutile idiozia.

Fantagiochino


Allora, supponiamo la fantascienza: i Mondiali sono dopodomani, io sono Lippi e posso fare le convocazioni come cazzo mi pare, fregandomene di sponsor, di “quello devo chiamarlo per forza” e altre pucchiacche simili. E devo chiamarli adesso, senza valutare in prospettiva, ma tenendo conto dello stato di forma attuale e di eventuali infortuni.

Apro il regolamento (sta tutto qui) e scopro che se ne devono convocare 23, tre dei quali devono essere portieri. Per il resto, non ci sono limiti di ruolo. E allora buttiamola sullo schematico, proprio tipo videogioco: tre portieri, gli altri dieci titolari e una riserva per ciascuno di loro. Come modulo teniamo buono quello di Lippi, il 4-3-1-2 con Zambrotta a destra, un randellatore a sostenere il centrocampo dai piedi buoni e Totti dietro i due centravanti. Però qualche uomo in campo glielo cambio, proprio per il discorso “adesso”.

In campo
Peruzzi
Zambrotta, Nesta, Fabio Cannavaro, Grosso
Camoranesi, Pirlo, De Rossi
Totti
Lucarelli, Toni

In panchina
Buffon, Amelia
Oddo, Barzagli, Materazzi, Pasqual
Diana, Corini, Gattuso
Del Piero
Filippo Inzaghi, Pazzini

Bon, tutto qui.
Anzi, adesso ‘sta cosa la metto fissa nella colonna qua a destra e la aggiorno ogni volta che mi gira. Anche perché, siamo seri, alcuni li ho convocati solo perché chi gli sta davanti in questo momento è infortunato o a mio parere meno in forma. Però sì, io, davanti al Gilardino delle ultime partite, il SuperPippo e il Pazzini visti ultimamente ce li metto senza problemi. Toh, magari qualche dubbio su Gattuso/De Rossi (dai, Marcello, per favore, De Rossi è il cambio di Gattuso, per dare fiato a Pirlo portati Corini, su).

Ah, complimenti all’aLazio, che nel suo sito ufficiale manco ha le schede dei giocatori.

I guerrieri della notte


The Warriors (USA, 1979)
di Walter Hill
con Michael Beck, James Remar, Dorsey Wright

Capita che è mezzanotte passata, non hai sonno e ti metti a fare zapping. Finisci su Studio Universal e trovi una roba vecchissima, un film cult di quasi trent’anni fa, che l’ultima volta che l’hai visto era su Italia 1, probabilmente in un Nati per vincere a caso, e che appena appena ti ricordi com’era. È raro, eh, ma capita, talvolta, che a rivedere un film mito della tua fanciullezza non ti scopri deluso ma, anzi, salta fuori che quel film è proprio bello, ancora oggi, nonostante tutto.

Walter Hill, un po’ come Carpenter, è uno di quei registi che qualsiasi cosa facciano sarà sempre e comunque un western. Ma I guerrieri della notte, che certo non sfugge alla regola, è pure di più: un horror camuffato da western, camuffato da action movie, camuffato da spaccato sociale, camuffato da poliziesco. Impressionante davvero quanto sembri un film horror senza sostanzialmente esserlo. Un’atmosfera opprimente, cupa, straniante, permea tutta la pellicola, offrendo ben pochi spiragli di luce, se non nel catartico finale alla luce del tramonto. Swan e compagni passano tutto il tempo scappando dai mostri, membri di bande nemiche (tra)vestiti da clown, nerd, Mario&Luigi ante litteram su pattini a rotelle. E lo stesso cast sembra uscito da un qualsiasi film di mostri degli anni Ottanta: c’è l’eroe duro senza macchia e senza paura, c’è lo sfigato che si crede grande e per questo finirà male, c’è quello che muore stupidamente, ci sono quelli che finiranno nei guai per aver dato ascolto alle loro pulsioni sessuali.

Ma The Warriors è anche un’ora e mezza di gioia visiva, di riprese studiate a tavolino, della solita regia da manuale di Walter Hill, che non spreca un primo piano, non getta mai un centimetro di pellicola. Tutto è costruito per gonfiare a dismisura il senso epico della vicenda, per aumentare la sensazione di solitudine dei protagonisti, per sottolineare l’assurdità di quanto viene raccontato. E tutto inizia con dei titoli di testa di una bellezza ammorbante, con quel viaggio in metropolitana che si sovrappone alla mappa, e poi ai titoli, e poi alle chiacchiere “rubate”, e poi ancora alla mappa, e poi ancora ai titoli… Certe volte un film non diventa cult solo per caso, per moda. Certe volte è davvero grande e lo rimane nel tempo. Questa è una di quelle volte.

Aggiornablog


Come quei quattro disperati che mi seguono costantemente avranno notato, negli ultimi giorni, in parallelo col fancazzismo dilagante che mi ha colto, si è un po’ rarefatta la quantità di post. Meno stimoli esterni, meno cazzate di cui parlare… del resto non è sempre tempo di abbondanza. Ad ogni modo, ne approfitto per archiviare quello che credo sia l’ultimo gruppetto di recensioni ripescate dal passato di usenet. In particolare, ho recuperato Ogni maledetta domenica, Blair Witch 2, Pitch Black, Cast Away, Blade II, L’acchiappasogni, Matrix Reloaded e l’infastiditissimo sproloquio su Terminator 3.

Ah, ho anche fatto un paio di piccole modifiche alla colonnina laterale, eliminando il counter di Shinystat e inserendo la referrer list di Heracleum.

Atto d’amore


Act of Love (USA, 1980)
di
Joe R. Lansdale

Nel 2006 ho 28 anni e scrivo fesserie su un blog. Nel 2006 Manu Ginobili ha 28 anni e ha vinto il campionato italiano, la Coppa Italia, l’Eurolega, due titoli NBA e le Olimpiadi. Ai Mondiali gli ha detto sfiga, è arrivato secondo. Nel 1986 Bill Watterson aveva 28 anni e da qualche mese realizzava Calvin & Hobbes. Neanche dieci anni dopo pose fine alla serie, si ritirò a vita privata e da allora vive sostanzialmente di rendita. Nel 1980 Joe R. Lansdale aveva 28 anni e scriveva Atto d’amore, il suo primo romanzo commercializzato. A oggi ha scritto una quantità infame di roba ed è ormai strafamoso e rispettato in tutto il mondo. Qua bisogna darsi una mossa.

Letto a ventisei anni di distanza, specie avendo in mente quello che è il suo stile attuale, Atto d’amore sembra un po’ grezzo, povero, privo delle eleganti soluzioni narrative e della sferzante ironia che caratterizza opere più recenti dello scrittore texano. Allo stesso tempo, però, rimane un ottimo lavoro, violento, inquietante, seducente, appassionante nell’intreccio, ben costruito nella sua componente a tinte giallastre. Certo è meno attuale, non è forse poi così efficace come “spaccato sociale” e, soprattutto, non ha l’impatto che poteva avere a inizio anni Ottanta, quando Hannibal Lecter era ancora lì lì per arrivare. Insomma, Joe R. Lansdale non solo è un romanziere assai poliedrico e semplicemente bravissimo a scrivere, non solo è talmente capace a far tutto da aver pure fondato una scuola di arti marziali, è stato anche un precursore in un determinato genere letterario.
Uno avanti.

Da grande voglio essere Michael Mann, ma pure Lansdale non è che mi farebbe schifo.

La sottile linea scura


A Fine Dark Line (USA, 2002)
di
Joe R. Lansdale

Le Stagioni erano Diverse anche nel Texas degli anni Cinquanta, e Lansdale ce le racconta tramite gli occhi del tredicenne Stanley Mitchell. La sottile linea scura parla di alcuni fra i temi più cari allo scrittore texano, il razzismo, la violenza domestica, l’amore per i ricordi e il passato. Stanley incappa in un mistero insoluto e, con l’avventurosa curiosità dei ragazzini, affronta un viaggio iniziatico, che nel corso di un’estate lo porterà a scoprire la morte, il sesso e il profondo significato della parola amicizia.

Un romanzo che non dice nulla di nuovo, ma che si racconta con una padronanza notevole, dipingendo personaggi ricchi e credibili, dei quali è impossibile non innamorarsi. In giro ho letto che questo è il miglior libro di Lansdale, addirittura qualcuno esagera e parla di “romanzo perfetto”. Io mi limito a dire che è un gran bel libro. E tanto basta.

Zuzzurellando


Ho fatto qualche piccola modifica al blog.
Intanto, ho dovuto togliere il flipbook, per il semplice fatto che si era rotto: boh, forse problemi di troppo traffico, non saprei, sta di fatto che non mi visualizzava più le foto, causa “hotlink bannato per questo dominio” o qualcosa del genere. Sopravviverò.
Ah, magari qualcuno ha notato che ho inserito i menu per l’accesso all’archivio qui a destra. Mi sembrano più pratici e occupano decisamente meno spazio.

Mentre vagavo cliccando su link consigliati dall’amico dell’amico, mi sono imbattuto nel simpatico blog del fumettista Diego Cajelli, che ho subito aggiunto ai link consigliati, assieme al Retroforum su cui di recente è scoppiata una discussione sul presunto monopolio del mercato da parte di Future Games. Il forum è legato a Retrogaming.it, sito forse non esaltante dal punto di vista grafico, ma degno comunque di nota per l’evidente passione con cui trattano i videogiochi (non necessariamente del passato). Tornando un attimo al blog di Cajelli, da lì ho avuto accesso a bravenet.com, un sito probabilmente anche famoso, ma su cui non ero mai capitato, e che mi sembra interessante per i numerosi servizi gratuiti. In particolare mi sono subito appropriato del contatore di accessi, forse più brutto rispetto a quello che già avevo, ma più interessante per le statistiche di cui tiene conto. Fra l’altro l’ho impostato per mostrare qui sul blog un contatore con un numero a caso, che è sempre una cosa simpatica. Per il momento lo “affianco” a quello di Shinystat. Infine, da un giretto sul blog di Apecar ho scoperto Sloganizer, che ho subito schiaffato anche qua dentro, in fondo alla pagina. Non si nota molto, ma va bene così. Ah, fra l’altro, sempre vagando a caso, sono finito su blogshow e, già che c’ero, mi son registrato. Non so se serva a qualcosa, ma non mi costava nulla farlo.

Infine, segnalo a voi fedeli frequentatori che ho recuperato per l’archivio i report sui festival di Cannes, Locarno e Venezia. Per i festival precedenti al 2005 ho racchiuso in un unico post i report in origine divisi giorno per giorno, mentre il resoconto sull’ultima Venezia l’ho lasciato nella sua forma originale.
Questo l’elenco completo:
Venezia 1999
Cannes 2000
Venezia 2000
Venezia 2001
Cannes 2002
Locarno 2002
Venezia/Locarno 2003
Cannes 2004
Cannes 2005
Locarno/Venezia 2005: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, voti

Noto che i primi due report erano abbastanza telegrafici, mentre da Venezia 2000 ho cominciato a farmi prendere dalla logorrea. Fra l’altro, pur non avendo mai mancato di frequentare le rassegne da oltre dieci anni a questa parte, da quando ho iniziato a commentarle su Usenet non ho trovato la voglia di scrivere solo due report di Cannes e altrettanti di Venezia. In realtà temevo peggio.

Ah, con tutto questo la foto di Natasha Henstridge non c’entra nulla, ma è sempre un bel vedere.

Quattro donne

Four Women (USA, 2001/2002)
di Sam Kieth
Edizione italiana a cura di Magic Press

Quattro donne, unite da una comune e tragica esperienza, che le ha segnate e divise, che non potranno mai scordare.

Quattro esperienze, prosciugate e filtrate dal velo dei ricordi, dalla memoria selettiva, dalla soggettività delle percezioni, da una forma di autodifesa inconscia e involontaria.

Quattro volte lo stesso episodio, quattro volte lo stesso racconto, quattro punti di vista, quattro passi verso l’espiazione.

Sam Kieth, ormai autore maturo e completo a pieno titolo, mette il suo stile evocativo e visionario al servizio di una storia cruda e crudele. Violenta i suoi personaggi e li costringe ad affrontare un male profondo, radicato nell’animo. Affronta un tema difficile con cattiveria e sensibilità, non si abbandona al patetismo, non scade nel gratuito, tocca tutti i tasti giusti e lo fa con delicatezza e decisione. Gioca coi suoi personaggi, caricature stereotipate di tratti tipici dell’animo umano, marionette irrealistiche e dall’espressività esagerata, teatrale, viva. Kieth prende il racconto e lo decostruisce, sfilacciandone la struttura narrativa e ricomponendola a brani, che si sovrappongono e si negano, filtrati dall’arbitraria ricostruzione di una voce narrante che sceglie di non (poter) ricordare e non (voler) raccontare la verità.

Quattro donne parla di amicizia e sofferenza, di egoismo e voglia di vivere, di scelte difficili e tremende conseguenze. Racconta un episodio qualunque, tragico e insopportabile proprio per la sua casuale e folle normalità.

C’era una volta in America


Once Upon a Time in America (USA/Italia, 1984)
di
Sergio Leone
con
Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, William Forsythe, James Hayden, Larry Rapp, Jennifer Connelly, Joe Pesci, Danny Aiello

C’era una volta in America è un film perfetto. Tutto, ma veramente tutto, è una meraviglia. La regia, potente, evocativa, senza una sbavatura. Il montaggio, semplicemente mostruoso, nella perfezione con cui cuce fra di loro i balzi avanti e indietro nel tempo. La sceneggiatura, che tratteggia con due battute personaggi memorabili e approfondisce tutti i protagonisti come di rado ho visto fare. I dialoghi, potenti e indimenticabili, dai romantici incontri fra Noodles e Deborah, allo splendido scambio finale fra James Woods e Robert De Niro. Le musiche, indimenticabili e indimenticate, ancora efficaci nonostante le abbia ormai ascoltate in qualsiasi altro contesto. Tutto, ma veramente tutto, è realizzato con una perizia, un amore, una maestria impressionanti, mai più viste nel cinema italiano.

L’ultimo film di Sergio Leone sembra pensato e costruito per diventare il mio film preferito di tutti i tempi. Non solo è confezionato in questo modo devastante, ma tratta in maniera eccellente alcuni fra i temi a me più cari, la memoria, la soggettività, l’amicizia virile contro tutte le difficoltà. Eppure non mi ha coinvolto come avrebbe dovuto. Certo, l’ho apprezzato a dismisura, ma per larghi tratti non sono riuscito a farmi trascinare dagli eventi come avrei voluto. Perché? Per colpa di quello che forse è l’unico vero difetto del film, un difetto magari veniale, ma che per quella che è la mia sensibilità pesa come un macigno. L’abbondanza di retorica, di pietismo, la voglia di commuovere a tutti i costi, l’utilizzo eccessivo e invadente delle (splendide) musiche di Morricone, che spesso finiscono per “rovinare” immagini stupende. A conti fatti, i passaggi più toccanti sono quelli in cui Ennio si fa i cazzi suoi.

Peccato, perché rimane un film meraviglioso, ma fra i preferiti nel mio profilo non ce lo metto. E lo so, che a Sergio gli darà fastidio.