A testa alta


Walking Tall (USA, 2004)
di Kevin Bray
con The Rock, Johnny Knoxville, Neal McDonough

Il film anni Ottanta con Schwarzenegger, Commando, Danko, Codice Magnum, le mazzate e le risate, scanzonato e divertito, autocosciente e senza vergogna. A testa alta è esattamente quello, quella cosa.

Lui che torna nel paese natale, ma non è più come una volta, c’è la corruzione, c’è il male, è tutto malato.

E allora lui spacca i culi.

Con la trave.

Prende la trave.
E la fa vorticare.
Poi la lima un po’.
E ci fa una mazza.
E la fa vorticare.

Arnold Schwarzenegger è tornato.
E gli fa il culo, a Vin Diesel.

Madagascar


Madagascar (USA, 2005)
di Eric Darnell e Tom McGrath
voci di Ben Stiller, Chris Rock, David Schwimmer, Jada Pinkett Smith

Ogni tanto mi capita di osservare su Gambero Rosso Channel la preparazione di piatti che mi sento di poter definire “di design”. Splendidi da osservare, minuti ed eleganti, magari anche gustosi all’assaggio, ma un po’ troppo “ristretti”. L’impressione è che manchino un po’ di sostanza. Ecco, Madagascar è un film di design, con la differenza che non c’è manco troppo gusto a mangiarlo.

Lo stile grafico è spettacolare, gli “attori” sono deliziosi e in particolare il leone isterico (che pure come personaggio mi stava sulle palle dopo venti secondi) è una meraviglia da guardare. Oso dire che le migliori trovate del film siano strettamente estetiche (penso per esempio al momento in cui i protagonisti sono rinchiusi nelle casse sulla nave). Oltre a questo, ci sono i pinguini, semplicemente esilaranti, perlomeno fino all’arrivo in Antartide (poi, in effetti, snoiano un po’ anche loro). Il resto? Il resto non c’è.

Mancano le idee, le trovate, i tempi comici, non c’è sostanzialmente nulla, in un film che scorre moscio, prevedibile e privo di guizzi per ottanta minuti che, pur non essendo per nulla lenti, traballano pericolosamente sul baratro della noia fin dall’inizio (soprattutto all’inizio). Anche interessante il tema di fondo, ma sviluppato senza la minima verve.

Leggo che il ruolo dei pinguini inizialmente era marginale, e che è invece stato dato loro più spazio quando ci si è resi conto che funzionavano alla grande. Giuro che guardando il film ho invece avuto l’impressione che all’inizio ci fossero solo i pinguini, che si fosse partiti da un cortometraggio dedicato alla loro fuga verso la libertà e le origini. Sarebbe stato fantastico, tanto quanto è invece inutile il povero e vuoto film costruito loro attorno a colpi di mancanza d’idee sostituite da una lunga serie di (neanche troppo e neanche tutte) simpatiche citazioni.

Pollice verso, e anche abbastanza netto.

Droghe culinarie


La Cloti, mamma della mia dolce metà, ultimamente ha compiuto due atti di estrema bontà, regalandoci prima un tostapane e poi un’affettatrice.

Il tostapane e’ quell’affare bianco che si vede apppena nella parte alta della foto, quello con disegnata sopra la faccia di Hello Kitty.

Già.

Esattamente, tosta le fette di pane disegnandoci sopra la faccia di Hello Kitty. Una follia, insomma, che però fa bene il suo lavoro, va detto.
Ecco, da quando quel coso è entrato in casa, il pane tostato è diventato una droga: a colazione, con burro e marmellata, a merenda, con prosciutto e formaggio, in qualsiasi momento, con qualsiasi cosa.

Ieri sera abbiamo inaugurato una nuova droga, vale a dire l’affettatrice che vedete in primo piano, caricata con dell’ottima soppressa e impreziosita da un pezzettone di prosciutto crudo e un altro pezzettone di speck, che nell’immagine non appare. Ieri sera ho avuto un attimo di frenesia affettando come un ossesso tutto quello che mi capitava a tiro.

In questo momento mi sto mangiando due toast, entrambi con soppressa, sottiletta e prosciutto crudo.
Tremo al pensiero delle domeniche pomeriggio passate affettando.

Post Scriptum delle 18:08
Dalla regia mi intimano di comunicare che prosciutto, soppressa e speck sono un regalo del babbo.

Usenet Amarcord #002


Settembre 2003.
Per l’ennesima volta sto seguendo la rassegna milanese legata al Festival del cinema di Venezia. Il 14 settembre, in particolare, fra i film proposti, c’è Un film parlato, di Manoel de Oliveira. Una merda colossale, che ha però il gran merito di generare questo splendido post, scritto da AP su it.arti.cinema.

I vecchi registi sono rincoglioniti tutti

E de Oliveira guida la pattuglia.

Sono appena uscito da una esperienza allucinante, 100 minuti di delirio come potrebbe essere un film fatto da Elio dopo una conversione mistica.

Siamo su una nave, anzi, stiamo per salirci, una bella mammina con una bambina petulante ci salgono.
La bimba continua a fare domande, le tipiche domande che fanno le bambine di otto anni.
Perche’ la chiesa si e’ divisa tra ortodossi e cattolici?
Cosa sono i mussulmani?
Perche’ instanbul ha cambiato nome da Costantinopoli?
Quando e’ finito il medio evo?
Perche’ un popolo evoluto come gli egiziani aveva gli schiavi?
Solite domande che tutti i bambini di otto anni fanno.
E la mamma risponde paziente.
MOLTO paziente, e la bambina ascolta, perche’, come dira’ piu’ avanti “mi piace imparare”.
Chi perde la pazienza e’ il pubblico in sala, che non crede a quello che vede.
La bimba continua a fare domande, e la mamma risponde.
Mamma e figlia partono dal portogallo per andare a Bombay, in nave, e la cosa sembra gia’ abbastanza stupida di suo, ma de Oliveira decide di non risparmiarsi e ci offre raffinati espedienti narrativi di questo tipo:
punta della nave che fende le onde
primo piano sulla bimba che fa la domanda
primo piano sulla mamma che risponde guardando in camera.
piano sulla punta della nave, onde, domanda, mammina.
piano sulla punta della nave, onde, domanda, mammina.
Non le ho contate, ma il giro e’ tornato almeno 20 volte.
Breve sosta a Marsiglia.
Poi si riparte
Piano sulla punta della nave, onde, domanda, mammina.
piano sulla punta della nave, onde, domanda, mammina.
Breve sosta a Atene.
Piano sulla punta della nave, onde, domanda, mammina.
Piano sulla punta della nave, onde, domanda, mammina.
Ero allucinato, sembrava una puntata particolarmente lisergica dei viaggi della Licia Colo’.
Ora, non voglio sembrare uno poco paziente, ma continuavo a guardare l’orologio e posso darvi dei riscontri temporali.
Questo giochetto punta della nave, bimba, domanda, mamma, dura 50 minuti.
Dalle 20.00 alle 20.50.
50 cazzo di interminabili minuti dove tutto quello che fanno e’:
Piano sulla punta della nave, onde, domanda, mamma.
Sulle prime domande un qualche senso di gratitudine viene, in fondo a volte mi vedo rai educational, o i documentari su sky, qualche cosa di interessante prima o poi salta fuori, ma 50 minuti sono troppi.
Le seggiole del Plinius, particolarmente scomode, diventavano roventi.
Mi guardo intorno, piu’ o meno tutti si stanno contorcendo sulle seggiole
come anguille trafitte.
Qualcuno ride nervosamente.
Dopo 50 minuti ci si sposta dentro la nave.
Su questa nave ci sono la Sandrelli, la Irene Papas e Cristine Deneuve.
Tutte belle anzianette e chiattone.
Sono sedute al tavolo col comandante della nave, Malkovich, il quale cerca di bere senza alzare il bicchiere.
Ci prova almeno 3 volte, facendo le labra a cucchiaino o piegando la testa e facendo altre strane mossette, tutto meno che la cosa ovvia di alzare il bicchiere, chiaro sintomo di qualche disturbo causato dal disagio.
Sono allo stesso tavolo e discutono nelle loro rispettive lingue, greco, italiano, francese, inglese.
Come metafora non vedevo nulla di cosi’ grossolano e ridicolo dai tempi del muto.
Come recitazione e sceneggiatura siamo sottoterra, l’unica che sembra piu’ a suo agio e la Papas, alla quale probabilmente non sembra vero di essere in un film e di infilarci una cantatina.
Alla cantatina in greco senza accompagnamento ho visto gente tentare di impiccarsi con le tende davanti alle porte, ma erano troppo spesse per farci un cappio.
Io speravo entrasse un comando ceceno col gas paralizzante.
Qualcuno si chiudeva le dita nella cerniera delle sedie per avere una distrazione piu’ divertente.
I piu’ erano con lo sguardo fisso, catatonico, di quello che precede l’attacco epilettico.
Poi la Papas torna al tavolo e chiacchierano, ed ha luogo la piu’ insulsa conversazione della storia del cinema, roba che in confronto i dialoghi de L’Ultimo Bacio sembrano scritti da Eco.
Anche qui, il cellulare usato a mo’ di cipolla mi riscontra il tempo della sofferenza, la cena e la chiacchierata durano 25 minuti.
Ma non ve la cavate cosi’ a buon mercato, cerco la sceneggiatura e posto qui il dialogo, perche’ siete stronzi, tutti, tutti voi che non avete avvisato e ora sono 100 minuti piu’ vicino alla mia morte e mai la vita mi e’ sembrata piu’ preziosa.
Dopo la chiacchierata arriva un marinaio e parla nelle orecchie al capitano Malkovich, il quale riceve la notizia e la riporta alle commensali.
Con lo stesso tono con il quale direbbe a una signora che ha una calza strappata comunica che nell’ultimo porto qualcuno ha messo una bomba che non si puo’ disinnescare.
Qui una risata liberatoria prorompe da quasi ogni petto a scuotere la sala.
Bisogna evacuare la nave, ma in questo capolavoro del trash senile di un regista rimbambito non ci viene risparmiata la ovvia scena della bambina che, mentre tutti evacuano la nave torna in cabina a prendere una bambola.
La mamma maestrina la insegue.
Ovviamente resteranno le uniche due su una nave vuota, il film si conclude con Malkovich che dalla scialuppa guarda la nave con le due cretinette che esplodono.
La pellicola congela il suo sguardo, una buffa boccuccia aperta con un involontario potere esilarante.

Alla uscita ho sentito qualcuno parlare di organizzare un Straff Expedition a casa di Oliveira, facevano dei conti, guidando a turni avrebbe potuto essere gia’ morto per domani a mezzogiorno. Qualcuno piu’ ottimista suggeriva forse le 11 di mattina, forzando un po’ la velocita’. Chi era impossibilitato a partire chiedeva di tornare portando un organo come ricordo.
Ho sentito degli spari andando, e non scherzo, ho telefonato alla bruna per farglieli sentire, puo’ testimoniare.

Il thread originale su google gruppi

Outing

In questi tre giorni ho continuato a smanettare e giocherellare con la barra qui a destra e, più in generale, con l’assetto e l’aspetto del blog. Adesso che ho infilato link da tutte le parti, ho personalizzato ogni singola scritta e mi sono pure messo a compilare tutte le voci del profilo personale, posso ritenermi soddisfatto. Il mio primo blog ha, più o meno, il suo aspetto definitivo.

Colgo quindi l’occasione per fare outing e segnalarlo a un po’ di gente, cui in questo momento sto mandando una bella e-mail e a cui è dedicato questo post. E già che ci siamo, vi segnalo il blog di Ualone, che è nato sull’onda anomala generata dalla nascita del mio. Della, ha scatenato una reazione a catena.

Prince of Persia – Le sabbie del tempo

Prince of Persia – The Sands of Time (Ubisoft, 2003)
sviluppato da Ubisoft Montreal – Jordan Mechner

Nel 1989, dopo aver fulminato tutti all’esordio col suo Karateka, Jordan Mechner crea un personaggio, un’ambientazione, un modello di gioco che faranno la storia dei videogame. Il principe di persia ha un’ora a disposizione per attraversare le segrete del castello e raggiungere la stanza della principessa, salvandola così da Jaffar, il crudele visir che l’ha imprigionata. Scaduto il tempo limite, la principessa, posta di fronte a una crudele scelta, preferirà morire, piuttosto che sposare il suo carceriere.

Pensare a quel capolavoro significa ripercorrere con la memoria momenti semplicemente meravigliosi. L’incontro col doppelganger uscito dallo specchio, il topino che viene a indicare la via, il primo passo falso punito da punte acuminate, il primo sezionamento a opera di lame uscite da pavimento e soffitto…

A quella perla incredibile Mechner fa seguito con un decisamente sottovalutato secondo episodio, che perde forse il fascino della prima volta, ma sa regalare comunque un’ottima esperienza di gioco. Nel mezzo l’ottimo D/Generation e a seguire quella perla di The Last Express.

Intanto, il mondo dei videogiochi si evolve, in molti rubacchiano e saccheggiano le idee del passato e tale Toby Gard crea di fatto, con il primo Tomb Raider, l’erede spirituale del Principe di Persia. Una versione tridimensionale di quel gioco, con quel cammino “a quadrettoni”, quella lunga serie di trabocchetti, salti, cunicoli e piroette, ma senza quel fascino. O, perlomeno, con un fascino tutto diverso. Probabilmente stuzzicato dalla prorompente Lara Croft e incoraggiato fatto che nel frattempo Prince of Persia è stato convertito con successo su praticamente qualsiasi formato noto all’uomo, Mechner sfodera Prince of Persia 3D, un prodotto mediocre e fallimentare, che sembra condannarlo a diventare l’ennesimo nome noto dei videogiochi finito disperso nelle sabbie del tempo.

Invece, nel 2003, spunta fuori questo Prince of Persia – Le sabbie del tempo, creato da Mechner insieme a Ubisoft. Tutti ne parlano benissimo e il successo è totale, tanto che nei due anni successivi escono altrettanti seguiti, a dire il vero un po’ meno osannati dalla critica, o perlomeno da una certa critica.

Dicembre 2005. Con oltre due anni di ritardo finalmente metto le mani sulla rinascita del principe e, beh, non è mai troppo tardi. Le sabbie del tempo è un capolavoro, una meravigliosa esperienza onirica e favoleggiante, che per ampi tratti mi ha fatto tornare indietro ai quei meravigliosi momenti di sedici anni fa. Il principe salta, si aggrappa, penzola, rimbalza, fa tutto quello che mi aspettavo di vedergli fare e anche di più. Purtroppo non fa solo questo e, fra un trabocchetto e l’altro, tocca affrontare combattimenti resi insipidi non tanto dal metodo di controllo, tutto sommato interessante, ma da nemici poco ispirati, mediocri nel design, limitati nell’intelligenza artificiale, incapaci di offrire una sfida adeguata. Ma si tratta di brevi momenti, isolati tributi di violenza che è necessario pagare per far proseguire la magia.

Ogni volta che ripone la spada, il principe preme un pulsante, si arrampica su una corda, salta dall’orlo di un precipizio e il sogno riprende. Imponenti costruzioni porgono il fianco alle scalate, mentre l’occhio scruta sospettoso cornicioni, rocce, funi e scalette, alla ricerca della via migliore per raggiungere l’obiettivo, che ancora una volta è il cuore di una bella principessa.

Le sabbie del tempo è un gioco estremamente romantico, non solo per l’ovvietà dell’ambientazione da Mille e una notte, ma anche per una sceneggiatura azzeccatissima. Il rapporto fra i due protagonisti è tratteggiato in maniera essenziale ma efficace, con una scrittura molto lucida, basata su dialoghi brillanti e piacevoli. La storia non prende mai il sopravvento, ma si amalgama alla perfezione col gioco: il principe e Farah duettano nel bel mezzo dell’azione, fra scambi sferzanti, battute al vetriolo ed esilaranti prese di coscienza del protagonista. E piano piano la tensione sessuale cresce, cresce, cresce, fino ad esplodere e rivoltarsi su se stessa.

Le sabbie del tempo non solo è un gioco estremamente moderno, ma anche un sentito e inevitabile omaggio al capolavoro che lo ha generato. Alla prima passeggiata sui fori da cui sono pronte a fuoriuscire letali punte acuminate, un brivido scorre improvvisamente lungo la schiena. Alla prima bevuta da una fontana, mentre nelle orecchie rimbalzano le note di una musichetta arabeggiante, davanti agli occhi appare l’immagine bidimensionale del principe che si disseta da un’ampolla. E poi quella splendida parte conclusiva, introdotta dal bellissimo tuffo onirico nelle braccia della principessa, in cui ci si ritrova privi di poteri, costretti ad affrontare una scalata nella quale ogni passo falso significa morte immediata. La tensione sale alle stelle, la concentrazione è massima e, improvvisamente, è ancora il 1989 e stai giocando con la tastiera davanti a un monitor.

Infine, il colpo del maestro, la tragedia dietro l’angolo, la rivelazione scioccante, il climax finale e quell’ultimo appuntamento sul balcone, quel bacio rubato, quello straziante addio. E il principe se ne va, abbandona forse per sempre il suo solare passato ed entra definitivamente nella cupa era moderna. Ma, ancora intenerito da quello struggente saluto finale, mi piace ricordarlo come nell’immagine qui sopra: abbracciato al suo amore, esausto dopo una lunga odissea, scrutato dagli occhi di un topino felice.

Ciao, padella


Ci frequentiamo da ben oltre un decennio.

Non ricordo, francamente, un momento in cui non ti ho vista in questa casa.

Tu hai ospitato la mia prima carbonara, tu ti sei prestata per cucinare centinaia di fritti e tantissimi sughi.

Con te ho vissuto le mie poche, brevi e istruttive esperienze di Quattro salti in padella.

Ci lasciamo da amici, ti assicuro che sarai sostituita da una degna e giovane padella.

In me, resterà sempre un po’ di te.

Del teflon, per essere precisi.

Cavallo pazzo


Ormai ho abbandonato quasi completamente la produzione fumettistica bonelliana. Continuo a seguire solo Magico Vento, Dampyr e Gea, gradendoli oltretutto a fasi piuttosto alterne. Non mi lascio però mai sfuggire i vari almanacchi, che regalano sempre dossier e approfondimenti interessanti, oltre che preziosi consigli sulla produzione letteraria e cinematografica a tema con l’argomento trattato.
Mi è capitato spesso di scoprire grazie a questi almanacchi autori interessanti, su tutti Joe R. Lansdale, che ho approcciato per la prima volta acquistando (su consiglio bonellide) Mucho Mojo e non La notte del drive-in, che mi dicono essere invece il libro che ha fatto appassionare quasi tutti i fan del grande romanziere texano.

Qualche tempo fa mi sono fatto prendere da un infatuazione per la storia dei pellerossa (anzi, i nativi americani… sigh) e, seguendo i consigli dell’almanacco di Tex (o era Zagor?), ho acquistato Cavallo Pazzo – Storia del capo Sioux che vinxe a Little Bighorn (di Larry McMurtry, Oscar Storia Mondadori). Un bel libro, scritto in maniera appassionante, leggero (appena 120 pagine) e toccante nel suo racconto. Ricordo che terminai la lettura durante uno degli interminabili viaggi di ritorno dal lavoro in metropolitana e fui assalito da un enorme moto di tristezza, colpito e affranto dalla brutta morte di Crazy Horse, e dal frustrante fallimento dei suoi tentativi di opporsi all’invasore bianco.

Un paio di giorni fa, tornando a casa in metropolitana, ho letto il numero 101 di Magico Vento, che chiude un ciclo dedicato ad alcuni passaggi fondamentali della storia americana, decisivi nel conflitto fra visi pallidi e pellerossa. Bandiera bianca racconta proprio gli ultimi giorni di vita di Cavallo Pazzo, li intreccia ovviamente con le fittizie avventure di Ned Ellis, ma non rinuncia a tentare di fornire una qualche “verità” sugli avvenimenti. Verità che per forza di cose è filtrata dagli inaffidabili racconti di chi si trovava sul posto, dalle innumerevoli versioni diverse, da odi, rancori, simpatie e amori di chi ha tramandato i tristi avvenimenti di quei giorni. Come nei due numeri precedenti, che ci hanno raccontato l’epilogo delle vite del generale George A. Custer e di James “Wild Bill” Hickok, anche qui gli autori scelgono una loro versione dei fatti e la miscelano con i racconti dei vari personaggi, dando ampio spazio all’inaffidabilità di quanto è noto e sottolineando che una “vera” verità non la conosceremo mai… e forse neanche esiste.

Bandiera bianca mi ha commosso, esattamente nello stesso modo in cui mi aveva commosso il libro di McMurtry: non con le ultime pagine, che ovviamente sono dedicate al rimpianto e al dolore, ma con il racconto della morte di Cavallo Pazzo. Pugnalato alle spalle, nel momento della resa e della massima umiliazione accettata per il solo bene del suo popolo. Non è così che si dovrebbe morire, non è così che dovrebbe morire nessuno, figuriamoci un grande uomo come Cavallo Pazzo era.

Cavallo Pazzo – Storia del capo Sioux che vinse a Little Bighorn
di Larry McMurtry, Oscar Storia Mondadori (8,00 Euro)

Mucho Mojo
di Joe R. Lansdale, Bompiani (15000 Lire)
L’edizione italiana di Mucho Mojo mi risulta essere esaurita e del resto non si trova sul sito ufficiale di Bompiani. Su play.com è però reperibile l’edizione inglese a 5,49 Sterline.

La notte del drive-in
di Joe R. Lansdale, Einaudi (11,00 Euro)

Dampyr
Mensile, Sergio Bonelli Editore (2,50 Euro)

Gea
Semestrale, Sergio Bonelli Editore (3,00 Euro)

Magico Vento
Bimestrale, Sergio Bonelli Editore (3,00 Euro)
La saga che racconta la Guerra per la conquista delle Black Hills è racchiusa nei numeri dal 97 al 101. Il numero 101 è il primo del nuovo corso bimestrale, con albi da 132 pagine al prezzo di 3 Euro. Prima Magico Vento era un mensile da 100 pagine, venduto al prezzo di 2,50 Euro.

Il sito del Crazy Horse Memorial
Il sito di Joe R. Lansdale

Usenet Amarcord #001


Da oggi sfrutterò questo blog anche per recuperare pezzetti di Usenet, post ripescati dal passato dei newsgroup che frequento e ho frequentato. Talvolta saranno cose scritte proprio da me, talvolta saranno cose scritte da altri. Sempre saranno cose che, per un motivo o per l’altro, mi sono rimaste impresse nella memoria.

Per questo primo appuntamento, lascio spazio a quel personaggio inquietante del Gizmo. Con questo messaggio, il 25 ottobre 1998, commentava alla sua maniera il primo grosso “raduno” dal vivo fra membri del newsgroup it.fan.studio-vit, svoltosi nei giorni immediatamente precedenti a Milano. In quell’occasione si inaugurò una tradizione che ancora persiste, vale a dire l’utilizzo di casa mia come base delle operazioni.

Cercasi numero 3 di Georgie anche seconda mano.

Pago qualunque prezzo. Anche la vita.
Astenersi perditempo come quella iena ridens de merda che ho conosciuto l’altro ieri, non l’avessi mai fatto, e che è di questo newsgroup, che me sa che ieri s’è incazzato perche l’ho svegliato presto di mattina ma era perchè non resistevo poichè quel fumetto me faceva troppo gola, ed era anche perchè dormiva con una espressione come Spud in Trainspotting quando s’è cacato sotto e me faceva senso e avevo paura che fosse morto senza avergli chieduto il teste’ fumetto. Ma allora che dovevo dire io che hanno fatto un casino beschiale fino alle 5 di mattina con cazzo, figa, culo, ue’ pirletta, ostrega, ciumbia, quei tre stronzi la che dormono, budineria, Nersfzcomecazzoera e altre robe giocando a Micromachines 3? Che poi mi so’ alzato per farmi dare una coperta visto che per colpa di un altro stronzo etero del cazzo so’ dovuto dormire per terra invece di offrirmi parte del letto e il tutto suo dolce anfrattucolo? E quando me so’ alzato che non mi riusciva ad addormimmi li’ ho fulminati con uno sguardo tipo Jean Marais in Fantomas Minaccia Il Mondo (il secondo della saga, quello dello scienziato) e nel giro di due minuti tutti a nanna i regazzini sono andati, compreso el biondo con gli occhiali inglobati ormai con la faccia che sembra un po’ Repetto, un po’ Sasha di Help e un po’ Luciano Onder di Medicina 33, che non ha resistito, come gli altri invertebrati d’altronde, al mio atto di nonnismo psicologico. Se non fosse per il napoletano che poi non è napoletano che più che ruggire fa il verso del leone, il barrire, però argirato all’incontrario, tipo quando fai una cassetta che poi la senti all’incontrario che fa quelle robe tipo seduta spiritica. Infatti di questo napoletano hanno preso i versi russosi campionati per fare il doppiaggio degli indemoniamenti de La Casa di Sam Raimi. E che poi, tornando a Mr.CazzoRidi?, m’hanno detto che c’ha avuto il rimorso di coscienza per il fumetto non dato che avrei potuto fregarte quando me pareva ma non l’ho fatto perchè i miei erano craxiani, Ma so’ convinto che dopo il rimorso c’ha avuto anche il rimorso del rimorso visto che, il tapino, poi un s’è visto comunque con la suddetta copia. Che elemento. Che dire poi del wrestler che avevo paura me menasse anche se dicevo “confindustria” o “acido glutammico”, che ora mi pijo lo sfizio di insultarlo tanto da qui non mi puole fare niente: mascalzone! screanzatello! buontempone! Che, dimenticavo, m’ha scaraventato giù dal divano in cui dormivo in quella cazzo di camera che sembrava più il bancone espositivo della fiera di beneficienza della sagra dello sfintere caramellato, e io ho dovuto accomodarmi timidamente a terra. Se non fosse che avevo portato pure dei certificati di scoleosi rampicante per evitare suddetti atti vergognosi di nonnismo e poi purtroppo non li’ ho fatti vedere questi fogli perchè erano nella tasca del giubbotto dimenticato a casa di CazzoRidi il giorno dopo, ma che per un mistesterioso gap generazio-spazio-temporale risultava già perso il giorno prima quando servivano (messaggio per coso: il giubbotto dallo al Darko che me lo spedisce per posta qua a Rezzo).
Ora devo andare due minutini che ho un pignoramento, ma quando torno punisco e confuto anche gli altri che sono solo all’imprincipio della lista di tutti i loschi figuri che ho conosciuto a Bergamo durante lo Smau.

Il thread originale su google gruppi

Champions League – Gli ottavi di finale


Ci siamo, il sorteggio è avvenuto e ha ribadito ancora una volta quanto lasci a desiderare l’attuale metodo di assegnazione delle teste di serie. Un conto è assicurarsi una posizione nel tabellone dei play-off dopo aver giocato e sudato un’intera stagione per farlo. Un conto è ottenere una posizione privilegiata sulla base di un primo turno che, per carità, ha il suo peso, ma non può da solo decidere tutto.

Forse sarebbe il caso di cambiare, magari di introdurre una gestione “mista” delle teste di serie, separando sì prime e seconde dei gironi, ma ordinandole poi fra di loro in base alla classifica UEFA, certo fallace, ma che un qualche peso dovrebbe pur averlo. Altrimenti che sia sorteggio completo, ma basta con queste insipide vie di mezzo!

Le teste di serie, in fondo, dovrebbero servire anche per rendere il tabellone il più “importante” possibile e garantire alle squadre più forti e blasonate la possibilità, se non deludono, di arrivare a giocarsi tutto nei turni più avanzati.

E invece ci ritroviamo subito con un match fra Chelsea e Barcelona, che certo regala lustro agli ottavi, ma toglie troppo presto dal tabellone una gran protagonista accreditata per la vittoria finale. Tutto questo mentre una fra Villareal e Rangers andrà avanti.

Per carità, massima simpatia e stima per le “squadrette”, che del resto negli ultimi anni hanno preso in mano la competizione, arrivando fino in fondo, mettendo in difficoltà le “grandi” e battendole, anche. Ma di sicuro questa partita molti la pronosticavano per la finalissima e piange il cuore al pensiero che uno fra Ronaldinho e Lampard non parteciperà ai quarti di finale.

Io, comunque, tifo spudoratamente Chelsea, una squadra che mi sta simpatica da anni e che vanta un gruppo di giocatori che personalmente apprezzo tantissimo. Lampard, Joe Cole, Robben, Duff, Terry… nessuno di loro probabilmente vale un Ronaldinho, ma tutti loro assieme, secondo me, valgono più del Barcelona.

Non so però dire se gli inglesi riusciranno ad evitare la “vendetta” degli spagnoli, beffati nei quarti di finale dell’anno scorso. Due squadre semplicemente fortissime, per due filosofie di gioco differenti, anche se a modo loro entrambe spettacolari. Probabilmente a decidere il doppio confronto sarà lo stato di forma, il “momento” che staranno passando le due squadre a febbraio. Del resto, lo stesso vale per tutti i match, rendendo francamente un po’ sterile il giochino dei pronostici, che magari è meglio rimandare all’anno prossimo.