Venezia a Milano – Tre giorni all’alba


In concorso
Simpathy for lady Vengeance
di Park Chan-Wook (Corea del sud)
Capitolo conclusivo della trilogia sulla vendetta in cui Old Boy (Cannes 2004) era l’episodio centrale e di cui, come penso a molti, mi manca il primo. La struttura narrativa è quasi del tutto diversa dal precedente e questa volta la vendetta è molto più chiara e diretta, senza rivelazioni scottanti nel finale. C’è un crimine da punire, gestiremo. Un film meraviglioso, talmente ricco di idee che a volte si fa fatica nello stare dietro a tutto. Ogni singola immagine e piena di piccoli dettagli e di trovate eccellenti che vanno al di là l’esercizio di stile e riescono sempre a trovare un loro senso nel racconto. Questo Wook si conferma un talento pazzesco, capace di usare la macchina da presa come pochi e senza mai dimenticarsi di mantenere il racconto al centro dell’attenzione. Spettacolare anche nell’uso della colonna sonora, Lady Vengeance ha un solo difetto, il solito: manca un po’ di senso della misura. Una sforbiciatina ogni tanto avrebbe forse giovato, ma la cosa si sente comunque meno rispetto a Old Boy, che personalmente trovo un’ampia spanna sotto.

In concorso
The Constant Gardener
di Fernando Meirelles (GB/Kenya/Germania)
Non ho visto City of God, quindi magari non pago la delusione e sono meno cattivo del “dovuto” con questo pretenzioso mix fra romance, thriller e film di denuncia ispirato a un romando di Le Carré. La storia racconta delle nefandezze compiute in Africa dalle multinazionali farmaceutiche e sarebbe anche interessante, se non si perdesse nel tratteggiare personaggi che faticano davvero ad uscire dallo stereotipo e dalla macchietta. Ripeto, non ho visto City of God, ma questo Mereilles mi sembra sia un po’ troppo di maniera, con le sue musichette “emozionanti” e con quell’uso dei colori “drammatico”. Nonostante tutto, e nonostante verso metà la testa abbia preso a ciondolare, non mi sento di bocciare completamente il film, ma temo i meriti siano quasi tutti del sempre ottimo Ralph Fiennes.

Sezione Orizzonti
Everything is illuminated
di Liev Schreiber (USA)
Altro mix di umorismo e dramma “ebreo”, questa volta senza furbette sorpresine finali stile “sapete, vi abbiamo fatto ridere fino adesso, ma in realtà era un film drammatico: datemi un Oscar”. A conti fatti, Schreiber avrebbe forse fatto meglio a mantenere la furbizia, dato che è tanto bravo a trattare la comicità (tutta la prima parte di film è adorabile) quanto impacciato e stucchevole quando si addentra nel sentimentalismo. Esilarante, comunque, il fatto che Elijah Wood interpreti un altro film in cui cerca un anello. Finirà come Orlando Bloom, che sembrano chiamarlo quasi solo per tirare frecce?

Sezione Giornate degli autori
Viva Zapatero!
di Sabina Guzzanti (Italia)
In un raro lampo di autocoscienza mi sono reso conto che le mie condizioni erano tali che se fossi andato a vedere il film di Abel Ferrara mi sarei addormentato sui titoli di testa. Ergo, schizziamo all’Anteo e sciroppiamoci il documentario della Guzzanti. Ottima scelta! Viva Zapatero! prende spunto dal caso Raiot e dai tristi episodi suoi compagni di disgrazia (che so, Biagi, Santoro, Paolo Rossi… ) per raccontarci con estrema lucidità, ironia e (amaro) divertimento perché e percome ci troviamo sotto regime.

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