Venezia a Milano – Giro di boa


Fuori concorso
La vida secreta de las palabras
di Isabel Coixet (Spagna)
Sarah “Sono quasi sopravvissuta agli zombie centometristi” Polley interpreta una ragazza un po’ taciturna che finisce su una piattaforma petrolifera a fare da infermiera per Tim Robbins, un operaio rimasto ustionato a causa di un incidente. Da qui parte un gran bel film, fatto di bei dialoghi fra bei personaggi. Drammatico ed emozionante, ha forse l’unico difetto di essere un po’ lento nella parte centrale. Molto, veramente molto bravi tutti gli attori.

Fuori concorso
The fine art of love – Mine Haha
di John Irvin (Italia/Repubblica Ceca/GB)
Il resoconto sugli avvenimenti in un collegio femminile germanico ai primi del novecento. Ovviamente le ragazze venivano trattate di merda. Signori, questa roba è spazzatura, ma di quella dimenticata sul balcone per giorni d’estate e che quando la sollevi il sacchetto fa la bava. Per un attimo ho temuto che fosse addirittura in concorso, ma evidentemente non sono stati fatti soffoconi a sufficienza per giungere a tanto. Disarmante, nel dilettantismo che traspira da ogni singolo fotogramma.

In concorso
La seconda notte di nozze
di Pupi Avati (Italia)
Un film adorabile, classica commediola agrodolce da Pupi Avati, piacevolissimo e divertente, si passa sopra alle ingenuità. Antonio Albanese, molto bravo, sta assumendo le fattezze di Lino Banfi.

Fuori concorso
Fragile
di Jaume Balaguerò (Spagna)
Ho sempre pensato che Balaguerò fosse un cretino sopravvalutato. Nameless era un film talmente ridicolo che non mi sembra neanche il caso di rivangare. Un po’ meglio Darkness, se non altro perché c’era la Paquin che faceva la sciantosa e per il finale clamorosamente cupo. In questo caso, invece, bastano pochi minuti per rendersi conto che è tutto sbagliato: si tratta solo di arrivare alla prima apparizione di Calista Flockhart, che personalmente detesto come attrice e come donna. Fragile è la fiera del ridicolo involontario, riesce giusto a creare una vaga simulazione di tensione nella parte centrale, ma il giochetto crolla ogni volta che inquadrano il volto di quella sottospecie di mutante anoressica. Balaguerò, va detto, riesce comunque a sorprendere lo spettatore: quando sei ormai convinto di essere davanti semplicemente a un brutto film horror, il regista spagnolo alza ulteriormente il tiro e riprende a nuotare verso il fondo del pozzo di merda in cui si è infilato. L’ultima mezzora è dominata dalla moglie di Frankenstein che infesta il secondo piano dell’ospedale e che riesce nel non facile compito di risultare più ridicola della Flockhart. Il finale col principe azzurro, poi, è l’apoteosi. Fra l’altro, secondo me Balaguerò non lo voleva, il lieto fine. E’ un duro, lui.

Sezione Giornate degli autori
Falling… in love
di Ming Tai-wang (Taiwan)
La cosa più interessante di questo film è lo stucchevole uso del colore. Non c’è molto altro, anche perché qualcuno si è scordato che fra la fase “scrivere un soggetto” e la fase “effettuare le riprese del film” ci deve essere la fase “scrivere una sceneggiatura”. Invece, la “sceneggiatura” è “lui ama lei, lei ama lui, litigano, lui va in giro a chiavare con altre donne, succedono cose a caso”. Forse da metà in poi succede qualcosa, ma non lo so, perché ho deciso che poteva essere più utile andare a casa e dormire un po’.

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